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08.02.2010
La verità non si infoiba
Questo è l'avatar che chiediamo a tutti di mettere nel loro profilo
facebook per il 10 Mattina: Visto che mancano solo 2 giorni vi
consigliamo di inserirlo GIA' DA ORA come immagine del profilo.
Chiediamo anche a tutti di CONDIVIDERE questa nota subito nel
profilo
facebook (cliccando qua sotto il pulsante condividi.
PS Se avete
anche
siti, blog, o profili myspace sempre questa immagine va inserita in
homepage
dello spazio web o nel profilo myspace.
Grazie a tutti sin da ora
per la
collaborazione, tutte le info e le ragioni dell'iniziativa le trovate
qui http://www.facebook.com/notes/casapound-italia/massima-diffusione-foibe-dalla-francia-al-quebec-siti-blog-e-profili-facebook-24/274868022923
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| scritto da Iron
alle ore 15:56:18 |
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04.02.2010
I top gun del Cermis
3 Febbraio 1998, i
tempi della
guerra in Bosnia. Dalla base Nato di Aviano parte in volo di
addestramento un
aereo dei marines. La missione è chiamata Easy 01, all’interno
dell’operazione
pianificata Deny Flight. Il velivolo è usato per la guerra elettronica: è
un Ea
– 6 b detto Prowler, il predatore. Decolla alle 14,36... alle 15,12
minuti e
51 secondi trancia due cavi della funivia che da Cavalese porta al
monte
Cermis. Una cabina precipita fino a valle, a ridosso del fiume Avisio.
Muoiono
diciannove turisti e il manovratore della funivia. Alle 15,26 il
Prowler
atterra di nuovo ad Aviano. Il pilota dirà: “Ho sentito solo uno
scossone”. L’
hanno definita la strage impunita perché nessuno è stato condannato per
quei
morti, nonostante le prove precise e pesanti di responsabilità. Cinque
anni
dopo, sul luogo della tragedia c’e’ una croce, a memoria.
La funivia
è da qualche tempo nuova, splendente. E la
valle del Cermis è tornata un luogo di vacanza. Anche perché adesso quei
voli
non passano più. Ma nessuno dimentica i lutti. E la rabbia. Morirono in
venti,
quel martedì, in piena settimana bianca: nove donne e undici uomini, se
si può
chiamare un uomo Philip, quattordici anni, polacco, morto con la madre
Ewa.
I turisti venivano da tutta Europa: anche da Germania, Austria,
Belgio,
Olanda. Gente di casa, da anni, su queste montagne. Ma di casa era
soprattutto
Marcello Vanzo, il manovratore, che quel giorno aveva scambiato il
turno, e il
destino, con un collega. Una strage impunita, è stato detto. Ma
anche piena
di misteri, mai chiariti. Un volo radente autorizzato o no? Dieci minuti
di
silenzio radio (proprio in prossimità dell’impatto fatale, dalle 15,05
alle
15,15 quando il pilota lancia l’emergenza), un “missioni recorder”
sparito, una
cassetta video distrutta, una carta di volo contestata, un allarme
lanciato da
tempo, soprattutto un’assoluzione scandalosa. Andiamo per ordine. La
missione era sicuramente autorizzata dalle autorità italiane. Quel volo
era il
quarto di una lista di dieci presentata dal comando dei marines. C’e’
una sigla
sotto a quell’elenco, di un capitano italiano, il cognome comincia per
F. Dal
segreto militare filtra un particolare: gli americani avrebbero inserito
il
Prowler in un elenco che invece era destinato solo agli F 16. Un errore.
Resta il fatto che nessuno se ne è accorto. Né l’altro ufficiale
italiano,
M.B.G, che controfirmò, né il centro di controllo di Martina Franca.
L’inchiesta, immediata, della procura di Trento stabilisce in ogni caso
la
gravissima responsabilità del pilota. I voli normali erano
autorizzati ad
una quota di 1100 metri, anche se fosse stato autorizzato al volo
radente non
poteva scendere più in basso di 650 metri. L’impatto, invece, è avvenuto
a 150
metri da terra. L’aereo volava sicuramente anche ad una velocità
nettamente
superiore a quella prevista. Secondo i dati forniti da un aereo–radar
Usa
“Awacs” che in quel momento volava a una quota superiore, il Prowler
andava a
500 miglia orarie e non a 100 come previsto dal regolamento. Lo conferma
il 12
marzo, quaranta giorni dopo la strage, il rapporto della commissione
d’inchiesta
americana presieduta dal generale Michael Delong. “Il motivo
dell’incidente
– si legge nel documento - è stato un errore dell’equipaggio che ha
guidato in
modo aggressivo l’aereo, superando la velocità massima e volando ben al
di sotto
della quota richiesta”. I periti italiani vanno oltre. Stabiliscono
che
l’aereo si è infilato fra i due cavi tranciati, distanti fra loro fra i
trenta e
i quaranta metri. Una bravata, insomma. Una scommessa, come tante altre
volte,
in cui ci si giocava una birra la sera. La gente di montagna è di
poche
parole. Ma ricorda. Testimoni quel giorno hanno visto passare l’aereo
pochi
istanti prima della tragedia a volo radente sul pelo del lago
artificiale di
Stramentizzo. E non era certo la prima volta. La battaglia legale è
lunga. Ma
vince la politica, con Clinton impegnato in prima persona. I militari
americani
evitano il processo in Italia.
Sul Prowler erano in
quattro. Il comandante, il capitano
Richard Ashby, 32 anni, californiano, 750 ore di volo, veterano della
Bosnia. Il
navigatore Joseph Schweitzer, 30 anni, dello Stato di New York. Dietro,
seduti
nel retro della cabina, c’erano i due addetti alle attrezzature di
ricognizione:
Chandler Seagraves 28 anni dell’Indiana e William Raney, 26 anni del
Colorado.
Quasi esattamente un anno dopo, l’8 febbraio 1999, si apre il
processo
davanti alla corte marziale di Camp Lejeune, la base dei marines, nel
North
Carolina. Il capitano rischia 206 anni di carcere. Il 4 marzo invece è
assolto,
dopo sette ore e mezza di camera di consiglio, da tutte le imputazioni.
Uno
scandalo: la corte gli riconosce che il volo era autorizzato a una quota
di 500
piedi (ma lui stava molto più sotto, altrimenti non avrebbe tranciato i
cavi),
che le mappe di volo non contenevano le indicazioni della funivia (lo
stesso
comando dei marines lo ha smentito: sulla Tpc, la carta di pilotaggio
tattico la
funivia era segnata) e che il radar-altimetro presentava difetti di
funzionamento (circostanza mai dimostrata). Dopo il verdetto Ashby
dice:
“Adesso le mie preghiere sono tutte per le vittime”. Ma i giornali
americani
scrivono che il giorno dopo sta a Las Vegas a festeggiare la libertà.
Sia pure in minima
parte, comunque ha poi pagato. Perché
anche quel giorno, come consuetudine, era stato girato un video delle
prodezze.
Il video del Cermis non esiste più per un motivo semplice: è stato
distrutto.
La confessione è del co-pilota, Schweitzer. Preso dal rimorso, ha
dichiarato: “Alla fine del volo ho consegnato la cassetta al comandante.
Non
l’ho più rivista”. Ma intanto, perché reo confesso, lui evita il
carcere.
A maggio c’è dunque un nuovo processo al pilota, Ashby, per
ostruzione
di prove. Stavolta è condannato, a sei mesi. Ma esce dal carcere, non si
capisce
perché, con un mese di anticipo. Dal 2 ottobre di quattro anni fa è
nuovamente
un uomo libero. Torna a vivere nella villetta di Jacksonville,
vicino alla
base dei marines. Non apre più bocca. Ma è la sua ragazza, Dodie, a
parlare. E’
infuriata: “La cella di Richard, pensate, non aveva l’aria condizionata.
Ha
passato i primi mesi da solo a leggere davanti a un tavolo. E io potevo
andarlo
a trovare solo il fine settimana”. Povero cowboy.
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| scritto da Iron
alle ore 11:11:35 |
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02.02.2010
FIAT ODIA L'ITALIA
Fiat: CasaPound,
grazie alla
Fiom è azienda fondamentale per l’occupazione di molti paesi eccetto
l’Italia Roma,
2 febbraio – ”Meno male che ci
sono la Fiom e il suo segretario Gianni Rinaldini a tutelare i
lavoratori italiani del Lingotto. Con il loro fondamentale apporto la
Fiat è ad oggi un’azienda fondamentale per l’occupazione di molti paesi
nel mondo ad esclusione dell’Italia”. Lo afferma Gianluca Iannone,
presidente di CasaPound Italia replicando a Gianni Rinaldini,
segretario generale della Fiom, che ha bollato come “propagandistica”
l’azione del movimento guidato da Gianluca Iannone che nella notte ha
simbolicamente posto i sigilli ai punti vendita Fiat in 40 città
italiane.
“Grazie comunque alle dichiarazioni di Rinaldini – conclude Iannone –
tutti capiscono quanta importanza hanno i lavoratori per la Fiom e la
Cgil. Tutti oggi sanno quali intrecci ed inciuci ci sono sulla testa
delle migliaia di lavoratori Fiat a rischio occupazione”.
Fiat: Roma, CasaPound
occupa concessionaria viale Manzoni
Roma, 2 febbraio – Una cinquantina di
militanti di CasaPound Italia in questo momento sta occupando il ‘Fiat
Center’ di viale Manzoni, una delle concessionarie piu’ grandi della
Capitale. I manifestanti si sono presentati all’apertura del punto
vendita con bandiere di Cpi e striscioni con su scritto ‘Fiat odia
l’Italia’, e, entrati nella concessionaria, hanno spiegato di voler
mettere in atto un’occupazione simbolica e sono saliti sul tetto dello
stabile.
L’occupazione del Fiat Center di Roma non è un’azione isolata. Da
Torino a Palermo, nella notte infatti CasaPound Italia ha messo a segno
blitz contro la Fiat in tutta Italia. Stamattina un centinaio di
concessionarie in oltre 40 città italiane sono state trovate
’sigillate’ con il nastro bianco e rosso, a ricordare una ’scena del
crimine’, e circondate di striscioni con la scritta ‘Fiat odia
l’Italia’.
”Prima fallisce, meglio è. Per tutti”, lo slogan che si legge sui
volantini lasciati davanti a tutti i punti vendita ‘colpiti’ per
chiedere incentivi solo per le auto prodotte in Italia, stop agli
incentivi per le auto prodotte all’estero ‘’sfruttando lavoratori
stranieri sottopagati”, e il sequestro e la nazionalizzazione per gli
stabilimenti di Pomigliano d’Arco e Termini Imerese, da affidare,
secondo Cpi, ”a Finmeccanica e Fincantieri”.
Fiat: blitz di CasaPound,
’sequestrate’ centinaia di concessionarie in tutta Italia
Roma, 2 febbraio – ‘Sigilli’ alla
Fiat. Stamattina un centinaio di concessionarie della casa
automobilistica in oltre 40 città italiane, da Torino a Palermo, sono
state trovate ’sigillate’ con il nastro bianco e rosso, a ricordare una
’scena del crimine’, e circondate di striscioni con la scritta ‘Fiat
odia l’Italia’. A rivendicare il
blitz, messo a segno nella notte in maniera coordinata su tutto il
territorio nazionale, è CasaPound Italia. Un’azione non violenta, un
gesto simbolico ma dal sapore fortemente provocatorio: ”Prima fallisce,
meglio è. Per tutti”, è lo slogan che si legge sui volantini lasciati
davanti a tutti i punti vendita ‘colpiti’. E
ancora: ”Salviamo i lavoratori e la produzione italiana, non la
dirigenza Fiat, incapaci avventurieri che amano il profitto e non
l’Italia”.
Cpi esige lo stop agli incentivi ”per auto
prodotte all’estero
sfruttando lavoratori stranieri sottopagati” e chiede ”incentivi solo
per auto prodotte in Italia”, mentre, quanto agli stabilimenti di
Pomigliano d’Arco e Termini Imerese, propone che siano ‘’sequestrati,
nazionalizzati e affidati a Finmeccanica e Fincantieri”.
”La Fiat vive di aiuti pubblici e, nonostante
cio’, ha tradito il
nostro paese e la nostra gente – spiega CasaPound Italia – Vuole
incentivi e soldi dallo Stato, ma poi licenzia e chiude le fabbriche nel
nostro Paese per portare la produzione all’estero. Lasciamola fallire e
con i soldi che non ‘ruberà’ piu’ avvieremo una nuova e sana industria
automobilistica”.
A Torino a essere messe simbolicamente ’sotto
sequestro’ sono state
le fabbriche e i luoghi di riferimento della casa automobilistica in
corso Agnelli e via Nizza, mentre a Palermo CasaPound Italia ha
‘colpito’ le concessionarie della Fiat a via Imperatore Federico, via
Tasca Lanza e via Aspromonte e a Napoli i ’sigilli’ sono stati posti
allo stabilimento di Pomigliano d’Arco.
Tra gli altri punti vendita finiti ‘nel mirino’
di Cpi quelli di
Corso Perrone, Via Piave e Lungo Bisagno d’Istria a Genova, quelli di
via Po e M.E. Lepido a Bologna, quelli di via Beniamino Disraeli, via
Renato Cartesio e Guido Meucci a Reggio Emilia, ‘Silva Automobili’ in
via IX Strada e Industrial Car in via Venezia a Padova, la
concessionaria della zona industriale di Campolungo ad Ascoli Piceno e
quella in via Unità d’Italia a Surbo (nell’area commerciale sulla SS
Lecce-Brindisi).
Sigilli anche alle concessionarie della casa
automobilistica in via
dei Romagnoli ad Ostia e in via Arsiero a Fiumicino, al punto vendita
di Via della Vittoria a Lamezia Terme e a quello in Via Lucrezia della
Valle a Catanzaro.
Le foto dell’azione sono disponibili senza
copyright per la stampa su
www.casapounditalia.org
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| scritto da Iron
alle ore 16:58:23 |
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26.01.2010
Gli ultimi giorni dell'Europa
L’Europa sta vivendo
il momento più
tragico della sua storia trimillenaria. Siamo dinanzi a eventi di
portata
epocale che, secondo tutte le previsioni, condurranno nel giro di pochi
decenni
alla pura e semplice estinzione fisica dei nostri popoli. Questa
drammatica
situazione sta precipitando lungo un piano inclinato, privo di ostacoli e
a
velocità crescente. L’Europa, quale è esistita dal Neolitico agli anni
Sessanta-Settanta del Novecento, sta rapidamente scomparendo sotto i
nostri
occhi. L’Europa della nostra nascita, della nostra cultura, delle nostre
città,
di tutti i nostri valori, non è più già oggi la stessa. E nel breve
volgere di
una generazione sarà un ricordo del passato. Sarà diventata un’altra
cosa. A
leggere il recente libro di Walter Laqueur Gli ultimi giorni
dell’Europa.
Epitaffio per un vecchio continente (Marsilio) c’è davvero da
rabbrividire.
Nessun allarmismo a effetto, intendiamoci, non si tratta di un instant
book a
sensazione. È semplicemente una riflessione basata sui fatti. Che
atterrisce per
le prospettive che squaderna, solo osservando i dati già acquisiti e
quelli in
dinamica evoluzione. La questione di vita o di morte si riduce a due
semplici ma
esplosivi fattori: denatalità e immigrazione.
