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08.02.2010

La verità non si infoiba

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scritto da Iron alle ore 15:56:18
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04.02.2010

I top gun del Cermis


 
 
3 Febbraio 1998, i tempi della guerra in Bosnia. Dalla base Nato di Aviano parte in volo di addestramento un aereo dei marines. La missione è chiamata Easy 01, all’interno dell’operazione pianificata Deny Flight. Il velivolo è usato per la guerra elettronica: è un Ea – 6 b detto Prowler, il predatore.
Decolla alle 14,36... alle 15,12 minuti e 51 secondi trancia  due cavi della funivia che da Cavalese porta al monte Cermis. Una cabina precipita fino a valle, a ridosso del fiume Avisio. Muoiono diciannove turisti e il manovratore della funivia.
Alle 15,26 il Prowler atterra di nuovo ad Aviano. Il pilota dirà: “Ho sentito solo uno scossone”. L’ hanno definita la strage impunita perché nessuno è stato condannato per quei morti, nonostante le prove precise e pesanti di responsabilità. Cinque anni dopo, sul luogo della tragedia c’e’ una croce, a memoria.

La funivia è da qualche tempo nuova, splendente. E la valle del Cermis è tornata un luogo di vacanza. Anche perché adesso quei voli non passano più. Ma nessuno dimentica i lutti. E la rabbia. Morirono in venti, quel martedì, in piena settimana bianca: nove donne e undici uomini, se si può chiamare un uomo Philip, quattordici anni, polacco, morto con la madre Ewa.
I turisti venivano da tutta Europa: anche da Germania, Austria, Belgio, Olanda. Gente di casa, da anni, su queste montagne. Ma di casa era soprattutto Marcello Vanzo, il manovratore, che quel giorno aveva scambiato il turno, e il destino, con un collega.
Una strage impunita, è stato detto. Ma anche piena di misteri, mai chiariti. Un volo radente autorizzato o no? Dieci minuti di silenzio radio (proprio in prossimità dell’impatto fatale, dalle 15,05 alle 15,15 quando il pilota lancia l’emergenza), un “missioni recorder” sparito, una cassetta video distrutta, una carta di volo contestata, un allarme lanciato da tempo, soprattutto un’assoluzione scandalosa.
Andiamo per ordine.
La missione era sicuramente autorizzata dalle autorità italiane. Quel volo era il quarto di una lista di dieci presentata dal comando dei marines. C’e’ una sigla sotto a quell’elenco, di un capitano italiano, il cognome comincia per F. Dal segreto militare filtra un particolare: gli americani avrebbero inserito il Prowler in un elenco che invece era destinato solo agli F 16. Un errore.
Resta il fatto che nessuno se ne è accorto. Né l’altro ufficiale italiano, M.B.G, che controfirmò, né il centro di controllo di Martina Franca. L’inchiesta, immediata, della procura di Trento stabilisce in ogni caso la gravissima responsabilità del pilota.
I voli normali erano autorizzati ad una quota di 1100 metri, anche se fosse stato autorizzato al volo radente non poteva scendere più in basso di 650 metri. L’impatto, invece, è avvenuto a 150 metri da terra. L’aereo volava sicuramente anche ad una velocità nettamente superiore a quella prevista.
Secondo i dati forniti da un aereo–radar Usa “Awacs” che in quel momento volava a una quota superiore, il Prowler andava a 500 miglia orarie e non a 100 come previsto dal regolamento. Lo conferma il 12 marzo, quaranta giorni dopo la strage, il rapporto della commissione d’inchiesta americana presieduta dal generale Michael Delong.
“Il motivo dell’incidente – si legge nel documento - è stato un errore dell’equipaggio che ha guidato in modo aggressivo l’aereo, superando la velocità massima e volando ben al di sotto della quota richiesta”.
I periti italiani vanno oltre. Stabiliscono che l’aereo si è infilato fra i due cavi tranciati, distanti fra loro fra i trenta e i quaranta metri. Una bravata, insomma. Una scommessa, come tante altre volte, in cui ci si giocava una birra la sera.
La gente di montagna è di poche parole. Ma ricorda. Testimoni quel giorno hanno visto passare l’aereo pochi istanti prima della tragedia a volo radente sul pelo del lago artificiale di Stramentizzo. E non era certo la prima volta. La battaglia legale è lunga. Ma vince la politica, con Clinton impegnato in prima persona. I militari americani evitano il processo in Italia.
 
Sul Prowler erano in quattro. Il comandante, il capitano Richard Ashby, 32 anni, californiano, 750 ore di volo, veterano della Bosnia. Il navigatore Joseph Schweitzer, 30 anni, dello Stato di New York. Dietro, seduti nel retro della cabina, c’erano i due addetti alle attrezzature di ricognizione: Chandler Seagraves 28 anni dell’Indiana e William Raney, 26 anni del Colorado.
Quasi esattamente un anno dopo, l’8 febbraio 1999, si apre il processo davanti alla corte marziale di Camp Lejeune, la base dei marines, nel North Carolina. Il capitano rischia 206 anni di carcere. Il 4 marzo invece è assolto, dopo sette ore e mezza di camera di consiglio, da tutte le imputazioni. Uno scandalo: la corte gli riconosce che il volo era autorizzato a una quota di 500 piedi (ma lui stava molto più sotto, altrimenti non avrebbe tranciato i cavi), che le mappe di volo non contenevano le indicazioni della funivia (lo stesso comando dei marines lo ha smentito: sulla Tpc, la carta di pilotaggio tattico la funivia era segnata) e che il radar-altimetro presentava difetti di funzionamento (circostanza mai dimostrata).
Dopo il verdetto Ashby dice: “Adesso le mie preghiere sono tutte per le vittime”. Ma i giornali americani scrivono che il giorno dopo sta a Las Vegas a festeggiare la libertà.
Sia pure in minima parte, comunque ha poi pagato. Perché anche quel giorno, come consuetudine, era stato girato un video delle prodezze. Il video del Cermis non esiste più per un motivo semplice: è stato distrutto.
La confessione è del co-pilota, Schweitzer. Preso dal rimorso, ha dichiarato: “Alla fine del volo ho consegnato la cassetta al comandante. Non l’ho più rivista”. Ma intanto, perché reo confesso, lui evita il carcere.

A maggio c’è dunque un nuovo processo al pilota, Ashby, per ostruzione di prove. Stavolta è condannato, a sei mesi. Ma esce dal carcere, non si capisce perché, con un mese di anticipo. Dal 2 ottobre di quattro anni fa è nuovamente un uomo libero.
Torna a vivere nella villetta di Jacksonville, vicino alla base dei marines. Non apre più bocca. Ma è la sua ragazza, Dodie, a parlare. E’ infuriata: “La cella di Richard, pensate, non aveva l’aria condizionata. Ha passato i primi mesi da solo a leggere davanti a un tavolo. E io potevo andarlo a trovare solo il fine settimana”. Povero cowboy.

scritto da Iron alle ore 11:11:35
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02.02.2010

FIAT ODIA L'ITALIA


 

 

 

Fiat: CasaPound, grazie alla Fiom è azienda fondamentale per l’occupazione di molti paesi eccetto l’Italia

Roma, 2 febbraio – ”Meno male che ci sono la Fiom e il suo segretario Gianni Rinaldini a tutelare i lavoratori italiani del Lingotto. Con il loro fondamentale apporto la Fiat è ad oggi un’azienda fondamentale per l’occupazione di molti paesi nel mondo ad esclusione dell’Italia”. Lo afferma Gianluca Iannone, presidente di CasaPound Italia replicando a Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom, che ha bollato come “propagandistica” l’azione del movimento guidato da Gianluca Iannone che nella notte ha simbolicamente posto i sigilli ai punti vendita Fiat in 40 città italiane.

“Grazie comunque alle dichiarazioni di Rinaldini – conclude Iannone – tutti capiscono quanta importanza hanno i lavoratori per la Fiom e la Cgil. Tutti oggi sanno quali intrecci ed inciuci ci sono sulla testa delle migliaia di lavoratori Fiat a rischio occupazione”.

 

Fiat: Roma, CasaPound occupa concessionaria viale Manzoni

Roma, 2 febbraio – Una cinquantina di militanti di CasaPound Italia in questo momento sta occupando il ‘Fiat Center’ di viale Manzoni, una delle concessionarie piu’ grandi della Capitale. I manifestanti si sono presentati all’apertura del punto vendita con bandiere di Cpi e striscioni con su scritto ‘Fiat odia l’Italia’, e, entrati nella concessionaria, hanno spiegato di voler mettere in atto un’occupazione simbolica e sono saliti sul tetto dello stabile.

L’occupazione del Fiat Center di Roma non è un’azione isolata. Da Torino a Palermo, nella notte infatti CasaPound Italia ha messo a segno blitz contro la Fiat in tutta Italia. Stamattina un centinaio di concessionarie in oltre 40 città italiane sono state trovate ’sigillate’ con il nastro bianco e rosso, a ricordare una ’scena del crimine’, e circondate di striscioni con la scritta ‘Fiat odia l’Italia’.

”Prima fallisce, meglio è. Per tutti”, lo slogan che si legge sui volantini lasciati davanti a tutti i punti vendita ‘colpiti’ per chiedere incentivi solo per le auto prodotte in Italia, stop agli incentivi per le auto prodotte all’estero ‘’sfruttando lavoratori stranieri sottopagati”, e il sequestro e la nazionalizzazione per gli stabilimenti di Pomigliano d’Arco e Termini Imerese, da affidare, secondo Cpi, ”a Finmeccanica e Fincantieri”.

 

 

Fiat: blitz di CasaPound, ’sequestrate’ centinaia di concessionarie in tutta Italia


Roma, 2 febbraio – ‘Sigilli’ alla Fiat. Stamattina un centinaio di concessionarie della casa automobilistica in oltre 40 città italiane, da Torino a Palermo, sono state trovate ’sigillate’ con il nastro bianco e rosso, a ricordare una ’scena del crimine’, e circondate di striscioni con la scritta ‘Fiat odia l’Italia’. A rivendicare il
blitz, messo a segno nella notte in maniera coordinata su tutto il territorio nazionale, è CasaPound Italia. Un’azione non violenta, un gesto simbolico ma dal sapore fortemente provocatorio: ”Prima fallisce, meglio è. Per tutti”, è lo slogan che si legge sui volantini lasciati davanti a tutti i punti vendita ‘colpiti’. E
ancora: ”Salviamo i lavoratori e la produzione italiana, non la dirigenza Fiat, incapaci avventurieri che amano il profitto e non l’Italia”.