Laqueur dà qualche
cifra e
avanza osservazioni elementari su dati che sono pubblici, alla portata
di tutti,
ma che nessuno divulga: «Fra cent’anni la popolazione dell’Europa sarà
solo una
minima parte di quello che è ora e in duecento anni alcuni paesi
potrebbero
scomparire». E aggiunge che «alcuni hanno sostenuto che se l’Europa sarà
ancora
un continente di qualche importanza duecento anni da adesso, sarà quasi
certamente un continente nero». Poiché i bianchi sono sterili, non fanno
e non
vogliono fare figli, mentre gli immigrati di colore sono fertilissimi e
si
riproducono a tassi esponenziali. Tutto vero, si dirà, ma insomma si
tratta di
proiezioni parecchio lontane, nulla di cui preoccuparsi oggi…Non
esattamente. La
catastrofe è già in pieno svolgimento e il cappio si chiuderà tra breve.
E nel
corso della nostra stessa vita avremo modo di verificarlo non per
sintomi,
magari anche gravi come sta già accadendo, ma per una travolgente
evidenza.
Secondo le stime della Comunità Europea e delle Nazioni Unite, che
l’autore
riporta, la Francia, nel corso del secolo XXI, passerà dagli attuali 60
milioni
di abitanti a 43, il Regno Unito da 60 a 45, la Germania da 80 a 32, la
Spagna
da 39 a 12…
L’Italia poi, dagli odierni 57 milioni, si troverà a
contarne
15 verso la fine del secolo. Occorre ovviamente considerare che i dati
riferiti
a queste proiezioni sulle popolazioni europee dei prossimi decenni
contengono il
fatto che moltissimi di quei cittadini non saranno altri che i figli di
recente
e recentissima immigrazione. Tanto che le popolazioni europee in calo
vedranno
velocemente elevarsi il numero dei propri concittadini di origine non
europea:
maghrebini, mediorientali, asiatici, africani…Laqueur attira non a caso
l’attenzione sul fatto che il declino demografico relativamente
contenuto che si
rileva nei casi di Francia e Gran Bretagna dipende essenzialmente dal
«tasso di
fertilità relativamente alto nelle comunità di immigrati, neri e
nordafricani in
Francia, pakistani e caraibici in Gran Bretagna». Cioè: le previsioni
sulle
popolazioni europee del prossimo futuro non riguardano la popolazione
bianca che
in una parte sempre meno numerosa…I bianchi europei, come già accade
negli Stati
Uniti – che nel 2050 vedranno il gruppo ispanico prevalere su quello
anglosassone, e quello nero avvicinarglisi sensibilmente –, vittime
della loro
denatalità conculcata dalla società del benessere e del profitto, stanno
andando
incontro a un rapido inabissamento, che presto ne farà una minoranza
minacciata
di estinzione sul suolo europeo.
L’Europa orientale, sulla quale
qualcuno
si poteva fare delle illusioni di tenuta demografica, è investita da una
sterilità ritenuta addirittura più micidiale, “catastrofica” la
definisce
Laqueur, con percentuali di decrescita spaventose. La Russia in
cinquant’anni
vedrà ridursi la sua popolazione dei due terzi. L’Ucraina viaggia a un
ritmo di
perdita di popolazione stimato al 43%, la Bulgaria al 34%, la Croazia al
20%…Lo
studioso di statistica demografica Paul Demeny, nella rivista Population
and
Development Review, ha osservato che «non c’è alcun precedente di un
crollo
demografico così rapido in tutta la storia umana». Questo veniva
segnalato nel
2003. In cinque-sei anni le cose sono ulteriormente precipitate. A
fronte di
questa inaudita contrazione delle nascite, si erge un contro-dato
terribilmente
minaccioso: l’esplosività demografica del Terzo Mondo, e in particolare
di
quella fascia territoriale che sta a diretto contatto con le frontiere
meridionali dell’Europa: Nord Africa, Africa sub-sahariana, Medio
Oriente.
Esistono studi e previsioni semplicemente agghiaccianti. Un solo
esempio: lo
Yemen, che oggi conta 20 milioni di abitanti, ne avrà oltre cento nel
2050.
Cento milioni di yemeniti, in un paese povero di tutto e privo di
strutture
agricole e industriali, evidentemente non rimarranno mai a casa loro. Si
sposteranno in massa. Sì, ma dove? Laqueur risponde con eufemistica
pacatezza:
«ci sarà una pressione demografica sull’Europa ancora più forte». Il
solo Yemen
– uno dei paesi più piccoli – ben presto avrà dunque un esubero di
ottanta
milioni di persone da indirizzare verso l’Europa.
Ma gli scenari
tratteggiati da Laqueur riguardano anche altro. L’immigrazione in atto.
Si
tratta di una pietra tombale di fabbricazione mondialista, sotto la
quale sta
per essere tumulata l’idea stessa di Europa. Quella che dal dopoguerra
in poi è
stata prima un’emigrazione per lavoro, cui seguì il ritorno quasi
generale in
patria, dagli anni Ottanta è diventata una crescente infiltrazione,
infine
assumendo, in questi anni, i contorni dell’incontrastato arrembaggio di
massa.
Non diciamo frenato o regolamentato, ma neppure deplorato. Al contrario:
i
governi, la stampa, gli esponenti della letale “società civile”
asservita ai
suoi tabù, l’alimentano di continuo. A questi ambienti della
sobillazione
tengono dietro gli esecutori materiali. Cosche criminali, agenzie
umanitarie,
volontariati onlus debitamente sovvenzionati, Chiese: ecco i
protagonisti di
quella potente lobby – come la definisce Laqueur – che ha per tempo
individuato
nella sollecitazione della disperazione di massa e nel suo incanalamento
verso
l’Europa il business del secolo. Un neo-schiavismo che sradica il nero o
il
giallo, lo stipa nelle periferie degradate delle città portuali del
Terzo Mondo,
infine lo dirige verso le centrali dello sfruttamento turbocapitalistico
di
ultima generazione, operando la devastazione di ogni comunitarismo, sia
nell’ospitante che nell’ospitato: con una criminalità reale e un
umanitarismo di
facciata (spesso unendo le due cose in un’unica intrapresa industriale),
si
ottiene così la spaventosa tratta, che ha come conseguenza matematica
due
avvenimenti simultanei: l’annientamento dei tessuti etnico-sociali delle
millenarie culture europee; lo sgretolamento e la disumanizzazione delle
stesse
realtà terzomondiste attirate in Europa.
Laqueur fornisce prove a
getto
continuo. Per dire, anziché la tanto sbandierata integrazione –
maniacale
fissazione degli utopisti – presso le moltitudini immigrate si hanno
delinquenza, asocialità, diserzione dallo studio e dal lavoro
(massicciamente
offerti dai governi, secondo binari preferenziali stabiliti dalle
istituzioni
europee a discapito secco delle popolazioni autoctone) e alla fine un
oceano di
odio. Un odio aggressivo e inestinguibile, che gli immigrati –
specialmente i
giovani – nutrono per tutto quanto è europeo. Ad esempio, le rivolte
della
banlieu parigina del 2005 furono causate da «l’odio per la società
francese». La
banda etnica delle periferie metroplitane arricchisce il quadro dei
paradisi
multiculturali. In Gran Bretagna si tratta di neri contro
indo-pakistani, a
Bruxelles di turchi contro africani, a Parigi di islamici contro
ebrei…Il
risultato delle politiche immigratorie, sottolinea Laqueur, è che
ovunque «si è
sviluppata una cultura dell’odio e del crimine».
Mentre i nostri
governi
applicano il principio dell’autolesionismo sistematico, dando privilegi
sociali
(sussidi, alloggi, lavoro, depenalizzazione dei reati, permissivismo
sempre e
ovunque), gli immigrati sfruttano i congegni legali offertigli su un
vassoio
d’argento. L’esempio tedesco: gli assistenti sociali «hanno insegnato ai
turchi
come approfittare delle rete di protezione sociale, il che significa
ottenere
dallo Stato e dalle amministrazioni locali il massimo possibile di
assistenza
economica e di altro genere con il minimo contributo possibile al bene
comune».
Integrazione? Per milioni di immigrati, ovunque in Europa, «i problemi
sono gli
stessi: ghettizzazione, re-islamizzazione, alta disoccupazione giovanile
e
scarso rendimento nelle scuole».
Le organizzazioni degli
immigrati del
tipo della potente Muslim Brotherhood – incoraggiate dagli europei e
cavalcate
da sciami di imam, leader etnici, predicatori – finiscono prima o dopo
per
«ottenere ciò che vogliono». E, mentre gli europei perdono mano a mano
la loro
identità, accade al contrario che gli immigrati rafforzino la loro: «I
turchi in
Germania rimangono turchi anche se hanno adottato la cittadinanza
tedesca; il
governo di Ankara vuole che essi votino alle elezioni turche, e allo
stesso
tempo che essi, ovunque vivano, difendano gli interessi della Grande
Turchia che
rimane la loro patria».
Nel frattempo, irresponsabili politici di
tutte
le sponde – ne sappiamo qualcosa noi in Italia – spingono per offrire al
più
presto il diritto di voto agli immigrati. Vogliono la fine dell’Europa.
Vibrano
di quella febbre suicida di cui parlò Spengler a proposito delle società
corrotte, senili, morte dentro. Laqueur parla di declino irreversibile
per
l’Europa. Ci invita a fare un giro per Neukölln, La Courneuve o
Bradford,
concentrazioni urbane completamente extra-europee. E si chiede come mai
«ci si
sia resi conto così tardi di questo stato di cose». Ma noi chiediamo a
lui: è
sicuro che gli europei abbiano capito in che situazione si trovano?
Ottenebrati
dalla propaganda mondialista e dalla paura di incorrere nel tabù del
“razzismo”,
sapientemente evocato, gli europei guardano dall’altra parte. Questo bel
capolavoro umanitario che è l’Europa multiculturale viene infatti
perseguito
agitando come bastoni alcune infernali parolette, dietro alle quali si
ripara il
trafficante europeo di uomini e di ideali: accoglienza, solidarietà,
diritti
umani, etnopluralismo… Queste parole ipocrite nascondono la violenza del
senso
di colpa instillato a forza nella nostra gente. Hanno il rintocco della
campana
a morto per l’Europa.
di Luca
Leonello Rimbotti
|
| scritto da Iron
alle ore 13:13:12 |
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19.01.2010
Il collasso sociale degli Usa
Adesso mi è tutto più chiaro. Al
momento in cui sto scrivendo mi trovo allo Space Needle di Seattle, ormai
saranno più di trenta giorni che sto girovagando per gli States con l'intento di
realizzare un videodocumetario sulla crisi finanziaria e quella immobiliare:
Boston, New York, Miami, Atlanta, Phoenix, Las Vegas, Los Angeles, Seattle e
Chicago. L'economia americana è collassata per motivazioni razziali: il suo
destino sembra ormai segnato da un lento ed inesorabile declino economico e
sociale. Chi confidava in un miglioramento con l'avvento di Obama, mitizzandolo
come il nuovo Kennedy, ha iniziato a ripensarci. L'America di Obama non è
l'America di Kennedy: alla metà degli sessanta, la popolazione americana era
costituita per circa l'80% da bianchi caucasici (europei ed anglosassoni) e per
il il 20% da svariate minoranze etniche (afroamericani, ispanici, orientali).
Oggi è tutto cambiato: il 30% sono bianchi caucasici, il 30% sono ispanici, il
30% sono afroamericani ed infine il 10 % sono orientali. L'America come vista
nei serial televisivi con i quali siamo cresciuti, da Happy Days a Melrose
Place, non esiste più.
Questa trasformazione del tessuto sociale ha
comportato un lento e progressivo cambiamento negli stili di vita, nella
capacità di risparmio, nella responsabilità civica e soprattutto nella stabilità
e sicurezza economica. La cosiddetta crisi dei mutui subprime trova fondamento
proprio in questa constatazione. Mi permetto di aprire una parentesi per
accennare al meccanismo del credit scoring (necessario per comprendere il
fenomeno dei subprime): in America ad ogni contribuente viene assegnato un
punteggio di affidabilità utilizzando una scala valori che va da un minimo di
300 ad un massimo di 850 punti (è un modello matematico sviluppato da una
società quotata al Nyse, Fair Isaac Corp.). All'interno di questo range possiamo
individuare tre categorie di soggetti: prime consumer (750-850 punti con
excellent credit), midprime consumer (720-750 con good credit) ed infine
subprime consumer (660-720 con fair credit). Evito di soffermarmi nelle
categorie con il rating inferiore (low and bad credit) per limiti di
esposizione. In base alla categoria di appartenenza varia la disponibilità di
accesso al credito ed il costo dello stesso. Sostanzialmente il credit scoring è
un modello di valutazione che consente di comprendere chi affidare e per quanto,
oltre al fatto di selezionare i buoni pagatori da quelli cattivi, il tutto
rapportato alla propria posizione debitoria e disponibilità
reddituale.
Più carte di credito utilizzate, più fido richiedete, più le
rate dei prestiti pregressi pesano in percentuale sul vostro reddito mensile,
più ritardi nei pagamenti avete nel vostro track record personale, più il vostro
credit scoring tenderà ad essere di basso livello. Sulla base di questo sistema,
il 20% della popolazione americana è un soggetto prime, un altro 25% midprime ed
infine quasi il 30% è un soggetto subprime. Il livello medio di credit scoring
per un cittadino americano si attesta intorno ai 680 punti (subprime). Dal punto
di vista statistico, troviamo tra i soggetti fair e low credit, per la
stragrande maggioranza, gli appartenenti alle classi sociali legate alle ondate
immigratorie degli ultimi decenni (per quello che ho potuto vedere non penso sia
casuale).
Ma torniamo a noi. Durante la metà degli anni novanta, con
l'intento di mitigare le tensioni e le disparità sociali della popolazione,
nella constatazione che solo il 20% degli afroamericani ed il 30% degli ispanici
erano proprietari della loro casa contro il 60% della popolazione bianca,
vennero istituite delle piattaforme di ammortizzazione sociale che avrebbero
consentito l'acquisto facilitato di un'abitazione a soggetti con capacità di
redditto e disponibilità limitate. In buona sostanza il governo federale avrebbe
garantito attraverso le varie GSE (Government Sponsored Enterprise come Fannie
Mae e Freddie Mac) la remissione dei debiti concessi alle fasce sociali più
deboli. Fu così che le banche iniziarono lentamente, ma con le pressioni del
governo, a prestare denaro quando qualche anno prima non lo avrebbero mai
fatto. La ratio su cui poggiava questa scelta politica era identificata nella
volontà di rendere i poveri meno poveri in quanto se “possiedi” un'abitazione
puoi pensare di pianificare la tua vita e stabilizzare il tuo nucleo familiare,
oltre a questo non dimentichiamo le motivazioni politiche volte a conquistare
nuove fasce di elettorato grazie a proposte molto popolari.