Cpi esige lo stop agli incentivi ”per auto prodotte all’estero sfruttando lavoratori stranieri sottopagati” e chiede ”incentivi solo per auto prodotte in Italia”, mentre, quanto agli stabilimenti di Pomigliano d’Arco e Termini Imerese, propone che siano ‘’sequestrati, nazionalizzati e affidati a Finmeccanica e Fincantieri”.

”La Fiat vive di aiuti pubblici e, nonostante cio’, ha tradito il nostro paese e la nostra gente – spiega CasaPound Italia – Vuole incentivi e soldi dallo Stato, ma poi licenzia e chiude le fabbriche nel nostro Paese per portare la produzione all’estero. Lasciamola fallire e con i soldi che non ‘ruberà’ piu’ avvieremo una nuova e sana industria automobilistica”.

A Torino a essere messe simbolicamente ’sotto sequestro’ sono state le fabbriche e i luoghi di riferimento della casa automobilistica in corso Agnelli e via Nizza, mentre a Palermo CasaPound Italia ha ‘colpito’ le concessionarie della Fiat a via Imperatore Federico, via Tasca Lanza e via Aspromonte e a Napoli i ’sigilli’ sono stati posti allo stabilimento di Pomigliano d’Arco.

Tra gli altri punti vendita finiti ‘nel mirino’ di Cpi quelli di Corso Perrone, Via Piave e Lungo Bisagno d’Istria a Genova, quelli di via Po e M.E. Lepido a Bologna, quelli di via Beniamino Disraeli, via Renato Cartesio e Guido Meucci a Reggio Emilia, ‘Silva Automobili’ in via IX Strada e Industrial Car in via Venezia a Padova, la concessionaria della zona industriale di Campolungo ad Ascoli Piceno e quella in via Unità d’Italia a Surbo (nell’area commerciale sulla SS Lecce-Brindisi).

Sigilli anche alle concessionarie della casa automobilistica in via dei Romagnoli ad Ostia e in via Arsiero a Fiumicino, al punto vendita di Via della Vittoria a Lamezia Terme e a quello in Via Lucrezia della Valle a Catanzaro.

 

Le foto dell’azione sono disponibili senza copyright per la stampa su www.casapounditalia.org

scritto da Iron alle ore 16:58:23
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26.01.2010

Gli ultimi giorni dell'Europa


 
 
 
L’Europa sta vivendo il momento più tragico della sua storia trimillenaria. Siamo dinanzi a eventi di portata epocale che, secondo tutte le previsioni, condurranno nel giro di pochi decenni alla pura e semplice estinzione fisica dei nostri popoli. Questa drammatica situazione sta precipitando lungo un piano inclinato, privo di ostacoli e a velocità crescente. L’Europa, quale è esistita dal Neolitico agli anni Sessanta-Settanta  del Novecento, sta rapidamente scomparendo sotto i nostri occhi. L’Europa della nostra nascita, della nostra cultura, delle nostre città, di tutti i nostri valori, non è più già oggi la stessa. E nel breve volgere di una generazione sarà un ricordo del passato. Sarà diventata un’altra cosa. A leggere il recente libro di Walter Laqueur Gli ultimi giorni dell’Europa. Epitaffio per un vecchio continente (Marsilio) c’è davvero da rabbrividire. Nessun allarmismo a effetto, intendiamoci, non si tratta di un instant book a sensazione. È semplicemente una riflessione basata sui fatti. Che atterrisce per le prospettive che squaderna, solo osservando i dati già acquisiti e quelli in dinamica evoluzione. La questione di vita o di morte si riduce a due semplici ma esplosivi fattori: denatalità e immigrazione.

Laqueur dà qualche cifra e avanza osservazioni elementari su dati che sono pubblici, alla portata di tutti, ma che nessuno divulga: «Fra cent’anni la popolazione dell’Europa sarà solo una minima parte di quello che è ora e in duecento anni alcuni paesi potrebbero scomparire». E aggiunge che «alcuni hanno sostenuto che se l’Europa sarà ancora un continente di qualche importanza duecento anni da adesso, sarà quasi certamente un continente nero». Poiché i bianchi sono sterili, non fanno e non vogliono fare figli, mentre gli immigrati di colore sono fertilissimi e si riproducono a tassi esponenziali. Tutto vero, si dirà, ma insomma si tratta di proiezioni parecchio lontane, nulla di cui preoccuparsi oggi…Non esattamente. La catastrofe è già in pieno svolgimento e il cappio si chiuderà tra breve. E nel corso della nostra stessa vita avremo modo di verificarlo non per sintomi, magari anche gravi come sta già accadendo, ma per una travolgente evidenza. Secondo le stime della Comunità Europea e delle Nazioni Unite, che l’autore riporta, la Francia, nel corso del secolo XXI, passerà dagli attuali 60 milioni di abitanti a 43, il Regno Unito da 60 a 45, la Germania da 80 a 32, la Spagna da 39 a 12…