Quello che è
successo dopo a distanza di anni, dalla Lehman Brothers alla Fannie Mae, ormai
fa parte della storia, senza dimenticare anche la complicità o incompetenza
della FED. Una politica immigratoria troppo liberale e la mancanza di
protezionismo culturale hanno presentato un conto impossibile da pagare per
l'America che oggi inizia a comprendere cosa significa aver perso la propria
originaria identità etnica. Lo scenario macroeconomico che caratterizza adesso
il paese è tutt'altro che confortante e a detta di molti analisti indipendenti
americani il peggio deve ancora arrivare. La disoccupazione è ovunque con
disperati (non gli homeless) che chiedono l'elemosina di qualche dollaro e
accampamenti di tende sotto i ponti delle freeway nelle grandi città. Obama ha
subito una perdita di popolarità devastante, persino le persone di colore che lo
hanno votato girano per le città con cartelli appesi al collo con la dicitura
“Obama, dovè il mio assegno ? Allora quando arriva il cambiamento ?” In più
occasioni mi sono sentito dire che la colpa è riconducibile ad un eccesso di
liberalità immigratoria e ad una insensata politica di sostegno alle fasce
sociali più deboli, che ha innescato il fenomeno dell'”overbuilding in bad
areas”. Si è costruito troppo ovunque in area residenziali scadenti, prestando
parallelamente denaro a chi non lo avrebbe mai meritato in
passato.
Troppi messicani ed orientali entrati nel paese, legalmente e
clandestinamente, hanno consentito l'abbassamento medio dei salari, mentre le
concessioni, i sussidi ed il credito facile ai neri hanno distorto l'economia
statunitense, rendendola drogata ed artefatta, portandola a basarsi
esclusivamente sul consumismo sfrenato, il ricorso al debito e sulla totale
incapacità di risparmio. Non lo avrei potuto immaginare, ma vi è un risentimento
ed un odio trasversale tra le varie etnie che popolano il paese che mi ha più
volte intimorito: bianchi contro afroamericani, ispanici contro afroamericani,
orientali contro ispanici, insomma tutti contro tutti. In più occasioni per le
strade di Miami e Chicago ho assistito ad episodi di tensione razziale stile
“Gran Torino””. Chi parla con ingenuità evangelica di integrazione razziale per
questo paese, probabilmente ha studiato per corrispondenza all'Università per
Barbieri di Krusty (noto personaggio della serie televisiva The
Simpsons)..
I bianchi benestanti che fanno gli executive (dirigenti,
funzionari o colletti bianchi ben pagati) si autoghettizzano da soli in
quartieri residenziali che assomigliano a paradisi dentro a delle prigioni, con
videosorveglianza e servizi di sicurezza privati degni del Pentagono. Di
contrasto dai fast food, ai jet market, alle pompe di benzina, a qualsiasi altro
retail service a buon mercato, trovate tutte le altre razze che ramazzano i
pavimenti, servono ai tavoli, lavano le vostre auto, consegnano pizze a
domicilio o guidano i taxi per uno stipendio discutibilmente decoroso.
L'America per alcuni aspetti (opportunità di lavoro per i giovani che hanno
indiscusse capacità) può sembrare superficialmente un buon paese, ma se ti
soffermi ad osservarla con un occhio critico, sotto sotto è un paese marcio e
primitivo da far schifo, a me si è rivelato per quello che è realmente ovvero un
calderone multirazziale con la maggior parte delle persone (bianchi compresi)
che hanno il senso di autocoscienza di uno scarafaggio. L'americano medio (che
sia un bianco, cinese, messicano o afroamericano) se ne frega assolutamente dei
problemi ambientali del pianeta, della sofferenza inaudita degli animali nei
loro allevamenti intensivi, delle carestie in Africa o dei conflitti in Medio
Oriente, si interessa solo che possa ingozzarsi di hotdog, bere fiumi di coca
cola, guardarsi il superbowl e guidare il suo megatruck dai consumi
spropositati. Pur tuttavia, nel lungo termine sono piuttosto dubbioso che si
possa riprendere dal processo di imbarbarimento ed impoverimento sociale che lo
sta caratterizzando, per quanto potenziale bellico possa vantare, questo non lo
sottrarrà dalla sorte che lo attende, prima il collasso economico e dopo quello
sociale, scenario confermato anche da molte fonti di informazione indipendente
che non si mettono a scimmiottare a turno a seconda della corrente politica che
vince le elezioni, tipo la CNN o la FOX.
Fonte: www.eugeniobenetazzo.com Link: http://www.eugeniobenetazzo.com/razza_che_ramazza.htm
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| scritto da Iron
alle ore 16:27:57 |
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18.01.2010
L'assassino di Ramelli diventa primario
Lo aspettarono sotto casa, a Città
Studi. E lo aggredirono selvaggiamente a colpi di chiave inglese. Sergio
Ramelli, studente dell’istituto Molinari con simpatie per il Msi, cercò di
difendersi, ma non ebbe scampo. Rimase in coma quarantasette giorni, morì il 29
aprile 1975. Non aveva ancora diciannove anni, era un ragazzo o poco più, ma per
il servizio d’ordine di Avanguardia operaia il suo fascismo meritava una
lezione. Definitiva. E così fu.
Quell’episodio raggelante torna ora
d’attualità, perché uno dei protagonisti di quella storia, Antonio Belpiede,
condannato a 7 anni per omicidio volontario, è diventato primario. Sì, primario
del reparto di ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Canosa di Puglia.
Belpiede non ha vinto una gara, perché il concorso si terrà solo nei prossimi
mesi, ma un anno fa, quando si liberò il posto, i vertici della Asl Bat
(Barletta-Andria-Trani) hanno scelto lui fra i candidati all’incarico. Così, sia
pure in forma provvisoria, Belpiede è diventato dirigente dello Stato. Nulla di
irregolare, per carità, semmai un problema di opportunità che il direttore
generale della Asl Rocco Pianosa, area Rifondazione comunista, rispedisce al
mittente: «Alla direzione della Asl risulta che il dottor Belpiede non abbia al
momento alcuna pendenza penale. Il dottor Belpiede è stato nominato direttore
facente funzione dell’Unità operativa di ostetricia e ginecologia dell’ospedale
di Canosa dopo una valutazione di tutti i curricula dei medici del reparto. A
breve sarà espletato il concorso per nominare il primario».
Ancor più
netto l’interessato: «Io vado avanti a testa alta. Non ho partecipato a
quell’azione, non ho ucciso nessuno, sono innocente, ho subito una condanna
vergognosa. Certo, ero membro del Servizio d’ordine di Avanguardia operaia, ma
non so nulla dell’omicidio Ramelli. So invece che dopo la laurea in medicina
tornai in Puglia e ho dedicato una vita al lavoro e all’impegno per i pazienti.
Quel posto, per quanto provvisorio, è il premio per anni e anni di fatica e
abnegazione».
Certo, la storia giudiziaria di molti episodi degli Anni di
piombo è ancora controversa. Nel caso di Ramelli la verità arrivò solo dopo
dieci anni, grazie all’indagine condotta a metà degli anni Ottanta da Guido
Salvini e Maurizio Grigo. Con tenacia e dopo moltissimi interrogatori, i giudici
arrivarono alla squadra di Medicina di Avanguardia operaia. Il gruppo che aveva
firmato l’omicidio. Non solo: le indagini portarono anche a scoprire, in un
abbaino di viale Bligny, un gigantesco archivio in cui Avanguardia operaia aveva
schedato centinaia di nemici con tanto di foto, dati biografici, appunti con le
abitudini e gli stili di vita. Avanguardia Operaia aveva una lunga tradizione di
militarizzazione della lotta politica. Già a maggio ’69, ben prima di piazza
Fontana, sul giornale omonimo si poteva leggere: «Anche il capoccia, anche il
ruffiano, anche il dirigente, sono uomini come noi. Quando sono in fabbrica si
fanno grossi approfittando della forza del padrone, ma quando escono diventano
degli individui isolati. Sono persone fisiche che soffrono in caso di percosse,
sono persone che proverebbero vivo dispiacere scoprendo la loro auto distrutta;
sono persone che hanno una casa... È importante individuare il nemico,
personalizzarlo, dargli nome e cognome».
L’omicidio Ramelli viene da
questa pratica di violenza e intimidazione. Ramelli fu oggetto di una
persecuzione scientifica per mesi: fu picchiato, minacciato, insultato. In
particolare, il 13 gennaio ’75 era stato circondato da un’ottantina di studenti
e costretto a cancellare con vernice bianca scritte fasciste apparse sui muri
del Molinari; e sempre a scuola aveva subito addirittura un processo politico
per aver scritto un tema troppo sbilanciato a destra. Infine, il 13 marzo, ecco
l’agguato. Sergio Ramelli viene ricoverato al Policlinico in condizioni
disperate. Gli hanno sfondato il cranio. Ma il ragazzo non vuole morire. Resiste
per un mese e mezzo. Un’agonia straziante, le visite della madre, piccoli cenni
di miglioramento, poi il 29 aprile il collasso e la morte. E non basta, perché
il giorno prima un gruppo di facinorosi ha raggiunto la casa dei Ramelli
gridando slogan contro il fratello Luigi e minacciando pure lui. Questa è la
Milano di metà anni Settanta, in cui i funerali si svolgono in forma
semiclandestina per motivi di ordine pubblico. E la memoria di Ramelli si riduce
a ben poca cosa: una foto che mostra un ragazzo con i capelli lunghi e gli occhi
castani.
Dieci anni dopo l’indagine e le condanne. Prima per omicidio
preterintenzionale, poi, in appello, per omicidio volontario. Belpiede, secondo
la ricostruzione della magistratura, avrebbe partecipato all’aggressione con un
ruolo di copertura. Lui nega: «Non c’ero quel giorno in via Amadeo». In primo
grado gli danno 13 anni, in appello 7, pena confermata in Cassazione. «Sono
rimasto in cella un paio d’anni - spiega lui al Giornale - quando mi hanno
arrestato ero capogruppo del Pci a Cerignola, ho lasciato per sempre la
politica, è stata una tragedia. Violante mi ha consolato e l’avvocato di parte
civile Ignazio La Russa mi ha rincuorato. Voglio ricordare che sono stato
condannato sulla base di dichiarazioni di pentiti che si ricordavano a malapena
chi fossi. Ora non ho niente di cui pentirmi. Ho solo svolto con passione il mio
lavoro di ginecologo». Oggi Belpiede si tiene stretto il suo posto di
primario.
http://www.ilgiornale.it/interni/lassassino_ramelli_fa_carriera_e_diventato_primario_puglia/17-01-2010/articolo-id=414406-page=0-comments=1
L'annuncio della morte di Sergio fu accolta
con un applauso della maggioranza dei consiglieri comunali di Milano del sindaco
Aniasi, "eroe della resistenza ".
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| scritto da Iron
alle ore 00:11:38 |
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13.01.2010
Metti a colori invertiti
Metti un'immigrata con una pargola.
Metti una masnada che le insegue, che prende a calci la macchina in cui si sono
rifugiate. Metti lei che mostra un occhio pesto per le percosse che ha
subito. Mettici anche tutte le femministe, i benpensanti, gli antirazzisti, i
soloni, quelli che tutti i giorni si beccano feroci tra loro, rigidamente
contrapposti fra laici e clericali, ma che in questi casi sono tutti
fratelli. Immagina quel che accade: settimane di speciali al telegiornale,
campagne d'indignazione nazionale e internazionale, psicologi, sociologi,
vescovi, assistenti sociali, giuristi, forcaioli e rieducandi che fanno
passerella da Porta a Porta ad Anno Zero passando per le emissioni per i ragazzi
e i talk show pomeridiani. E che ne sarebbe della masnada che ha creato il
putiferio minacciando la donna e la pargola? Questi si vedrebbero subito
affibbiare dei bei soprannomi stile svastichella o carroccella, tutti ne
richiederebbero la carcerazione, la rieducazione in un campo di lavoro, la gogna
e, visto che ci siamo la castrazione chimica; o forse nemmeno chimica. E via
con le accuse dilaganti di razzismo e con le terapie di massa per una seduta
psicanalistica nazionale che ci consenta di curarci un po' tutti, colpevoli
comunque, in qualche lato del nostro essere, di mantenere ancora qualcosa di
maschio, di orgoglioso, di vitale, d'irriverente. Giusto? E' così che
andrebbe, no?
Metti le cose come sono andate a Rosarno. Metti una
cittadina calabrese con una pargola. Metti una masnada che le insegue, che
prende a calci la macchina in cui si sono rifugiate. Metti lei che mostra un
occhio pesto per le percosse che ha subito. Ed ecco che femministe, benpensanti,
antirazzisti, soloni, psicologi, sociologi, vescovi, assistenti sociali,
giuristi, forcaioli, rieducandi fanno finta di niente, fischiettano. E no: se
una folla in delirio assalta un'immigrata e una bambina, è vigliacca e razzista,
ma se una folla di immigrati in delirio assalta un'italiana e una bambina, non
si può dire che sia vigliacca e razzista perché tutto il costrutto mentale e
ideologico del benpensantismo multicolore e unigrigio ne soffrirebbe non
poco. E allora non una parola, non un'indignazione, non un sentimento di
accusa della vigliaccheria e non un attestato di solidarietà verso chi ha subito
violenza e se l'è di certo vista brutta. Ovvero una donna e una bambina
aggredite da una folla. Intendiamoci bene: io non avrei gradito affatto che,
contro gli aggressori e a favore delle aggredite, si fosse manifestata la
tiritera di cui sopra con tutte le banali e stucchevoli esternazioni e il loro
nauseante moralismo buonista. Mi fa schifo in una direzione e mi avrebbe fatto
schifo in un'altra. Io sono contro le schematizzazioni e le
categorie.
Non sono della razza dei preti, degli industriali e degli
intellettuali che considerano gli immigrati delle “risorse”, forse perché a
differenza loro, a me gli immigrati non portano denaro. Io sono tra quelle
poche persone che li considerano uomini. Ogni uomo, ogni donna, ha un valore in
sé, è diverso dagli altri e dalle altre e non può essere angelizzato o
demonizzato a prescindere. Questo non lo intendono i preti e i marxisti che
debbono sempre disegnare sulla lavagna una riga verticale di gesso per scriverci
da una parte i buoni e dall'altra i cattivi. Una pratica forse indispensabile a
quelli che sono poveri di spirito o di cervello, altrimenti non si
raccapezzerebbero, visto che non sanno discernere. Che poi le loro
categorizzazioni comportino disastri sociali, umani, ingiustizie e persino
stragi, diventa un fatto collaterale a cui qualcun altro poi penserà... Ecco,
appunto, qualcuno ci deve pensare. A me preme molto intervenire per cercare di
salvarmi, di salvare la mia gente e infine di salvare un po' tutti dai disastri
che preti, comunisti e capitalisti hanno generato, tra cui gli effetti di questa
gigantesca immigrazione che si dipana assumendo tutti i peggiori tratti del
disastro umano e sociale e che accomuna, nel baratro, spesso contrapponendoli,
immigrati e autoctoni.
Non mi sarebbe quindi garbato affatto di assistere
a una settimana di caccia mediatica al nero (come pelle) invece della solita
caccia al nero (come colore politico). Ciò chiarito, il fatto che femministe,
benpensanti, antirazzisti, soloni, psicologi, sociologi, vescovi, assistenti
sociali, giuristi, forcaioli e rieducandi abbiano taciuto, si siano voltati
dall'altra parte, abbiano, in una parola, annullato la realtà di un vile delitto
evitando di veicolarla dove solo il reale sembra oggi tale, ossia nel virtuale
mediatico, è significativo, inquietante e stomachevole. Questa gentuzza, che
è così brava a sbavare, a pontificare, ad avvelenare le anime con la propria
acidità malcelata dietro una maschera di dozzinale e feroce buonismo, è la vera
pustola, la vera piaga, la vera dannazione della nostra società. So che molti
di loro, come me, sono favorevoli all'eutanasia. Ma so anche che non sono
persone coerenti, consequenziali ed intere e non c'è quindi da attendersi che
facciano per il bene comune quello che sarebbe opportuno compissero. Se amassero
il prossimo, visto quello che hanno combinato finora, lo lascerebbero in pace e
si congederebbero passando ad altra vita. Sarebbe un atto decoroso e d'amore. Ma
loro il precetto lo hanno preso alla lettera: il prossimo ciascuno di essi lo
ama, sì, ma COME SE STESSO. Ed è per questo che trasudano disprezzo e nausea da
ogni poro. Che fetore, gente! C'è del marcio eccome, ma non occorre cercarlo in
Danimarca.
di Gabriele Adinolfi
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| scritto da Iron
alle ore 14:55:43 |
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12.01.2010
Il razzismo dei burattini
Gli stupidi sono quasi sempre
presuntuosi; i presuntuosi sono sempre arroganti. Quelli che subiscono
l'arroganza dei presuntuosi generalmente maturano dei complessi e si sentono in
colpa; non si sa di che cosa ma si sentono in colpa. Molti di quelli che si
sentono in colpa si sperticano per mondarsi e dimostrare agli arroganti e ai
presuntuosi che sono in sintonia con loro: e così alimentano la stupidità
generale che si fa sistematica e violenta. Questo circolo vizioso si dipana
immancabilmente in democrazia e quando la democrazia si munisce di una forte
tecnologia mediatica, diventa ossessivo. Non c'è tregua e non c'è
eccezione.
Rosarno
Così a Rosarno. Lì gli immigrati si sono ribellati a
delle condizioni ignobili di sfruttamento capitalistico. Bastava notare questo e
ragionarci su. Invece gli stupidi, i presuntuosi, gli arroganti e i complessati
ne hanno fatto tutta un'altra storia. Gli immigrati sono divenuti dei Robin
Hood che si sarebbero ribellati alla n'drangheta, la quale n'drangheta è così
divenuta praticamente da sola la causa di uno sfruttamento capitalista e
multinazionale. Per giunta, durante questa semplificazione grottesca nessuno ha
perso un solo istante a riflettere sul fatto che per anni gli schiavi immigrati
si sono offerti alla n'drangheta accettando condizioni salariali che mettevano
fuori gioco la mano d'opera locale. Finché c'era comunanza d'interessi a danno
terzi andava bene, ora che la situazione è cambiata noi facciamo di questi
schiavi volontari, che sono alcune delle tante vittime del capitalismo e del
mondialismo, dei campioni di giustizia sociale. E iniziamo a colpevolizzarci noi
stessi, neanche fossimo gli americani che gli schiavi li hanno portati lì a
forza. E negli scontri tra poveri, tra la gente di Rosarno e gli immigrati,
cosa facciamo? Accogliamo le pretese degli stupidi, dei presuntuosi, degli
arroganti e dei complessati e puntiamo l'indice sugli abitanti di Rosarno che
diventano in un colpo solo tutti affiliati alla n'drangheta, razzisti e
insensibili. E si parla di “caccia al nero” evitando accuratamente di dare la
parola ai calabresi e di registrare la caccia al bianco che ha avuto
incontestabilmente luogo e, tra l'altro, in casa dei calabresi. Perché, non
dimentichiamolo, stiamo parlando della loro terra, la loro. Ma non c'è posto
per la realtà, per la verità e per il buon senso. Dobbiamo dar spazio alle
parole idiote o in mala fede dei vari cardinal Bertone, preoccupati per la
perdita di dividendi nel caso saltasse il sistema schiavistico, e dei sedicenti
rappresentanti di un presunto popolo del net che annuncia manifestazioni
penose, colorate e americane per protestare contro il “razzismo”. Non contro il
capitalismo, non contro lo schiavismo, non contro la guerra dei poveri, ma
contro quello che si vuole a tutti i costi vedere nelle reazioni emotive di chi
subisce il paradiso global. Perché non interessa affatto agli idioti, ai
presuntuosi, agli arroganti e ai complessati, di affrontare e provare a
risolvere i problemi: essi debbono pontificare e scomunicare, come potrebebro
altrimenti ergersi visto che non hanno statura?
Balotelli
Rosarno chiama Balotelli. Questo giovane arrogante e
viziato che passa le sue giornate a mancare di rispetto agli allenatori propri e
ad insultare i tifosi altrui e che viene subissato ovunque da fischi, ha deciso
che la gente non ce l'ha con lui perché è irritante e insolente ma perché è
nero. Come se in Italia non ce ne fossero di giocatori neri. E non c'è giornata
in cui quest'individuo scenda in campo senza lamentarsi del razzismo. E sì che è
stato smentito da tutti; persino dal suo allenatore e dai tanti giocatori di
pelle nera interpellati in merito. E' stato addirittura multato dopo le sue
malevole e insultanti invenzioni su Chievo-Inter. Ma questa evidente sputtanata
del discolo da parte di tutti gli addetti ai lavori non piace agli stupidi, agli
arroganti, ai presuntuosi e ai complessati che insistono. Tanto dall'imporre,
proprio questa domenica, la minaccia di sospensione delle partite future per
indecifrabili cori razzisti che non si sa chi mai dovrebbe documentare e su
quali basi. Come potrebbero, altrimenti, i maestri e i pontefici della
stupida, arrogante, presuntuosa e complessata, ideologia del “politicamente
corretto” continuare ad atteggiarsi a giustizieri della notte se dovessero
ammettere la verità e cioè che non ci sono masse in preda a pregiudizi che
attendono di essere educate dai commissari politici? C'è bisogno di loro, gente;
noi dobbiamo essere trinariciuti e oscurantisti mentre gli arroganti, i
presuntuosi, i complessati, ci devono illuminare per farci partecipi della loro
immensa – ma “buonista” - stupidità. Tanto rumore per nulla, direbbe
Shakespeare. Tanto rumore da parte delle nullità aggiungo io.
Laggiù nel Maine
Cosa affermo dunque, che non c'è razzismo? Sarei un
pazzo a sostenere qualcosa del genere, il razzismo dilaga. Proprio l'altro
giorno in Usa, nello Stato del Maine, una donna che aveva ucciso il marito nel
sonno è stata scarcerata e assolta “perché il fatto non sussiste”. Il giudice ha
ritenuto che non dovesse pagare per il suo delitto perché il marito era “la
personificazione stessa del male”. Un'affermazione di razzismo allo stadio puro,
palese ed estremo che non si sente pronunciare neppure nei peggiori polpettoni
holliwoodiani di caricatura sul Terzo Reich. E perché mai era la
personificazione del male l'uomo assassinato dalla moglie? Ma perché possedeva
dei ritratti di Hitler ergo era “potenzialmente” terrorista, forse anche
predisposto alla pedopornografia e doveva sicuramente essere un violento. Non
invento nulla. Cosa diranno ora tutti quelli dei braccialetti gialli, degli
scioperi antirazzisti, del “chiudiamo le curve di calcio”? Si mobiliteranno
contro il razzismo demenziale e forsennato del giudice del Maine o
s'identificheranno piuttosto, cosa di cui sono certo, nel suo modo di
amministrare la giustizia? Ovvero nel permettere che un uomo venga ucciso nel
sonno e che la sua assassina se ne vada in giro libera perché la vittima
appartiene a una categoria che viene esclusa dalla dignità politica e sociale.
Non dalla nazione, non dalle stesse leggi americane, sia chiaro, ma dalla
dittatura indistrurbata e farneticante degli stupidi. Il razzimo degli altri
e quello mio Non c'è il razzismo che ci dipingono e per cui ogni giorno
suonano l'allarme, ma ce n'è un altro, molto più forte, pericoloso e
distruttivo, ed è quello che viene mosso, con l'intolleranza dei “tolleranti” e
con la malvagità dei “buonisti”, verso tutti quelli che non si conformano
all'omologazione totale. Lo si nota ogni giorno che passa; e non è un razzismo a
senso unico perché vige nei confronti di chiunque, di qualsiasi cultura
politica o schieramento, non si uniformi alla banalità ed esprima qualche nota
di colore, qualche suono, qualche immagine, qualche pensiero che non sia
preconfezionato. Contro chiunque non sia appeso ai fili e non sia, per giunta,
convinto che il suo essere burattino lo innalzi allo stato della libertà, così
come gli ripetono ogni giorno i suoi compagni di baracca. A dilagare oggi
ovunque è questo razzismo, il razzismo violentissimo dei burattini contro
chiunque osi manifestare il desiderio di continuare ad essere uomo. Come ce
ne si libera? Assumendone e proclamandone ad alta voce un altro, quello che non
esito a definire mio: il razzismo contro gli arroganti, i presuntuosi, i
complessati e la loro immensa stupidità. Facciamo nostro l'indovinatissimo
slogan del Blocco Studentesco: odiamo gli stupidi! Oggi più che mai ce n'è
bisogno, domani potrebbe essere troppo tardi.
di Gabriele Adinolfi
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| scritto da Iron
alle ore 10:46:04 |
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10.01.2010
Quel Sud messo in ginocchio dal vizio di non voler faticare
Dinanzi alle immagini di Rosarno,
alla rivolta degli immigrati clandestini, mi viene una domanda molto scorretta.
Perché la Calabria è piena di disoccupati, di giovani che si lamentano, e poi a
raccogliere le arance arrivano dall’Africa questi uomini disperati? È giusto
dire come fa il ministro Maroni: basta tollerare i clandestini. Ma la tolleranza
della clandestinità ha dei padri (anche) molto molto giovani. Ragazzi-padri e
ragazze-madri. Sono i giovanotti del lamento e del bar, nessuna voglia di
lavorare perché si aspetta la manna dallo Stato, il posto e li coccolano tutti
promettendo: ti sistemo, sta’ tranquillo. E se non è lo Stato o la Regione c'è
sempre la ’ndrangheta. E i loro genitori che li curano, li trattano come la
porcellana dietro la vetrinetta della vecchia zia, manovrarla con cura che si
rompe.
In questo caso è chiaro che i cattivi non sono in primis i
clandestini in rivolta. La violenza va repressa. Ovvio. Guai a lasciar
ingrandire il fuoco. Non credo però che queste persone abbiano attraversato in
massa il mare per andare in Calabria a far concorrenza alla ’ndrangheta e per
esercitare la criminalità. Non sarebbero lì a Rosarno a cogliere mandarini. I
cattivi sono di certo quelli che li hanno fatti arrivare in condizioni
disastrose, i governanti locali e nazionali che hanno chiuso due occhi, ma anche
i ragazzi di quelle parti che non hanno voglia di lavorare, specie se è un
affare dove si usano le mani e fa male la delicata schiena per staccare dai rami
i bergamotti, raggranellando magari qualche soldo nell’attesa di meglio. C’era
domanda di manodopera in Calabria, ma niente offerta. Perché no? Perché la
fatica non va bene, è roba da negri, non è vero? E dire che avendo la casa
decorosa lì, si potrebbe anche studiare e lavorare qualche ora negli agrumeti,
in America lo fanno. Anche in Italia. Conosco molta brava gente che frequentava
le serali; lavorava di giorno, roba modesta, poco qualificata, per poi crescere
grazie agli studi. Ma intanto sgobbava, provava le difficoltà della vita, e si
migliora e ci si tempra anche pulendo le strade. Nel mio piccolo sono stato
fortunato, ma mi è capitato di pitturare cancellate e di imbustare medicinali,
invece del bar.
Mi capitò da cronista, negli anni ’80, di fare
un’inchiesta sul lavoro in Calabria, a Lamezia Terme e paesi intorno. C'era
disoccupazione e lamento, come ora, più di ora. Ma raccontai l’avventura di chi
apriva piccole aziende artigiane per fare sedie sulla Sila, coraggiosamente, con
problemi di strade e di trasporto enormi; chi invece di fare il pigro prof di
Stato si metteva insieme con genitori e apriva cooperative scolastiche senza
finanziamenti, piene di entusiasmo. Le fabbriche costruite con le sovvenzioni
erano abbandonate già allora. C’era chi cercava di sviluppare la propria azienda
agricola, mi illustrava come bisognasse fare concorrenza agli spagnoli nel campo
degli agrumi e nel resto, perché quelli si organizzavano (già allora... ). Ma
poi si immalinconì guardando i campi. Mi disse il giovane imprenditore triste:
«È qui in macchina? Prenda una cassetta, raccolga le fragole». «Quanto me le
mette?», «Scherza, sono gratis». Le fragole marcivano nel campo, era estate, ma
i ragazzi non avevano voglia di abbassare la schiena, e se mai si presentasse
qualcuno intervenivano subito le autorità per vedere se era tutto in regola, la
paga in regola eccetera. Ma un ragazzo che tirasse su quel ben d’Iddio, che si
ingegnasse in cooperativa per portare sui mercati e ai supermercati da Roma in
su quella dolcezza fragolina? Niente. I figlioli stavano al bar a ciondolare e a
protestare che non c’era lavoro, sorbendo eccellenti granite al caffè.
Qualcuno si dava da fare, costruiva qualcosa nell’inerzia. Li hanno
fregati tutti. Se non è stata la ’ndrangheta è stata la magistratura
politicizzata. Ricordo il capofila di questa azione di rinascita, era Tonino
Saladino, lo conoscevo dai tempi dell’università a Milano a metà degli anni ’70:
lui studiava veterinaria, ma era fidanzato con una di lettere. Andavamo insieme
a prendere botte dai compagni fuori delle scuole tipo Berchet dove non
lasciavano uscire i ragazzi di Cl senza dargli come minimo l’augurio della morte
e cazzotti vari. Invece di restare a Milano, volle provare a risollevare la sua
Calabria. Andai a vedere quel che faceva: magnifico. Mi disse: «I ragazzi qui
non vedono il rapporto tra il lavoro e il denaro. Il denaro qui non si fa
lavorando, ma avendo il posto e poi arrangiandosi». Tonino Saladino è stato
messo sotto inchiesta. Peraltro anch’io per avergli telefonato un paio di volte.
L’altra sera ad «Annozero» si è visto plasticamente che cosa provoca
l’arrivo dei clandestini. C’era una bella ragazza siciliana, 36 anni, precaria
della scuola, il marito precario musicista a Palermo. Diceva: «Non abbiamo
speranza». Chiedeva alla politica la soluzione. Dall’altra c’era Roberto
Castelli che ha detto la cosa più semplice del mondo. «Perché non prova a darsi
da fare? Mi alzavo alle quattro del mattino con l’auto gibollata e rientravo
alle dieci la sera». Non è la politica che può mettere a posto il Sud, essa deve
creare le condizioni di sicurezza perché se uno vuole impegnarsi, inventando
qualcosa, mettendo su una bottega o un’azienda, possa farlo senza essere vessato
dalla malavita e dalla burocrazia. Ma la prima condizione è quella strana
difficile cosa che si chiama voglia di prendersi le proprie responsabilità, di
mettere via il fazzoletto per le lacrime facili e il megafono dei professionisti
della protesta, e provare persino a raccogliere le arance. Ci sarà meno
immigrazione clandestina. Meno rivolte. Meno problemi con l’islam. Sperare è
possibile, bisogna rischiare di lavorare.
di Renato Farina da Il Giornale
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| scritto da Iron
alle ore 20:47:25 |
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09.01.2010
Ci siamo!