L’Italia poi, dagli odierni 57 milioni, si troverà a contarne 15 verso la fine del secolo. Occorre ovviamente considerare che i dati riferiti a queste proiezioni sulle popolazioni europee dei prossimi decenni contengono il fatto che moltissimi di quei cittadini non saranno altri che i figli di recente e recentissima immigrazione. Tanto che le popolazioni europee in calo vedranno velocemente elevarsi il numero dei propri concittadini di origine non europea: maghrebini, mediorientali, asiatici, africani…Laqueur attira non a caso l’attenzione sul fatto che il declino demografico relativamente contenuto che si rileva nei casi di Francia e Gran Bretagna dipende essenzialmente dal «tasso di fertilità relativamente alto nelle comunità di immigrati, neri e nordafricani in Francia, pakistani e caraibici in Gran Bretagna». Cioè: le previsioni sulle popolazioni europee del prossimo futuro non riguardano la popolazione bianca che in una parte sempre meno numerosa…I bianchi europei, come già accade negli Stati Uniti – che nel 2050 vedranno il gruppo ispanico prevalere su quello anglosassone, e quello nero avvicinarglisi sensibilmente –, vittime della loro denatalità conculcata dalla società del benessere e del profitto, stanno andando incontro a un rapido inabissamento, che presto ne farà una minoranza minacciata di estinzione sul suolo europeo.

L’Europa orientale, sulla quale qualcuno si poteva fare delle illusioni di tenuta demografica, è investita da una sterilità ritenuta addirittura più micidiale, “catastrofica” la definisce Laqueur, con percentuali di decrescita spaventose. La Russia in cinquant’anni vedrà ridursi la sua popolazione dei due terzi. L’Ucraina viaggia a un ritmo di perdita di popolazione stimato al 43%, la Bulgaria al 34%, la Croazia al 20%…Lo studioso di statistica demografica Paul Demeny, nella rivista Population and Development Review, ha osservato che «non c’è alcun precedente di un crollo demografico così rapido in tutta la storia umana». Questo veniva segnalato nel 2003. In cinque-sei anni le cose sono ulteriormente precipitate. A fronte di questa inaudita contrazione delle nascite, si erge un contro-dato terribilmente minaccioso: l’esplosività demografica del Terzo Mondo, e in particolare di quella fascia territoriale che sta a diretto contatto con le frontiere meridionali dell’Europa: Nord Africa, Africa sub-sahariana, Medio Oriente. Esistono studi e previsioni semplicemente agghiaccianti. Un solo esempio: lo Yemen, che oggi conta 20 milioni di abitanti, ne avrà oltre cento nel 2050. Cento milioni di yemeniti, in un paese povero di tutto e privo di strutture agricole e industriali, evidentemente non rimarranno mai a casa loro. Si sposteranno in massa. Sì, ma dove? Laqueur risponde con eufemistica pacatezza: «ci sarà una pressione demografica sull’Europa ancora più forte». Il solo Yemen – uno dei paesi più piccoli – ben presto avrà dunque un esubero di ottanta milioni di persone da indirizzare verso l’Europa.

Ma gli scenari tratteggiati da Laqueur riguardano anche altro. L’immigrazione in atto. Si tratta di una pietra tombale di fabbricazione mondialista, sotto la quale sta per essere tumulata l’idea stessa di Europa. Quella che dal dopoguerra in poi è stata prima un’emigrazione per lavoro, cui seguì il ritorno quasi generale in patria, dagli anni Ottanta è diventata una crescente infiltrazione, infine assumendo, in questi anni, i contorni dell’incontrastato arrembaggio di massa. Non diciamo frenato o regolamentato, ma neppure deplorato. Al contrario: i governi, la stampa, gli esponenti della letale “società civile” asservita ai suoi tabù, l’alimentano di continuo. A questi ambienti della sobillazione tengono dietro gli esecutori materiali. Cosche criminali, agenzie umanitarie, volontariati onlus debitamente sovvenzionati, Chiese: ecco i protagonisti di quella potente lobby – come la definisce Laqueur – che ha per tempo individuato nella sollecitazione della disperazione di massa e nel suo incanalamento verso l’Europa il business del secolo. Un neo-schiavismo che sradica il nero o il giallo, lo stipa nelle periferie degradate delle città portuali del Terzo Mondo, infine lo dirige verso le centrali dello sfruttamento turbocapitalistico di ultima generazione, operando la devastazione di ogni comunitarismo, sia nell’ospitante che nell’ospitato: con una criminalità reale e un umanitarismo di facciata (spesso unendo le due cose in un’unica intrapresa industriale), si ottiene così la spaventosa tratta, che ha come conseguenza matematica due avvenimenti simultanei: l’annientamento dei tessuti etnico-sociali delle millenarie culture europee; lo sgretolamento e la disumanizzazione delle stesse realtà terzomondiste attirate in Europa.

Laqueur fornisce prove a getto continuo. Per dire, anziché la tanto sbandierata integrazione – maniacale fissazione degli utopisti – presso le moltitudini immigrate si hanno delinquenza, asocialità, diserzione dallo studio e dal lavoro (massicciamente offerti dai governi, secondo binari preferenziali stabiliti dalle istituzioni europee a discapito secco delle popolazioni autoctone) e alla fine un oceano di odio. Un odio aggressivo e inestinguibile, che gli immigrati – specialmente i giovani – nutrono per tutto quanto è europeo. Ad esempio, le rivolte della banlieu parigina del 2005 furono causate da «l’odio per la società francese». La banda etnica delle periferie metroplitane arricchisce il quadro dei paradisi multiculturali. In Gran Bretagna si tratta di neri contro indo-pakistani, a Bruxelles di turchi contro africani, a Parigi di islamici contro ebrei…Il risultato delle politiche immigratorie, sottolinea Laqueur, è che ovunque «si è sviluppata una cultura dell’odio e del crimine».