E' altissima la tensione a Rosarno,
in Calabria, per gli scontri tra immigrati e residenti. All'indomani della
rivolta degli extracomunitari, due stranieri sono stati gambizzati da ignoti e
altri due sono stati feriti a colpi di spranghe e bastoni. L'ultimo bilancio
degli incidenti, fornito dal prefetto di Reggio Calabria, Luigi Varratta, sale a
37 feriti: 19 extracomunitari e 18 uomini delle forze dell'ordine. Uno dei
feriti a colpi di spranga sulla statale 18 è in gravi condizioni, sottoposto a
intervento chirurgico e ricoverato in codice rosso, in neurochirurgia a Reggio
Calabria. Grave anche un altro extracomunitario ferito a colpi di spranghe,
mentre il Prefetto ha confermato che gli ultimi feriti a colpi di arma da fuoco
caricati a pallini non destano preoccupazioni. Secondo quanto riferisce l'Ansa,
almeno cinque immigrati sono rimasti feriti in modo non grave dopo essere stati
investiti da auto guidate da italiani. Lo si apprende da fonti investigative,
secondo cui gli incidenti sarebbero avvenuti in prossimità dei posti di blocco
attuati dagli abitanti del posto. In un caso i responsabili dell'investimento
sono stati fermati dai carabinieri. Otto gli arresti: sette cittadini
extracomunitari accusati di devastazione, rissa e violenza a pubblico ufficiale,
e uno degli italiani che ha tentato di investire gli stranieri con l'escavatore,
ferendone uno. L’accusa per lui è di tentato omicidio. Ulteriori momenti di
tensione si sono vissuti, in serata, in località Bosco di Rosarno quando alcuni
abitanti della zona hanno cercato di avvicinarsi e accerchiare la struttura ex
Esac dove sono accampate centinaia di immigrati e cercando di arrivare allo
scontro con loro. Ne è scaturita una fitta sassaiola. Nel primo pomeriggio
di ieri centinaia di extracomunitari, tra i quali alcuni giunti dalle zone
vicine, scortati in testa e in coda dalle forze dell'ordine hanno raggiunto in
corteo il municipio scandendo slogan di protesta. In precedenza alcuni abitanti
di Rosarno avevano raggiunto la zona antistante il municipio. Erano venuti a
contatto con gli immigrati e avevano provato a inseguirli e malmenarli. Un uomo
ha sparato dal terrazzo della sua casa due colpi di fucile in aria per difendere
la moglie e le figlie che guardavano dal balcone e contro le quali erano stati
lanciati sassi da alcuni immigrati che stavano transitando in corteo. Dopo i
colpi, alcuni stranieri sono entrati nell'abitazione ma per protestare
vivamente. Ci sono stati momenti di tensione tra un gruppo di abitanti e le
forze dell'ordine dopo che un giovane era stato fermato perché stava litigando
con un immigrato davanti al municipio. Gli animi si sono calmati dopo che il
giovane è stato rilasciato. In città gruppi di giovani hanno organizzato
ronde spontanee: “Difendiamo la nostra città e le nostre case. Siamo a caccia
degli africani: se vogliono lavorare restino, ma se non c'è lavoro, devono
andare via”, dice qualcuno.Le tensioni tra immigrati e cittadini hanno provocato
numerose reazioni politiche. Secondo il ministro dell'Interno, Roberto Maroni,
c'è stata “in tutti questi anni troppa tolleranza” verso l'immigrazione. Frasi
che hanno scatenato le critiche dell'opposizione. Primo fra tutti, il segretario
del Pd, Pier Luigi Bersani: “Mi dispiace molto che il ministro dell'Interno non
abbia perso l'occasione, anche questa volta, di fare lo scaricabarile sulla
famosa immigrazione clandestina”. Ma anche il ministro della Difesa, Ignazio La
Russa, la pensa come Maroni: “Troppa tolleranza verso i clandestini. Lo Stato ha
il dovere di fare rispettare le leggi, di fare rispettare le regole. Non può
esserci tolleranza, specie per chi usa la violenza in maniera così evidente, per
il solo fatto che è un immigrato”. Il ministro Maroni riferirà su quanto sta
accadendo a Rosarno martedì alle 17 al Senato.
Ci siamo: ecco
a noi il paradiso multirazzista del capitalismo globale. Sappiamo chi dobbiamo
ringraziare (capitalisti, progressisti, comunisti e clero) per la
banlieusizzazione delle periferie, dove avremo solo odi, guerre tra poveri,
multirazzismo; e anche per l'istituzione imminente di quartieri bunker per
ricchi. Stiamo diventando americani, non europei ma occidentali. Stiamo
diventando americani: sfruttati, disgregati socialmente e culturalmente, pronti
a ucciderci tra etnie, clan e tribu, ma sempre disposti a fare i moralisti se
entra in scena un ragazzino viziato come Balotelli che, in una società normale,
sarebbe rimandato senza indugi in collegio. Ma non siamo in una società normale,
sicché continueremo col tormentone Balotelli e intanto sui drammi apocalittici
alla Rosarno ci divideremo tra chi colpevolizzerà gli immigrati e chi gli
italiani; nessuno punterà l'indice dove dev'essere puntato ma, soprattutto,
nessuno farà alcunché per uscire dal paradiso che mercanti di schiavi,
millenaristi e internazionalisti, tutti insieme, ci hanno disegnato. Auguri
gente: benvenuti nel wonderful world dei vincitori del '45: la loro opera si
sta compiendo.
da Noreporter.org
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| scritto da Iron
alle ore 13:04:09 |
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07.01.2010
Prove generali di un nuovo 7 gennaio
Nelle prime ore del 7 gennaio, nel
trentaduesimo anniversario del martirio di Acca Larentia, degli sciacalli
imbecilli hanno gettato bottiglie molotov contro la sede romana di Forza Nuova
di Piazza Vescovio, situata accanto al luogo ove trentuno anni fa degli
intoccabili del Pci avevano assassinato, restando impuniti, il giovane Francesco
Cecchin. E' la seconda volta in pochi giorni che quella sezione di FN viene
presa di mira. Nel frattempo altri due attentati sono stati compiuti a Roma
contro un'altra sede di Forza Nuova, all'Appio Latino e contro una sede del PdL
del Trionfale. Una sola rivendicazione è stata fatta, il volantino riportava
una frase di un ideologo anarchico. Che si tratti di pochi quanto scemi cani
rabbiosi è chiaro a tutti. Che ci siano dei parassiti sanguinari che sperano
nella riedizione, sia pure a dimensione assai ridotta, della spirale della
strategia della tensione è altrettanto evidente. Troppi controllori di strutture
desuete, legate ai servizi segreti, rischiano il posto nella ristrutturazione
europea, troppi politicanti senza bacino elettorale temono il pensionamento.
Ci sono, insomma, dei mangiafuoco e ci sono degli appiccia-fuoco,
probabilmente più idioti e ottusi che coscienti del loro ruolo di
burattini. Finora le offensive sono state tutte a senso unico: gli antifa
hanno fatto gli incendiari e gli assalitori e i loro avversari hanno mantenuto i
nervi calmi evitando ogni reazione e mostrato insieme forza, tanto da mai
soccombere in piazza. Ci sono state campagne nazionali con obiettivi diversi.
Qualche anno fa ci fu l'offensiva incendiaria nazionale contro An. Spesso è
stata bersagliata Forza Nuova. Campagne intensive si sono avute quest'anno su
scala nazionale contro Casa Pound e su scala romana, ora, contro Forza
Nuova. La speranza da parte dei mangiafuoco e dei loro utili idioti è che ci
scappi il morto o il ferito grave affinché la sopportazione intelligente dei
loro avversari cessi di colpo. E' in questo che sperano i bastardi. Non
avrebbero tutta questa speranza se non si sentissero coperti, cullati e
incoraggiati da certe frasi incendiarie, incoscienti, pericolosissime, di Di
Pietro o da alcune grottesche cacce alle streghe della pattuglia Finocchiaro che
pretende – nel 2010 – la repressione contro Casa Pound per apologia di fascismo!
Esattamente come, otto anni prima, avevano fatto nei confronti di FN. A
trent'anni circa dalla fine della spirale dell'odio c'è ancora chi, in
Parlamento e in Senato, ha il coraggio di seminare vento e di lanciare veleno,
di gettare olio sulle fiammelle, per puro calcolo di bottega. Di Pietro, la
Finocchiaro e compagnia bella sono una vergogna ambulante e una mina vagante per
un'intera nazione. E' questa la gente che va fermata: senza se e senza ma,
altrimenti, per la loro criminale incoscienza , ci scapperà il
morto.
di Gabriele Adinolfi
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| scritto da Iron
alle ore 14:25:43 |
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01.01.2010
Operazione Barbarossa. Martirio per la salvezza d'Europa
NOTA: Il Giorno “M” è un libro
scritto da Vladimir B. Rezun (alias Viktor Suvorov), tradotto dal russo in
tedesco da Hans Jaeger, Stoccarda. Ed. Klett-Cotta, 1995, 356 pagine, corredato
di foto, riferimento delle fonti, bibliografia, indice.
Di Daniel W.
Michaels (laureato alla Columbia University ed ora in pensione dopo 40 anni di
servizio presso il Dipartimento Americano della Difesa)
Quando Hitler
lanciò “Operazione Barbarossa“ contro l’Unione Sovietica il 22 Giugno 1941, i
dirigenti tedeschi giustificarono l’attacco definendolo preventivo al fine di
contrastare un imminente invasione della Germania e del resto dell’Europa da
parte dei sovietici.
Dopo la guerra i responsabili politici e militari
più importanti, ancora in vita, furono condannati a morte a Norimberga con
l’accusa di avere, tra le altre cose, progettato e condotto una “guerra
aggressiva” contro l’Unione Sovietica.
Il Tribunale di Norimberga
rifiutò di accettare le tesi della difesa che definiva “Barbarossa” un attacco
preventivo.
Nei decenni successivi, storici, uomini di governo e opere
scritte sull’argomento negli Stati Uniti, in Europa e in URSS, hanno mantenuto
la versione che fu Hitler a venire a meno agli accordi con i sovietici lanciando
il suo attacco traditore a sorpresa, motivato dalla bramosia per le risorse
naturali russe e ucraine, dalla ricerca dello “spazio vitale” e da quel pazzesco
piano che mirava alla “conquista del mondo”.
In questo studio
dettagliato, ben argomentato e documentato, uno specialista russo ha presentato
abbondanti prove che, in sostanza, confermano la tesi tedesca.
Basato
innanzitutto su una scrupolosa analisi della relativa letteratura politica e
militare, nonché sulle memorie di membri di spicco dell’elite di partito e
militare sovietica, l’analista militare Suvorov ha presentato una notevole opera
revisionista che obbliga ad una rivalutazione radicale della concezione a lungo
accettata della storia della Seconda Guerra Mondiale.
L’autore, il cui
vero nome è Vladimir Bogdanovich Rezun, fu addestrato come ufficiale
dell’esercito sovietico a Kalinin e a Kiev. Più tardi, dopo l’espletamento di
servizi nel personale da ufficio e dopo aver completato gli studi all’Accademia
Diplomatica Militare nel 1974, prestò servizio come ufficiale del
controspionaggio militare sovietico (GRU), lavorando per quattro anni a Ginevra
sotto copertura diplomatica. Disertò nel 1978 e gli fu concesso asilo politico
in Gran Bretagna.
Il suo primo libro sull’argomento, IL ROMPIGHIACCIO,
fu inizialmente pubblicato in lingua russa (in Francia) nel 1988, poi seguirono
edizioni in altre lingue, incluso l’inglese.
Fece scalpore negli
ambienti del controspionaggio e militari, specialmente in Europa, perché
documenta attentamente la natura offensiva del massiccio ammassamento militare
sovietico alla frontiera tedesca nel 1941.
Nel libro “Il Giorno M“
Suvorov aggiunge sostanzialmente prove e argomenti presentati ne “Il
Rompighiaccio“.
Sviluppando l’argomento, Suvorov evidenzia l’importanza
centrale riguardante il piano di Stalin dello stratega militare Boris
Shaposhnikov, Maresciallo e Capo di Stato Maggiore. La sua opera più importante,
MOZG ARMII (Il Cervello dell’Esercito), fu per decenni una lettura obbligatoria
per ogni ufficiale sovietico.
Stalin non solo rispettava l’acume
militare di Shaposhnikov ma, insolitamente, gli era simpatico.
Fu il
solo uomo al quale Stalin si indirizzava pubblicamente usando il suo nome
patronimico (Boris Mikhailovich), in Russia una personale forma di riferimento,
meno che formale ma sicuramente rispettosa. Stalin chiamava chiunque altro col
suo cognome preceduto dalla parola “compagno” (esempio: Compagno Zhdanov).
L’ammirazione di Stalin derivava dal fatto che sul suo tavolo teneva sempre una
copia del libro di Shaposhnikov (Mozg Armii).
Il piano di mobilitazione
di Shaposhnikov, fedelmente perfezionato da Stalin, evidenziava un chiaro e
logico programma di due anni (Agosto 1939 – Estate 1941) che sarebbe
inesorabilmente e volutamente culminato in una guerra.
Secondo Suvorov,
Stalin annunciò la sua decisione di perfezionare questo piano ad una riunione
del Politburo il 19 Agosto 1939, quattro giorni prima della firma del patto di
non aggressione germano-sovietico, (fu a questa riunione del Politburo, dopo che
Stalin ebbe concluso le sue draconiane purghe di militari e politici
“inaffidabili”, che il leader sovietico ordinò al Generale Georgi Zhukov di
attaccare e sconfiggere, col sistema classico della guerra lampo, la Sesta
Armata giapponese a Khalkhin-Gol in Mongolia).
Tredici giorni dopo il
discorso di Stalin, le truppe tedesche lanciano l’attacco alla Polonia e, due
giorni dopo il 3 Settembre 1939, la Gran Bretagna e la Francia dichiarano guerra
alla Germania.
Una volta che Stalin decise di imbarcarsi nel processo di
mobilitazione, il regime riconvertì l’economia della nazione, indirizzando le
enormi risorse fisiche e umane dell’Unione Sovietica verso un’economia di
guerra. Per sua natura, questo radicale cambiamento poteva portare solo ad una
logica conclusione: la guerra.
In parole povere, la decisione di Stalin
del 1939 di mobilitare le truppe, stava a significare inevitabilmente la guerra.
RIARMO MASSICCIO
Nel 1938, 1.513.400 uomini prestavano servizio
nell’Armata Rossa. Ciò significava circa l’1% della popolazione sovietica, che è
generalmente considerata la normale percentuale massima, economicamente
sostenibile, di uomini sotto le armi, rispetto alla popolazione.
Come
parte del loro programma di mobilitazione di due anni, Stalin e Shaposhnikov
arrivarono a più che raddoppiare il numero di uomini sotto le armi, arrivando a
oltre cinque milioni.
Durante questo periodo, Agosto 1939 – Giugno 1941,
Stalin mise in campo 125 nuove divisioni di fanteria, 30 nuove divisioni
motorizzate, 61 nuove divisioni corazzate e 79 nuove divisioni aeree, un totale
di 295 divisioni organizzate in 16 armate. Il piano Stalin-Shaposhnikov
prevedeva anche una mobilitazione di ulteriori sei milioni di uomini nell’estate
del 1941 da distribuirsi in ulteriori divisioni di fanteria, motorizzate,
corazzate e aeree.
Fra il Luglio del 1939 e il Giugno del 1941, Stalin
aumentò il numero delle divisioni corazzate sovietiche da zero a 61, con altre
dozzine in allestimento. Per il mese di Giugno 1941 la “neutrale” Unione
Sovietica aveva allestito più divisioni corazzate di tutti gli altri paesi del
mondo messi insieme, una possente forza che poteva effettivamente essere
impiegata solamente in operazioni offensive.
Nel Giugno del 1941 Hitler
gettò all’attacco dieci divisioni meccanizzate, delle quali, ognuna, aveva più
di 340 carri medi e leggeri. Sull’altro versante, Stalin aveva 29 divisioni
meccanizzate, ognuna con 1031 carri leggeri, medi e pesanti. Mentre è vero che
non tutte le divisioni sovietiche erano a pieno regime, va fatto notare che una
singola divisione meccanizzata sovietica era militarmente più forte di due
divisioni tedesche messe insieme.
Quando Hitler attaccò la Polonia il 1°
Settembre 1939, la Germania aveva un totale di sei divisioni corazzate.
Se questa forza tutto sommato leggera può considerarsi una prova
determinante della volontà di conquista del mondo (o almeno dell’Europa) da
parte di Hitler, che cosa possiamo dedurre, chiede Suvorov, dal riarmo di Stalin
che portò alla creazione di 61 divisioni corazzate fra la fine del 1939 e la
metà del 1941, con altre dozzine in allestimento?
Alla metà del 1941,
l’Armata Rossa era la sola forza militare al mondo dotata di carri anfibi.
Stalin, di questi mezzi bellici offensivi, ne aveva ben 4.000. La
Germania nessuno.
Nel Giugno del 1941 i sovietici avevano aumentato il
numero delle loro divisioni paracadutiste da zero a cinque ed il numero dei loro
reggimenti da artiglieria campale da 144 a 341, in ogni singolo caso molto di
più di tutti gli eserciti del mondo messi assieme.
Allo scoppio della
guerra nel Settembre del 1939, la Germania aveva una flotta di 57 sottomarini,
anche questo un fatto che viene spesso citato come prova delle intenzioni
aggressive di Hitler.
Nel contempo però, afferma Suvorov, l’Unione
Sovietica ne possedeva più di 165.
Questi sottomarini non erano dei
mezzi mediocri, ma di buona qualità. Nel Giugno 1941 la marina sovietica aveva
più di 218 sottomarini in servizio e altri 91 in costruzione. Stalin comandava
la flotta sottomarina più grande al mondo, una forza creata per una guerra
aggressiva.
UNA GUERRA “MONDIALE” ? Come fa notare Suvorov,
all’epoca dell’attacco di Hitler del 1939 contro la Polonia, nessuno in Germania
o nell’Europa Occidentale considerava questo come lo scoppio di una “guerra
mondiale”.
Perfino la dichiarazione di guerra contro la Germania da
parte dell’Inghilterra e della Francia due giorni dopo, il 3 Settembre 1939, non
portava alla considerazione di una “guerra mondiale”.
Fu solo molto più
tardi, guardando a ritroso, che la campagna tedesco-polacca venne considerata
l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Solo a Mosca, scrive Suvorov, fu ben
chiaro fin dall’inizio che era scoppiata una guerra mondiale.
Riprendendo le conclusioni di storici del calibro di A.J.P. Taylor e
David Hoggan, Suvorov precisa che Hitler non volle e non pianificò un conflitto
su scala europea nel 1939.
Furono le dichiarazioni di guerra britanniche
e francesi contro la Germania che trasformarono un conflitto locale fra Germania
e Polonia in un conflitto esteso all’Europa.
Inoltre Hitler non
autorizzò la conversione dell’economia della sua nazione in una economia di
guerra. Il capo del GRU sovietico Ivan Proskurov informò dettagliatamente Stalin
che l’industria tedesca non era improntata ad una guerra su ampia scala. In
effetti la Germania non trasformò la sua industria a vocazione bellica fino al
1942, due anni dopo l’Unione Sovietica. Ma mentre la produzione di armi e mezzi
militari sovietici raggiunse il suo picco nell’estate del 1941, la Germania ci
arrivò soltanto nel 1944, tre anni più tardi. Troppo. PIANO D’ATTACCO
Suvorov presenta un enorme quantità di prove a dimostrazione che Stalin
stava preparando una massiccio attacco a sorpresa contro la Germania da
lanciarsi nell’estate del 1941 (Suvorov ritiene che l’attacco fosse previsto per
il 6 Luglio 1941). A preparazione di ciò, i sovietici avevano dispiegato enormi
forze proprio sulla frontiera tedesca, incluso paracadutisti, campi di volo, una
vasta serie di armamenti, munizioni, carburante e altri rifornimenti.
Nell’Aprile del 1941 l’Armata Rossa ordinò un massiccio spiegamento di
pezzi d’artiglieria e di munizioni alla frontiera, il tutto ammassato
all’aperto. Solo questo prova, scrive Suvorov, prova l’intenzione di Stalin di
attaccare perché questo armamento andava usato prima dell’autunno quando le
piogge annuali sarebbero cominciate.
Ammassare le munizioni all’aperto
nel 1941 significava che un attacco si sarebbe dovuto avverare nello stesso
anno. “una diversa interpretazione di questo fatto non sarebbe plausibile “,
scrive. Suvorov riassume:
“Studiando la documentazione d’archivio e le
pubblicazioni ufficialmente disponibili, arrivai alla conclusione che il
trasporto (nel 1941) verso la frontiera di milioni di stivali, munizioni, pezzi
di ricambio e lo spiegamento di milioni di soldati, migliaia di carri armati e
di aerei, non poteva essere una svista o un errore di calcolo, ma piuttosto
doveva essere il risultato di una politica ben meditata. Tutto questo aveva come
scopo di preparare l’industria, il sistema dei trasporti, l’agricoltura, il
territorio dello stato, la popolazione sovietica e l’Armata Rossa ad
intraprendere la guerra di “liberazione” nell’Europa centrale e occidentale. In
poche parole questo modo di procedere viene chiamato mobilitazione. Fu una
mobilitazione segreta. La dirigenza sovietica preparava l’Armata Rossa e
l’intero paese per la conquista della Germania e dell’Europa occidentale. La
conquista dell’Europa occidentale fu la ragione principale per la quale l’Unione
Sovietica scatenò la Seconda Guerra Mondiale. La decisione finale di iniziare la
guerra fu presa da Stalin il 19 Agosto 1939“
Il piano sovietico, spiega
Suvorov, prevedeva un attacco su due fronti importanti: il primo, ovest e
nord-ovest, esattamente verso la Germania, ed un secondo, anch’esso potente,
verso sud-ovest in Romania per impossessarsi velocemente dei pozzi di petrolio.
L’invasione si sarebbe composta di tre fasi strategiche principali. La
prima fase consisteva di 16 armate d’invasione e diverse dozzine di corpi e
divisioni per incursioni ausiliarie composte da professionisti dell’Armata Rossa
addestrati ad irrompere nelle linee tedesche.
La seconda fase
strategica, costituita da sette armate di truppe di inferiore addestramento
(inclusi molti prigionieri dei gulag), avrebbe assicurato e allargato gli
sfondamenti della prima fase.
La terza fase, costituita da tre armate
principalmente composte da truppe dell’NKVD, avrebbe garantito l’occupazione
sovietica. Essa avrebbe colpito qualsiasi potenziale resistenza, circondando e
uccidendo l’elite militare, politica e sociale tedesca come era già stato
ampiamente messo in atto negli stati Baltici e nella Polonia orientale (vedi
massacro di Katyn).
Come principale aereo da attacco Stalin scelse il
modello “Ivanov” (uno dei sopranomi di Stalin), più tardi denominato Su-2, un
bombardiere da attacco molto efficiente che fu prodotto e utilizzato in grande
quantità. Stalin ordinò la costruzione di oltre 100.000 Su-2 e l’addestramento
di 150.000 piloti. Dal peso di 4 tonnellate, l’Su2 aveva una velocità massima di
486 Km/h, un raggio d’azione di 1200 Km. ed una capacità di carico di 400-600
Kg. di bombe.
Simile ma superiore al bombardiere da picchiata tedesco
JU-87 “Stuka”, assomigliava molto al giapponese Nakajima B-5N2 che fu il
principale aereo da guerra usato nell’attacco a Pearl Harbor.
LA
SOTTOVALUTAZIONE DI HITLER Per decenni gli storici di regime hanno
mantenuto la versione che Stalin si fidava di Hitler.
Quest’immagine di
uno Stalin fiducioso e di un Hitler traditore viene largamente e ufficialmente
accettata negli Stati Uniti e in gran parte dell’Europa.
Suvorov sfida
questa versione e, anzi, afferma che fu Hitler a sottovalutare fatalmente
l’astuzia di Stalin durante almeno 15 mesi, finché fu troppo tardi.
Mentre Hitler riuscì a sventare il grande piano di invasione di Stalin,
il leader tedesco sottovalutò drammaticamente la magnitudo e l’aggressività
della minaccia sovietica.
Suvorov scrive: “Hitler comprese che Stalin
stava preparando un invasione ma non riuscì a stimare l’entità dei preparativi
di Stalin. A Hitler non era chiaro quanto grande e quanto vicino fosse il
pericolo “.
Gli storici, puntualizza Suvorov, non spiegano in modo
adeguato perché Hitler decise di attaccare l’Unione Sovietica in un momento in
cui la Gran Bretagna non era ancora soggiogata, impegnando quindi la Germania in
una pericolosa guerra su due fronti.
Spesso danno come spiegazione la
bramosia di Hitler per il cosiddetto LEBENSRAUM (spazio vitale). Addirittura,
l’autore russo scrive: “Stalin non diede altra alternativa a Hitler. La
mobilitazione segreta sovietica era di così enormi dimensioni che sarebbe stato
difficile ignorarla. Essa si estese ad un punto tale che non sarebbe stato più
possibile mascherarla. Per Hitler l’unica possibilità rimastagli era un attacco
preventivo. Hitler batté Stalin in due settimane”.
Stalin non aveva
bisogno che di avvisare dell’attacco Churchill, Roosevelt o la spia sovietica
Richard Sorge. Egli aveva già predisposto i suoi preparativi per sistemare la
Germania. Ma avendo preparato le sue forze per una guerra offensiva, Stalin non
fece niente per un’eventuale azione difensiva.
I tedeschi, scrive
Suvorov, ebbero il temporaneo vantaggio della sorpresa perché furono in grado di
posizionare e lanciare le loro forze d’attacco due settimane prima del previsto
sfondamento dell’Armata Rossa, cogliendoli così completamente impreparati. La
sorpresa fu più che grande perché Stalin non credeva che i tedeschi avrebbero
aperto un secondo fronte a Est mentre si trovavano ancora impegnati contro gli
inglesi. Ciò che contribuì anche allo spettacolare ed iniziale successo
germanico fu il coraggio e la professionalità del soldato tedesco.
Suvorov scrive:
“La sconfitta sovietica all’inizio della guerra
(Giugno-Settembre 1941) era dovuta al fatto che la Wehrmacht tedesca lanciò il
suo attacco a sorpresa proprio nel momento in cui l’artiglieria sovietica stava
per essere spostata sul confine. L’artiglieria non era preparata ad affrontare
una guerra difensiva e alla data del 22 Giugno essa non era ancora in grado di
andare all’offensiva “.
Siccome la Germania mancava delle risorse
naturali per sostenere una guerra di lunga durata, Hitler poteva avere la meglio
solo se fosse riuscito a soggiogare la Russia completamente nel giro di quattro
mesi, cioè, prima dell’arrivo dell’inverno.
In questo egli sbagliò.
Durante l’estate e l’autunno del 1941 Hitler spaccò ma non distrusse la macchina
militare sovietica. Fra l’altro, i tedeschi riuscirono ad ottenere uno
stupefacente iniziale successo utilizzando i magazzini di rifornimento
sovietici, catturati durante quei primi mesi.
Nell’Operazione
Barbarossa, Hitler impiegò 17 divisioni corazzate contro i tedeschi. Dopo tre
mesi di combattimenti, di questi carri armati ne rimase solo un quarto, mentre
le fabbriche di Stalin non solo producevano molti più carri ma anche di migliore
qualità.
Durante i primi quattro mesi dell’Operazione Barbarossa, le
forze dell’Asse distrussero forse il 75% della capacità bellica di Stalin,
eliminando così l’immediata minaccia all’Europa. Tra il Luglio e il Novembre del
1941, le forze tedesche catturarono o misero fuori uso 303 stabilimenti di
munizioni, granate, polvere da sparo che producevano annualmente l’85%
dell’intera produzione sovietica di munizionamenti.
Ma, come Suvorov fa
notare, questo non bastò: “L’attacco di Hitler non poteva più salvare la
Germania. Stalin non solo aveva più carri armati, pezzi d’artiglieria e aerei,
più soldati e ufficiali, ma egli aveva già convertito le sue fabbriche in
industrie belliche e poteva produrre armamenti nelle quantità che desiderava “.
Il 29 Novembre 1941 il Ministro degli armamenti del Reich Fritz Todt
informò Hitler che da un punto di vista dell’economia di guerra e degli
armamenti, la Germania aveva già perso la guerra.
Stalin riuscì a
farcela perché il residuo 25% della gigantesca economia di guerra sovietica,
incluso il 15% della sua produzione di munizioni, per lo più situato ad est del
Volga, negli Urali ed in Siberia, rimase intatto. Così, avendo in mano solo una
frazione della sua iniziale superpotenza, Stalin fu ancora in grado di vincere
le decisive battaglie di Stalingrado, Kursk e Berlino e sconfiggere le potenti
forze tedesche (e gli alleati dell’Asse). Ciò che ha contribuito sostanzialmente
alla vittoria sovietica fu l’entrata in guerra degli Stati Uniti, il decisivo
appoggio americano e, ovviamente, la leggendaria e stoica durezza del soldato
russo.
Sebbene Hitler sparò il primo colpo, alla fine della guerra
Stalin controllava Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Cecoslovacchia e
Germania Orientale.
Evidenziando il fatto che Hitler rinviò
ripetutamente la data d’inizio dell’Operazione Barbarossa, Suvorov sostiene:
“Supponiamo che Hitler avesse rinviato ulteriormente l’attacco contro
Stalin e Stalin avesse iniziato le ostilità il 6 Luglio 1941. Proviamo ad
immaginare cosa sarebbe successo se Hitler avesse dilazionato il suo attacco
diventando così vittima egli stesso del devastante attacco preparato da Stalin.