Mentre i nostri governi applicano il principio dell’autolesionismo sistematico, dando privilegi sociali (sussidi, alloggi, lavoro, depenalizzazione dei reati, permissivismo sempre e ovunque), gli immigrati sfruttano i congegni legali offertigli su un vassoio d’argento. L’esempio tedesco: gli assistenti sociali «hanno insegnato ai turchi come approfittare delle rete di protezione sociale, il che significa ottenere dallo Stato e dalle amministrazioni locali il massimo possibile di assistenza economica e di altro genere con il minimo contributo possibile al bene comune». Integrazione? Per milioni di immigrati, ovunque in Europa, «i problemi sono gli stessi: ghettizzazione, re-islamizzazione, alta disoccupazione giovanile e scarso rendimento nelle scuole».

Le organizzazioni degli immigrati del tipo della potente Muslim Brotherhood – incoraggiate dagli europei e cavalcate da sciami di imam, leader etnici, predicatori – finiscono prima o dopo per «ottenere ciò che vogliono». E, mentre gli europei perdono mano a mano la loro identità, accade al contrario che gli immigrati rafforzino la loro: «I turchi in Germania rimangono turchi anche se hanno adottato la cittadinanza tedesca; il governo di Ankara vuole che essi votino alle elezioni turche, e allo stesso tempo che essi, ovunque vivano, difendano gli interessi della Grande Turchia che rimane la loro patria».

Nel frattempo, irresponsabili politici di tutte le sponde – ne sappiamo qualcosa noi in Italia – spingono per offrire al più presto il diritto di voto agli immigrati. Vogliono la fine dell’Europa. Vibrano di quella febbre suicida di cui parlò Spengler a proposito delle società corrotte, senili, morte dentro. Laqueur parla di declino irreversibile per l’Europa. Ci invita a fare un giro per Neukölln, La Courneuve o Bradford, concentrazioni urbane completamente extra-europee. E si chiede come mai «ci si sia resi conto così tardi di questo stato di cose». Ma noi chiediamo a lui: è sicuro che gli europei abbiano capito in che situazione si trovano? Ottenebrati dalla propaganda mondialista e dalla paura di incorrere nel tabù del “razzismo”, sapientemente evocato, gli europei guardano dall’altra parte. Questo bel capolavoro umanitario che è l’Europa multiculturale viene infatti perseguito agitando come bastoni alcune infernali parolette, dietro alle quali si ripara il trafficante europeo di uomini e di ideali: accoglienza, solidarietà, diritti umani, etnopluralismo… Queste parole ipocrite nascondono la violenza del senso di colpa instillato a forza nella nostra gente. Hanno il rintocco della campana a morto per  l’Europa.

di Luca Leonello Rimbotti

scritto da Iron alle ore 13:13:12
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19.01.2010

Il collasso sociale degli Usa


 
 
Adesso mi è tutto più chiaro. Al momento in cui sto scrivendo mi trovo allo Space Needle di Seattle, ormai saranno più di trenta giorni che sto girovagando per gli States con l'intento di realizzare un videodocumetario sulla crisi finanziaria e quella immobiliare: Boston, New York, Miami, Atlanta, Phoenix, Las Vegas, Los Angeles, Seattle e Chicago. L'economia americana è collassata per motivazioni razziali: il suo destino sembra ormai segnato da un lento ed inesorabile declino economico e sociale. Chi confidava in un miglioramento con l'avvento di Obama, mitizzandolo come il nuovo Kennedy, ha iniziato a ripensarci. L'America di Obama non è l'America di Kennedy: alla metà degli sessanta, la popolazione americana era costituita per circa l'80% da bianchi caucasici (europei ed anglosassoni) e per il il 20% da svariate minoranze etniche (afroamericani, ispanici, orientali). Oggi è tutto cambiato: il 30% sono bianchi caucasici, il 30% sono ispanici, il 30% sono afroamericani ed infine il 10 % sono orientali. L'America come vista nei serial televisivi con i quali siamo cresciuti, da Happy Days a Melrose Place, non esiste più.

Questa trasformazione del tessuto sociale  ha comportato un lento e progressivo cambiamento negli stili di vita, nella capacità di risparmio, nella responsabilità civica e soprattutto nella stabilità e sicurezza economica. La cosiddetta crisi dei mutui subprime trova fondamento proprio in questa constatazione. Mi permetto di aprire una parentesi per accennare al meccanismo del credit scoring (necessario per comprendere il fenomeno dei subprime): in America ad ogni contribuente viene assegnato un punteggio di affidabilità utilizzando una scala valori che va da un minimo di 300 ad un massimo di 850 punti (è un modello matematico sviluppato da una società quotata al Nyse, Fair Isaac Corp.). All'interno di questo range possiamo individuare tre categorie di soggetti: prime consumer (750-850 punti con excellent credit), midprime consumer (720-750 con good credit) ed infine subprime consumer (660-720 con fair credit). Evito di soffermarmi nelle categorie con il rating inferiore (low and bad credit) per limiti di esposizione.  In base alla categoria di appartenenza varia la disponibilità di accesso al credito ed il costo dello stesso. Sostanzialmente il credit scoring è un modello di valutazione che consente di comprendere chi affidare e per quanto, oltre al fatto di selezionare i buoni pagatori da quelli cattivi, il tutto rapportato alla propria posizione debitoria e disponibilità reddituale.