In tal caso Stalin non avrebbe avuto appena il 15% della capacità produttiva
dell’industria del munizionamento, ma bensì il 100%. In questo caso, come si
sarebbe conclusa la Seconda Guerra Mondiale? “
In questa situazione non
è irragionevole supporre che per Novembre-Dicembre 1941 le forze sovietiche
avrebbero raggiunto l’Atlantico, facendo sventolare la bandiera rossa su
Berlino, Parigi, Amsterdam, Roma e Stoccolma. RINVENUTO IL TESTO DI UN
DISCORSO Dalla pubblicazione del libro “Il Giorno M“, gli studiosi russi
hanno ricercato ulteriori prove dagli ex archivi sovietici che confermino le
tesi di Suvorov ed obblighi ad una radicale riscrittura della storia della
Seconda Guerra Mondiale.
Mentre è probabile che molti documenti siano
stati rimossi o distrutti, sono state ritrovate alcune carte rivelatrici. Uno
dei più importanti documenti, nascosto per lungo tempo, è il testo completo del
discorso segreto di Stalin del 19 Agosto 1939. Per decenni i principali
esponenti sovietici negarono che Stalin avesse rilasciato queste dichiarazioni,
insistendo addirittura che in quella data non si tenne alcuna riunione del
Politburo. Altri hanno affermato che il discorso era una falsificazione.
La storica russa T.S. Bushuyeva trovò una versione del testo fra i
documenti segreti degli Archivi Speciali dell’URSS e la pubblicò insieme ad un
commento, sull’importante giornale russo Novy Mir (N° 12, 1994). Lo scrittore
tedesco Wolfgang Strass parla di questo, e di altre recenti scoperte da parte di
storici russi, nell’edizione dell’Aprile 1996 del mensile tedesco Nation und
Europa.
In base alle conoscenze di questo critico, nessun storico
americano ha mai divulgato pubblicamente il testo del discorso.
Va
tenuto in considerazione che il discorso fu rilasciato proprio mentre i
dirigenti sovietici stavano negoziando con i rappresentanti francesi e
britannici circa una possibile alleanza militare con la Gran Bretagna e la
Francia, e mentre i dirigenti sovietici e tedeschi stavano discutendo di un
possibile patto di non aggressione fra i loro paesi. Quattro giorni dopo questo
discorso, il ministro degli esteri tedesco Von Ribbentrop si incontrò con Stalin
al Cremino per firmare il patto di non aggressione russo-tedesco.
In
quel discorso Stalin dichiarava:
“La questione della guerra o della pace
per noi è entrata in una fase critica. Se concludiamo un patto di mutua
assistenza con Francia e Gran Bretagna, la Germania si ritirerà dalla Polonia e
cercherà un modus vivendi con le potenze occidentali. La guerra verrebbe evitata
ma su questa strada le cose potrebbero diventare pericolose per l’URSS. Se
accettiamo la proposta tedesca e concludiamo un patto di non aggressione fra di
noi, la Germania invaderà la Polonia e l’intervento armato della Francia e
dell’Inghilterra sarà inevitabile. L’Europa occidentale sarebbe soggetta a seri
sconvolgimenti e disordini. A queste condizioni sarebbe per noi una grande
opportunità restarcene fuori dal conflitto e potremmo programmare il momento
opportuno per entrarvici. L’esperienza degli ultimi 20 anni ha dimostrato che in
tempo di pace il movimento comunista non è sufficientemente forte da prendere il
potere. La dittatura di questo partito potrà diventare possibile solo come
risultato di un conflitto esteso. La nostra scelta è chiara. Dobbiamo accettare
la proposta tedesca e mandare a casa cortesemente la delegazione francese e
inglese. Il nostro immediato vantaggio sarà quello di prenderci la Polonia fino
alle porte di Varsavia, nonché la Galizia ucraina….”
Riassumendo,
Wolfgang Strass fa rilevare che Stalin si impegnava per arrivare ad una guerra
su scala europea, una guerra di sfinimento che avrebbe abbattuto gli stati ed il
sistema europeo. Dopodiché sarebbe entrato nel conflitto sulle rovine
dell’Europa “capitalista” per imporre la sovietizzazione con la forza militare.
(la parola “sovietizzazione”, che in russo si dice “Sovietizatsia”, emerge
ripetutamente nel suo discorso)
Mentre niente di questo discorso
confermi ulteriormente le intenzioni aggressive di Stalin, la prudente Bushuyeva
cita Clausewitz circa le guerre che tendono ad assumere le loro direzioni e
dimensioni indipendentemente da ciò che una parte o l’altra possa aver
programmato o detto.
STORIA DOLOROSA Nel suo articolo su Novy
Mir la Bushuyeva scrive del dolore che i russi dovranno ora patire apprendendo
che gran parte di ciò che per decenni cedettero fosse la “ Grande Guerra
Patriotica” è falso. Essa fa notare che i giovani nati dal 1922 al 1925, che
furono mandati in guerra da Stalin, solo il 3% sopravvisse al conflitto. Scrive
la Busheyava: “La gravità della tragedia che investì il nostro esercito di
cinque milioni di uomini nel Giugno del 1941 deve essere investigata a fondo. Il
male che i dirigenti sovietici avevano programmato su altri, improvvisamente,
per via di un destino imperscrutabile, ha colpito il nostro proprio paese “.
Sarebbe facile, continua la Bushuyeva, maledire coloro che “riscrivono”
la storia e continuare a credere ai miti ed ai simboli che richiamano al nostro
orgoglio nazionale, al patriottismo del popolo russo. “Sì, si potrebbe
continuare come prima“, scrive la storica, “se non fosse per una circostanza
particolare. L’uomo è fatto in modo che la verità, per quanto dolorosa, alla
fine è più importante della falsa gioia di vivere nella menzogna e
nell’ignoranza “.
Suvorov afferma altresì che molti russi lo disprezzano
per le sue rivelazioni. Egli scrive:
“Ho sfidato la sola cosa sacra alla
quale il popolo russo è ancora attaccato: il loro ricordo della “Grande Guerra
Patriotica”. Ho sacrificato ogni cosa a me cara per scrivere questi libri.
Sarebbe stato intollerabile morire senza aver rivelato al mio popolo ciò che
avevo scoperto. Disprezzate i libri! Disprezzate me! Ma cercate almeno di
capire”.
ULTERIORE CONFERMA In seguito alla pubblicazione del
discorso di Stalin su Novy Mir, gli storici della Novosibirsk University
intrapresero un importante studio revisionistico sulla situazione dell’immediato
periodo pre-bellico. I risultati di queste ricerche furono pubblicate
nell’Aprile del 1995. La storica russa I. V. Pavlova affermò senza mezzi
termini, in un suo intervento al seminario di ricerca, che gli storici del
Partito Comunista per molti anni fecero di tutto per occultare sotto una
montagna di menzogne i retroscena, le origini e lo sviluppo della Seconda Guerra
Mondiale, incluso il discorso di Stalin dell’Agosto 1939.
Un altro
studioso che partecipava, V. L. Doroshenko, disse che nuove prove evidenziano
che “Stalin provocò e scatenò la Seconda Guerra Mondiale “.
Affermando
che Stalin ed il suo regime avrebbero dovuto essere processati a Norimberga,
Doroshenko spiega:
“Non tanto perché Stalin aiutò Hitler ma perché era
nell’interesse di Stalin che la guerra iniziasse. Primo per via del suo
obiettivo generale di conquistare il potere in Europa e, secondo, per via
dell’immediato vantaggio acquisito distruggendo la Polonia e impossessandosi
della Galizia. Ma il motivo più importante per Stalin era la guerra stessa. Il
collasso dell’ordine europeo gli avrebbe reso possibile instaurare la sua
dittatura su tutta l’Europa. Per questo, Stalin volle momentaneamente starsene
fuori dalla guerra, con l’intenzione di entrarvi solo al momento opportuno. In
altre parole, il patto di non aggressione liberò le mani a Hitler ed incoraggiò
la Germania a scatenare una guerra in Polonia. Come Stalin firmò il patto, era
già determinato a infrangerlo. Fin dall’inizio, quindi, egli non intendeva
affatto evitare il conflitto ma, al contrario, tuffarvisi nel momento più
adatto”.
IMPORTANTE PASSO AVANTI REVISIONISTA Fa meravigliare il
coraggio mostrato da questi storici russi nella loro determinazione nel venire a
patti con questo capitolo di storia carico di emozioni. Essi dimostrano un
maggiore franchezza e apertura mentale nel confrontarsi con i tabù della storia
del XX secolo, di quanto faccia la loro controparte in Europa occidentale e
negli Stati Uniti.
Ci sono però delle eccezioni. Negli anni recenti,
alcuni storici occidentali avevano esposto questa visione drasticamente
revisionista della storia della Seconda Guerra Mondiale. Fra questi lo storico
tedesco Max Kluever nel suo libro del 1986 “1941–PRAEVENTIVSCHLAG (1941 –
Attacco Preventivo)” e lo studioso austriaco Ernst Topitsch in “ STALINS KRIEG“
(La Guerra di Stalin), pubblicato in inglese nel 1987 dalla St. Martin’s Press
col titolo di “STALIN’S WAR “.
Lo storico americano R.H.S. Stolfi
riporta le opinioni di Suvorov nel suo libro del 1991 “HITLER’S PANZERS EAST:
WORLD WAR II REINTERPRETED “ (I Panzer di Hitler a Est: la Seconda Guerra
Mondiale Reinterpretata – Recensione nel Journal of Historical Review del
Novembre-Dicembre 1995), e lo storico tedesco Dr. Joachim Hoffmann apportò nuove
considerazioni al tema grazie al suo impressionante studio del 1995 nel libro
“STALINS VERNICHTUNGSKRIEG 1941-1945“ (La Guerra di Sterminio di Stalin
1941-1945).
Secondo Wolfgang Strass, le nuove rivelazioni circa il
discorso di Stalin per lungo tempo tenuto nascosto e la reazione all’argomento
da parte di storici russi più giovani, costituiscono una vittoria per il
revisionismo europeo e rappresentano un importante passo vanti nella ricerca
storica.
Intanto, Suvorov e altri storici continuano a ricercare prove
storiche. Oltre al lavoro di ricerca d’archivio, Suvorov afferma che, in
supporto al libro “Il Rompighiaccio” e “Il Giorno M”, veterani sovietici e
tedeschi della Seconda Guerra Mondiale gli hanno scritto per portare ulteriori
prove a conforto delle sue tesi. Egli sostiene il suo caso in un terzo libro
“THE LAST REPUBLIC” (L’Ultima Repubblica), recentemente pubblicato in russo,
nonché in un quarto volume sullo stesso tema ma non ancora
pubblicato.
Fonte: Insitute of Historical Review (USA)
Traduzione a cura di: Gian Franco SPOTTI
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30.12.2009
Feltri sulla Polverini
Dà fuoco alle polveri ma non
brucia. Solleva polvere ma non inquina. Un po’ come quelle avvertenze che si
leggono sui prodotti a rischio, le battute su Renata Polverini si
sprecano. Anche se gliele fanno, però, come accadeva fin dall’asilo,
rigorosamente dietro le spalle.
Primo: perché lei appena si gira, sempre che le vada di
voltarsi e di salutare prima di congedarsi, mette a posto tutti con uno sguardo.
O con uno dei suoi sorrisi (che poi sono dello stesso genere dello sguardo).
Secondo: perché lei adesso, anche se nonsisabeneperché (o forse lo si sa fin
troppo bene) è una che conta. Forse non conterà troppi iscritti nel suo
sindacato, l’Ugl (su questo punto torneremo fra poco), ma conta dove, dati i
tempi che corrono, importa contare. Cioè nei salotti televisivi buoni che hanno
sostituito le sale da tea di una volta. Nelle feste comandate, intendendo per
tali non Natale e Pasqua, ma quelle che si danno tra piazza Navona e piazza
Affari. Ai tavoli di consultazione e davanti a una telecamera con vista. Insomma
lei, la nuova Renata d’Italia, c’è. Sempre. Ed è una sicurezza. Perché
rappresenta un po’ la pasticceria finissima. Ovvero la sicurezza di un tempo,
nei salotti buoni di un tempo. Quarantasette anni compiuti il 14 maggio, figlia
di una delegata della Cisnal da cui ha appreso, fin da giovanissima, la passione
e l’impegno per il sindacato, si è ritrovata a guidare, prima donna in Italia a
ricoprire tale incarico, a 44 anni, l’Ugl. Acronimo che nulla a che vedere con
la gioventù del littorio (pur essendo l’organizzazione sindacale della nuova
destra), ma che sta per Unione generale del lavoro.
Già, la destra. Sarà perché viene da quella parte che
Renata Polverini, nella sua straordinaria e fulminea carriera, si è presa sempre
la precedenza. È accaduto nella corsa alla candidatura per il Governatorato
della Regione Lazio. Dalle vie laterali di An erano infatti usciti Giorgia
Meloni, ministro della gioventù e Andrea Augello, sponsorizzato dal sindaco di
Roma, Gianni Alemanno. Ma lei, la Renata dal turbo nel motore, è passata per
prima, a gran velocità. E sotto l’Albero ha trovato il pacchetto-regalo della
sua investitura ufficiale. Non è un mistero per nessuno che il suo turbo si
chiami Gianfranco Fini. Molti considerano, e non a torto, Renata una sua
creatura. Lui per primo ne avrebbe apprezzato l’eloquio e la sua capacità
mediatica. E, come è giusto che sia, lei lo ripaga ogni volta che può
definendosi finiana di ferro. Ma c’è anche un’altra corrente di pensiero che
circola nell’orbita di Palazzo Madama, e cioè che sia vero l’esatto contrario.
Che la Polverini sia il sintomo della crescita di Fini o meglio della sua
autostima. Ragion per cui l’ex leader di An per salire di tono e andare a
mettere i bastoni tra le ruote del Cavaliere si sta appoggiando a personaggi di
grande abilità mediatica. Come lei, appunto. Solo che ogni volta che può lei
strizza l’altro occhio a sinistra.
Fateci caso, sfogliate il suo personalissimo Bignami
della sindacalista-modello e vi ritroverete decine e decine di frasi fotocopiate
dal prontuario della Cgil. Illuminante la sua frase preferita: «Liberista mai.
Sono per un socialismo buono e una migliore distribuzione della ricchezza. La
redistribuzione capitalista è una favola perché i deboli si impoveriscono e i
ricchi lo diventano a dismisura». In ogni caso la Cgil resta la motrice cui lei
ha attaccato il vagoncino della sua Ugl per farla arrivare dove è arrivata.
Nonostante i numeri che non ha. Già, perché il rapporto Censis numero 43 uscito
fresco fresco parla chiaro: mentre è aumentato il numero degli iscritti ai
sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil, che oggigiorno sono 14 milioni e 412.566
mila cioè 173.884 in più rispetto all’anno precedente; mentre la Confsal, la
confederazione degli autonomi, conferma e migliora il suo quarto posto nel
panorama nazionale, l’Ugl è l’unico sindacato a perdere iscritti. È passato
infatti dai 2.145.995 del 2007 ai 2.054.063 del 2008. In altre parole, laggiù,
nella base, qualcuno non ama la Polverini, perché 91 mila e passa iscritti in
meno pesano. O almeno dovrebbero pesare quando ci si siede ai tavoli delle
contrattazioni. Ma Renata i numeri non li dà. O almeno non ama darli. E se è
vero che quelli del pubblico impiego sono molto più difficili da offuscare, è
altrettanto vero che lei, regina della parlantina e incantatrice di
intervistatori, ha buon gioco a parlare dei suoi trionfi sulla contrattazione
sul fronte privato. Perché i numeri nel privato non sono noti. In quest’ambito
Confindustria lascia liberi i suoi aderenti di sedersi al tavolo con chi meglio
garba. E quindi chi strilla di più o vende meglio il suo fumo, fa più
impressione.
Innegabilmente Polverini Renata la sua impressione la fa.
Ha fascino, forse il fascino che a volte può suscitare una carte vetrata, ma ce
l’ha. Indossa sempre pantaloni, per sottolineare la sua personalità determinata,
ma vivaddio, pare non resista come gran parte delle donne al richiamo di scarpe,
borse, camicette meglio se griffate. E nella sua Ugl ha voluto quasi tutte donne
ai posti di comando e sottocomando. È un’ottima stratega che ha saputo cavalcare
abilmente successi e amicizie. Ha la pelle dura e camaleontica che ogni politico
indossa quando si butta nell’agone e fa promesse che non manterrà. A proposito
di una che arriva da destra ma guarda spesso a sinistra, miss Polverini, pare
abbia usato questo giro di parole: «Sono di destra come Cicciolina è vergine».
Più certo è che Walter Veltroni, allora alla guida del Pd, le chiese di
candidarsi per loro alle Politiche. Lei rifiutò lusingata e questo le servì per
rimanere in un certo giro di tartine alla caviar-gauche. Così Giovanni Floris,
uno degli chef prediletti da questo genere di intellighenzia ha preso ad
invitarla sistematicamente nel suo Ballarò. Dimenticavamo: omaggiata ieri
dell’attenzione del Fatto, della premiata ditta Travaglio & C, Renata
Polverini sempre ieri è finita sotto i riflettori del Fatto quotidiano di
Raidue, giusto per ringraziare. «Se c’è stima per me da parte della sinistra è
un ulteriore riconoscimento per il mio lavoro e spero che continuino a pensarla
in questo modo». Tranquilla, reginetta Renata.
Lei non sarà simpatica a Bonanni e nemmeno ad Angeletti. Ma
in compenso Epifani l’adora. Quanto a D’Alema lo ha definito «il mio politico
preferito». Dopo Fini, s’intende.
di Gabriele Villa
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28.12.2009
La guerra nel corridoio
L'invidia, la gelosia, il servilismo
e le congiure di palazzo sono gli ingredienti principali delle liti politiche di
casa nostra ma non spiegano tutto. Esistono anche altre chiavi di lettura -
intervenute successivamente, perché vi si sono orientati, poi, i singoli
animati, prima, dai risentimenti e dall'ostilità - che hanno una seria valenza
politica. Trentasei anni fa, quando sostenni l'esame di “storia dei partiti
politici”, mi fu assegnato come testo aggiuntivo “La destra in Francia”, credo
che fosse di Rémond René. L'analisi era interessante, vieppiù se consideriamo
che fu proprio in Francia che le categorie di destra e sinistra si formarono;
ergo il significato assume un valore maggiore di quello che avrebbe avuto se il
libro avesse trattato di un particolarismo belga, irlandese o
portoghese. Quella traccia ci sarà utile a interpretare l'oggi.
Legittimismo, Bonapartismo, Orleanismo
L'autore schematicamente divideva la
destra in tre filoni storico-culturali che si differenziano tra loro:
Legittimismo, Bonapartismo e Orleanismo. Il Legittimismo si fonda sulla
legittimità dall'alto: cioè su Trono e Altare, e rifiuta o ripudia le tendenze
tribunizie. Il Bonapartismo si basa sulla figura del capo che interpreta la
volontà popolare e che ha un forte legame emotivo diretto con le masse; e si
delinea, al contempo, sulla mobilitazione popolare: è insomma un cesarismo
tribunizio. L'Orleanismo, che prende il nome dal ramo cadetto della monarchia
francese, sempre in congiura per l'usurpazione del Trono, è parlamentarista,
liberale, liberista, moderatamente “illuminato” e sostanzialmente
classista. L'autore, fatte queste precisazioni, analizzava come le tre grandi
tendenze della destra (o forse sarebbe meglio dire “a destra”) si erano
incontrate, scontrate, fuse, separate, durante la storia francese dalla
Restaurazione fino al Gollismo.
Bonapartisti e orleanisti nella maggioranza
Nella lettura delle liti di
condominio che avvengono oggi intorno al governo, questa chiave di lettura ci
può aiutare per individuare l'anima e la cultura dei differenti comprimari
perché taluni elementi sostanziali sono presenti, benché, ovviamente, la
situazione sia diversa oggi in Italia rispetto a ieri in Francia. Non si può
parlare di un vero e proprio Bonapartismo se a questo vogliamo attribuire quei
dati culturali e mentali che lo hanno poi rigenerato nel Fascismo e nel
Peronismo. Se però lo prendiamo in senso lato, come matrice politica avversa
alla delega e animata dalla preferenza espressa per un filo diretto con la
popolazione, se quindi accettiamo la tesi dell'autore secondo la quale vi è una
discendenza bonapartista anche nel Gollismo, diventa agevole concludere che
questa vocazione accomuna Berlusconi, i suoi fedelissimi e la Lega. Più piena
è la corrispondenza tra l'antico e il nuovo Orleanismo, inteso come un classismo
sociale, istituzionalmente parlamentarista, strettamente oligarchico,
moderatamente iluminato, che briga contro ogni Auctoritas e che fa sua la
cultura della congiura. Fini non perde occasione per esprimersi in quella
direzione, per di più con gli stessi metodi e la stessa moralità degli Orléans
d'antan. Inoltre gli orleanisti rappresentavano il partito inglese in Francia e
Fini da anni fa piedino con la City. In questa guerra di posizione tenta di
inserirsi come “risolutore”, più come un nuovo Thiers che come quel moderno
Colbert che tutti dicono, Giulio Tremonti che prova costantemente a rispondere
sia alle istanze bonapartiste che a quelle orleaniste; lo si ricava agevolmente
leggendo il suo libro e anche i suoi migliori interventi pubblici che sono
pervasi di giustissime e radicali accuse al sistema glob/liberal ma che si
concludono sempre con esiti compromissori.
La
gran differenza
Non si tratta di questioni formali o
capziose. Un Bonapartismo declinato, sia pure in forma di un democraticissimo
Gollismo, si fonda per forza sulla sovranità nazionale e popolare ed è destinato
per sua natura e per le sue priorità nelle scelte, anche economiche, a favorire
nel quadro internazionale le tendenze di “scissione” dal cosmopolitismo
mercantile e non quelle di ricomposizione unitaria, propugnando così l'avvento
di un modello nazional-continentale. Assume dunque in sé due valenze
d'importanza capitale: tende, volontariamente o meno, al riscatto dell'autonomia
nazionale e all'incrintaura del sistema internazionale. L'Orleanismo va
esattamente nella direzione opposta: garantisce il sistema internazionale
andando a minare ogni autonomia e sovranità sia nazionale che popolare. Come
pensi Tremonti di rappresentare ambo le tendenze non è dato sapere, perché ne
prevarrà una soltanto e la loro coesistenza potrà, al massimo, essere formale,
ma sarà la coabitazione tra un vincitore e un vinto.
Il
Legittimismo zoppo
Resta il Legittimismo o, per meglio
dire, quello che esiste in Italia, ossia un Legittimismo zoppo. La nostra
storia è così differente da quella francese che, in assenza di una dinastia e di
una tradizione monarchica italiana degne di questo nome, una corrente
legittimista non ha mai potuto formarsi per davvero. Ciò non ha impedito che
una sensibilità fondata sul nostalgismo e sulla speranza che le soluzioni
vengano prima o poi da un deus ex machina assumesse varie forme antropologiche e
(sotto)culturali. A destra abbiamo così due generi diversi di Legittimismo.
L'uno è sentimentale e si rifà non tanto al Fascismo in sé (ché è
prevalentemente bonapartista) quanto al Msi assediato, al simbolo della Fiamma,
o a figure mitizzate ed angelizzate come Almirante. Ciò produce una soggettiva
fedeltà emotiva a una presunta età dell'oro. Questo sentimento lo ha
costantemente capitalizzato la Fiamma Tricolore che puntando solo su di esso è
andata a raccogliere voti e rimborsi senza mettere mai l'accento su quelle
progettualità che i quadri di base si affannavano a proporre. Ha invece
frainteso la Destra di Storace allorquando ha provato a mescolare quel
“legittimismo” irrazionale con manovre politiche trasversali, come è accaduto
alle ultime europee e lo ha pagato carissimo. Ciononostante i resti di quel
partito hanno ancora una carta da giocare: se si porranno come fedeli di
Berlusconi da destra contro l'orelanismo finiano troveranno ancora un
elettorato.
Un
Legittimismo zoppo meno sentimentale
Un Legittimismo più politico c'è ma
si è accontentato, in mancanza di un Trono, di legarsi all'Altare, è dunque più
che altro un Mezzolegittimismo guelfo. Questo filone si dispiega dalla
periferia al centro del potere da Forza Nuova a Formigoni passando per
Alemanno. In mancanza di un proprio progetto articolabile, i “legittimisti”
presenti nella maggioranza si sono accodati alla linea prevalente ma senza mai
rompere con quella che le si oppone. Ciò è comprensibile perché se il
Bonapartismo si basa sulla sovranità nazionale e popolare e l'Orleanismo invece
sulla dominazione oligarchica garantita dalla sottomissione internazionale, il
Legittimismo persegue più che altro un modello statico, apparentemente stabile,
privo d'inventiva, ma che si vuole solido di per sé. Non è sua preoccupazione
reale l'indipendenza e ancor meno lo è la vera partecipazione, per esso conta
soltanto una gerarchizzazione devitalizzata e immutabile che produca un
dirigismo moralista alla testa di gente che si considera suddita, dunque senza
destino. E che importa, allora, se obbedisce o meno a New York purché gli
ordini passino, filtrati, per i garanti di Città del Vaticano? Ma persino
l'influenza effettiva del clero conta fino a un certo punto: quello cui i
“legittimisti” tengono fermamente è la garanzia ecclesiastica in sé, perché
legittima la loro casta di annobiliati, aspiranti notabili perpetui, di nuovi
signori orgogliosi del loro status che osservano benevolmente dall'alto la plebe
che amministrano per diritto divino.
Centro e sinistra
Questo è il quadro a destra. Al
centro è rimasto, ovviamente, solo l'Orleanismo e questo spiega perché Casini,
Fini e Rutelli si capiscano così bene. A sinistra c'è il vuoto; essa
vivacchia solo per l'anti o per l'affezione; colà si abbozza di quando in quando
qualche schizzo lib-lab, anzi lib e poco lab, che non convince nessuno, neppure
chi lo propone. Imperversa poi, per cavalcare il populismo di oggi, il guitto
Di Pietro, metà Robespierre e metà Pulcinella, che alla fine della fiera manda
tutto in caciara.
L'appuntamento imminente
Sta avvenendo insomma quello che
avevamo previsto per tempo: gli scontri oggi, e per un periodo transitorio ma
non brevissimo, sono interni al capitalismo e alle maggioranze di governo, si
combattono nelle coalizioni più che tra le coalizioni. Le linee di faglia
attraversano il panorama esistente e ciò avviene in un momento d'importantissimi
mutamenti internazionali che traggono in sé e pertanto producono due conseguenze
notevoli anche se di segno diverso, l'una di tipo positivo, di negativo (ma
ricco di potenzialità) l'altro: l'avvio di una possibile sovranità europea e
l'aumento costante della proletarizzazione. Questo induce a prepararsi per
l'appuntamento imminente e a progredire perciò nella direzione del Bonapartismo
compiuto, autentico, radicale, nella forma di autonomie politiche,
intreventiste, e pronte a declinare, in dialettica trasversale, un nuovo
Peronismo per gli anni a venire.
di Gabriele Adinolfi
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17.12.2009
L'Italia dei calori
“Tutte le tv stanno lavorando per
criminalizzare l'IdV, Annozero, il gruppo Espresso, pure l'Unità: vogliono
trovare gruppi e persone da colpire. Dietro questo atteggiamento ci sono chiari
messaggi mafiosi. Chi deve capire poi capisce. Vogliono l'annientamento politico
e fisico degli avversari politici”: così Antonio Di Pietro che, intervistato da
l'Unità, accusa Berlusconi e maggioranza di fascismo e sottolinea il ruolo di
Resistenza dell'Idv osservando che “senza partigiani non sarebbe stato possibile
eliminare il Duce. All'osservazione che così non si abbassano i toni, il leader
dell'Idv replica: “Loro li hanno alzati fino alle minacce fisiche, Cicchitto ha
dato indicazioni sulle persone da colpire”. Per Di Pietro, “si scambia la
vittima per l'aggressore, quando c'è un governo fascista e piduista per fortuna
c'è qualcuno che inizia a fare resistenza”. Al giornalista che obietta che
in Italia non c'è il fascismo, Di Pietro risponde: “Scusi, ma quando c'era il
Duce, la colpa era di chi denunciava o di chi limitava la libertà? Ci si poteva
liberare di lui senza i partigiani?”. “La democrazia - osserva - c'è solo con la
pluralità dell'informazione, e in Italia è controllata, la magistratura è
ridotta all'impotenza, la Corte Costituzionale è accusata di guerra civile.
L'unica differenza è che non c'è l'olio di ricino. Se c'è il fascismo prima o
poi qualcuno spara”... serve un nuovo Cln, anche con Casini, per liberarci
dell'anomalia piduista. Io non abbandono il fronte”.
Alle aggressioni antifasciste che seguiranno
puntualmente, agli assalti a incontri e gazebo, agli attentati alle sedi, sarà
opportuno ogni volta ricordare che Di Pietro ne è inequivocabilmente il
mandante morale. Spinge avanti pochi idioti che, tra l'altro, se non si fanno
male, avranno guai giudiziari e lui incassa tranquillo. Di gente squallida ce
n'è tanta ma questi livelli non erano stati ancora raggiunti. Continueranno
butrattinai, profeti e artefici di sventura di questo genere ad agire impuniti
perché coperti da un passato in Magistratura? Quousque
tandem?
da Noreporter.org ... che poi...
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| scritto da Iron
alle ore 16:00:20 |
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| Sto ascoltando... |
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Zetazeroalfa, Legittima Offesa, Dente di Lupo, Hobbit, D.D.T., 270Bis, Compagnia dell'Anello, 1903, Gabriele Marconi, 99 Fosse, ZPM, Francesco Mancinelli, Aurora, Amici del Vento, Gesta Bellica, Antica Tradizione, Civico 88, Porco 69,... |
| Vorrei tanto... |
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Non si vuole, si fa. |
| Frase: |
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fa' si che ci contro cui nulla puoi nulla possa contro di te
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