Più carte di credito utilizzate, più fido richiedete, più le rate dei prestiti pregressi pesano in percentuale sul vostro reddito mensile, più ritardi nei pagamenti avete nel vostro track record personale, più il vostro credit scoring tenderà ad essere di basso livello. Sulla base di questo sistema, il 20% della popolazione americana è un soggetto prime, un altro 25% midprime ed infine quasi il 30% è un soggetto subprime. Il livello medio di credit scoring per un cittadino americano si attesta intorno ai 680 punti (subprime). Dal punto di vista statistico, troviamo tra i soggetti fair e low credit, per la stragrande maggioranza, gli appartenenti alle classi sociali legate alle ondate immigratorie degli ultimi decenni (per quello che ho potuto vedere non penso sia casuale).

Ma torniamo a noi. Durante la metà degli anni novanta, con l'intento di mitigare le tensioni e le disparità sociali della popolazione, nella constatazione che solo il 20% degli afroamericani ed il 30% degli ispanici erano proprietari della loro casa contro il 60% della popolazione bianca, vennero istituite delle piattaforme di ammortizzazione sociale che avrebbero consentito l'acquisto facilitato di un'abitazione a soggetti con capacità di redditto e disponibilità limitate. In buona sostanza il governo federale avrebbe garantito attraverso le varie GSE (Government Sponsored Enterprise come Fannie Mae e Freddie Mac) la remissione dei debiti concessi alle fasce sociali più deboli. Fu così che le banche iniziarono lentamente, ma con le pressioni del governo, a prestare denaro quando qualche anno prima non lo avrebbero mai fatto.  La ratio su cui poggiava questa scelta politica era identificata nella volontà di rendere i poveri meno poveri in quanto se “possiedi” un'abitazione puoi pensare di pianificare la tua vita e stabilizzare il tuo nucleo familiare, oltre a questo non dimentichiamo le motivazioni politiche volte a conquistare nuove fasce di elettorato grazie a proposte molto popolari.

Quello che è successo dopo a distanza di anni, dalla Lehman Brothers alla Fannie Mae, ormai fa parte della storia, senza dimenticare anche la complicità o incompetenza della FED. Una politica immigratoria troppo liberale e la mancanza di protezionismo culturale hanno presentato un conto impossibile da pagare per l'America che oggi inizia a comprendere cosa significa aver perso la propria originaria identità etnica. Lo scenario macroeconomico che caratterizza adesso il paese è tutt'altro che confortante e a detta di molti analisti indipendenti americani il peggio deve ancora arrivare. La disoccupazione è ovunque con disperati (non gli homeless) che chiedono l'elemosina di qualche dollaro e accampamenti di tende sotto i ponti delle freeway nelle grandi città. Obama ha subito una perdita di popolarità devastante, persino le persone di colore che lo hanno votato girano per le città con cartelli appesi al collo con la dicitura “Obama, dovè il mio assegno ? Allora quando arriva il cambiamento ?” In più occasioni mi sono sentito dire che la colpa è riconducibile ad un eccesso di liberalità immigratoria e ad una insensata politica di sostegno alle fasce sociali più deboli, che ha innescato il fenomeno dell'”overbuilding in bad areas”. Si è costruito troppo ovunque in area residenziali scadenti, prestando parallelamente denaro a chi non lo avrebbe mai meritato in passato.

Troppi messicani ed orientali entrati nel paese, legalmente e clandestinamente, hanno consentito l'abbassamento medio dei salari, mentre le concessioni, i sussidi ed il credito facile ai neri hanno distorto l'economia statunitense, rendendola drogata ed artefatta, portandola a basarsi esclusivamente sul consumismo sfrenato, il ricorso al debito e sulla totale incapacità di risparmio. Non lo avrei potuto immaginare, ma vi è un risentimento ed un odio trasversale tra le varie etnie che popolano il paese che mi ha più volte intimorito: bianchi contro afroamericani, ispanici contro afroamericani, orientali contro ispanici, insomma tutti contro tutti. In più occasioni per le strade di Miami e Chicago ho assistito ad episodi di tensione razziale stile “Gran Torino””. Chi parla con ingenuità evangelica di integrazione razziale per questo paese, probabilmente ha studiato per corrispondenza all'Università per Barbieri di Krusty (noto personaggio della serie televisiva The Simpsons)..

I bianchi benestanti che fanno gli executive (dirigenti, funzionari o colletti bianchi ben pagati) si autoghettizzano da soli in quartieri residenziali che assomigliano a paradisi dentro a delle prigioni, con videosorveglianza e servizi di sicurezza privati degni del Pentagono. Di contrasto dai fast food, ai jet market, alle pompe di benzina, a qualsiasi altro retail service a buon mercato, trovate tutte le altre razze che ramazzano i pavimenti, servono ai tavoli, lavano le vostre auto, consegnano pizze a domicilio o guidano i taxi per uno stipendio discutibilmente decoroso.  L'America per alcuni aspetti (opportunità di lavoro per i giovani che hanno indiscusse capacità) può sembrare superficialmente un buon paese, ma se ti soffermi ad osservarla con un occhio critico, sotto sotto è un paese marcio e primitivo da far schifo, a me si è rivelato per quello che è realmente ovvero un calderone multirazziale con la maggior parte delle persone (bianchi compresi) che hanno il senso di autocoscienza di uno scarafaggio. L'americano medio (che sia un bianco, cinese, messicano o afroamericano) se ne frega assolutamente dei problemi ambientali del pianeta, della sofferenza inaudita degli animali nei loro allevamenti intensivi, delle carestie in Africa o dei conflitti in Medio Oriente, si interessa solo che possa ingozzarsi di hotdog, bere fiumi di coca cola, guardarsi il superbowl e guidare il suo megatruck dai consumi spropositati. Pur tuttavia, nel lungo termine sono piuttosto dubbioso che si possa riprendere dal processo di imbarbarimento ed impoverimento sociale che lo sta caratterizzando, per quanto potenziale bellico possa vantare, questo non lo sottrarrà dalla sorte che lo attende, prima il collasso economico e dopo quello sociale, scenario confermato anche da molte fonti di informazione indipendente che non si mettono a scimmiottare a turno a seconda della corrente politica che vince le elezioni, tipo la CNN o la FOX.


Fonte: www.eugeniobenetazzo.com

Link: http://www.eugeniobenetazzo.com
/razza_che_ramazza.htm

scritto da Iron alle ore 16:27:57
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18.01.2010

L'assassino di Ramelli diventa primario


 
 
Lo aspettarono sotto casa, a Città Studi. E lo aggredirono selvaggiamente a colpi di chiave inglese. Sergio Ramelli, studente dell’istituto Molinari con simpatie per il Msi, cercò di difendersi, ma non ebbe scampo. Rimase in coma quarantasette giorni, morì il 29 aprile 1975. Non aveva ancora diciannove anni, era un ragazzo o poco più, ma per il servizio d’ordine di Avanguardia operaia il suo fascismo meritava una lezione. Definitiva. E così fu.

Quell’episodio raggelante torna ora d’attualità, perché uno dei protagonisti di quella storia, Antonio Belpiede, condannato a 7 anni per omicidio volontario, è diventato primario. Sì, primario del reparto di ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Canosa di Puglia. Belpiede non ha vinto una gara, perché il concorso si terrà solo nei prossimi mesi, ma un anno fa, quando si liberò il posto, i vertici della Asl Bat (Barletta-Andria-Trani) hanno scelto lui fra i candidati all’incarico. Così, sia pure in forma provvisoria, Belpiede è diventato dirigente dello Stato. Nulla di irregolare, per carità, semmai un problema di opportunità che il direttore generale della Asl Rocco Pianosa, area Rifondazione comunista, rispedisce al mittente: «Alla direzione della Asl risulta che il dottor Belpiede non abbia al momento alcuna pendenza penale. Il dottor Belpiede è stato nominato direttore facente funzione dell’Unità operativa di ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Canosa dopo una valutazione di tutti i curricula dei medici del reparto. A breve sarà espletato il concorso per nominare il primario».

Ancor più netto l’interessato: «Io vado avanti a testa alta. Non ho partecipato a quell’azione, non ho ucciso nessuno, sono innocente, ho subito una condanna vergognosa. Certo, ero membro del Servizio d’ordine di Avanguardia operaia, ma non so nulla dell’omicidio Ramelli. So invece che dopo la laurea in medicina tornai in Puglia e ho dedicato una vita al lavoro e all’impegno per i pazienti. Quel posto, per quanto provvisorio, è il premio per anni e anni di fatica e abnegazione».

Certo, la storia giudiziaria di molti episodi degli Anni di piombo è ancora controversa. Nel caso di Ramelli la verità arrivò solo dopo dieci anni, grazie all’indagine condotta a metà degli anni Ottanta da Guido Salvini e Maurizio Grigo. Con tenacia e dopo moltissimi interrogatori, i giudici arrivarono alla squadra di Medicina di Avanguardia operaia. Il gruppo che aveva firmato l’omicidio. Non solo: le indagini portarono anche a scoprire, in un abbaino di viale Bligny, un gigantesco archivio in cui Avanguardia operaia aveva schedato centinaia di nemici con tanto di foto, dati biografici, appunti con le abitudini e gli stili di vita. Avanguardia Operaia aveva una lunga tradizione di militarizzazione della lotta politica. Già a maggio ’69, ben prima di piazza Fontana, sul giornale omonimo si poteva leggere: «Anche il capoccia, anche il ruffiano, anche il dirigente, sono uomini come noi. Quando sono in fabbrica si fanno grossi approfittando della forza del padrone, ma quando escono diventano degli individui isolati. Sono persone fisiche che soffrono in caso di percosse, sono persone che proverebbero vivo dispiacere scoprendo la loro auto distrutta; sono persone che hanno una casa... È importante individuare il nemico, personalizzarlo, dargli nome e cognome».

L’omicidio Ramelli viene da questa pratica di violenza e intimidazione. Ramelli fu oggetto di una persecuzione scientifica per mesi: fu picchiato, minacciato, insultato. In particolare, il 13 gennaio ’75 era stato circondato da un’ottantina di studenti e costretto a cancellare con vernice bianca scritte fasciste apparse sui muri del Molinari; e sempre a scuola aveva subito addirittura un processo politico per aver scritto un tema troppo sbilanciato a destra. Infine, il 13 marzo, ecco l’agguato. Sergio Ramelli viene ricoverato al Policlinico in condizioni disperate. Gli hanno sfondato il cranio. Ma il ragazzo non vuole morire. Resiste per un mese e mezzo. Un’agonia straziante, le visite della madre, piccoli cenni di miglioramento, poi il 29 aprile il collasso e la morte. E non basta, perché il giorno prima un gruppo di facinorosi ha raggiunto la casa dei Ramelli gridando slogan contro il fratello Luigi e minacciando pure lui. Questa è la Milano di metà anni Settanta, in cui i funerali si svolgono in forma semiclandestina per motivi di ordine pubblico. E la memoria di Ramelli si riduce a ben poca cosa: una foto che mostra un ragazzo con i capelli lunghi e gli occhi castani.

Dieci anni dopo l’indagine e le condanne. Prima per omicidio preterintenzionale, poi, in appello, per omicidio volontario. Belpiede, secondo la ricostruzione della magistratura, avrebbe partecipato all’aggressione con un ruolo di copertura. Lui nega: «Non c’ero quel giorno in via Amadeo». In primo grado gli danno 13 anni, in appello 7, pena confermata in Cassazione. «Sono rimasto in cella un paio d’anni - spiega lui al Giornale - quando mi hanno arrestato ero capogruppo del Pci a Cerignola, ho lasciato per sempre la politica, è stata una tragedia. Violante mi ha consolato e l’avvocato di parte civile Ignazio La Russa mi ha rincuorato. Voglio ricordare che sono stato condannato sulla base di dichiarazioni di pentiti che si ricordavano a malapena chi fossi. Ora non ho niente di cui pentirmi. Ho solo svolto con passione il mio lavoro di ginecologo». Oggi Belpiede si tiene stretto il suo posto di primario.

http://www.ilgiornale.it/interni/lassassino_ramelli_fa_carriera_e_diventato_primario_puglia/17-01-2010/articolo-id=414406-page=0-comments=1




L'annuncio della morte di Sergio fu accolta con un applauso della maggioranza dei consiglieri comunali di Milano del sindaco Aniasi, "eroe della resistenza ".

scritto da Iron alle ore 00:11:38
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13.01.2010

Metti a colori invertiti


 
 
 
Metti un'immigrata con una pargola. Metti una masnada che le insegue, che prende a calci la macchina in cui si sono rifugiate. Metti lei che mostra un occhio pesto per le percosse che ha subito.
Mettici anche tutte le femministe, i benpensanti, gli antirazzisti, i soloni, quelli che tutti i giorni si beccano feroci tra loro, rigidamente contrapposti fra laici e clericali, ma che in questi casi sono tutti fratelli.
Immagina quel che accade: settimane di speciali al telegiornale, campagne d'indignazione nazionale e internazionale, psicologi, sociologi, vescovi, assistenti sociali, giuristi, forcaioli e rieducandi che fanno passerella da Porta a Porta ad Anno Zero passando per le emissioni per i ragazzi e i talk show pomeridiani.
E che ne sarebbe della masnada che ha creato il putiferio minacciando la donna e la pargola? Questi si vedrebbero subito affibbiare dei bei soprannomi stile svastichella o carroccella, tutti ne richiederebbero la carcerazione, la rieducazione in un campo di lavoro, la gogna e, visto che ci siamo la castrazione chimica; o forse nemmeno chimica.
E via con le accuse dilaganti di razzismo e con le terapie di massa per una seduta psicanalistica nazionale che ci consenta di curarci un po' tutti, colpevoli comunque, in qualche lato del nostro essere, di mantenere ancora qualcosa di maschio, di orgoglioso, di vitale, d'irriverente.
Giusto? E' così che andrebbe, no?

Metti le cose come sono andate a Rosarno. Metti una cittadina calabrese con una pargola. Metti una masnada che le insegue, che prende a calci la macchina in cui si sono rifugiate. Metti lei che mostra un occhio pesto per le percosse che ha subito. Ed ecco che femministe, benpensanti, antirazzisti, soloni, psicologi, sociologi, vescovi, assistenti sociali, giuristi, forcaioli, rieducandi fanno finta di niente, fischiettano. E no: se una folla in delirio assalta un'immigrata e una bambina, è vigliacca e razzista, ma se una folla di immigrati in delirio assalta un'italiana e una bambina, non si può dire che sia vigliacca e razzista perché tutto il costrutto mentale e ideologico del benpensantismo multicolore e unigrigio ne soffrirebbe non poco.
E allora non una parola, non un'indignazione, non un sentimento di accusa della vigliaccheria e non un attestato di solidarietà verso chi ha subito violenza e se l'è di certo vista brutta. Ovvero una donna e una bambina aggredite da una folla.
Intendiamoci bene: io non avrei gradito affatto che, contro gli aggressori e a favore delle aggredite, si fosse manifestata la tiritera di cui sopra con tutte le banali e stucchevoli esternazioni e il loro nauseante moralismo buonista. Mi fa schifo in una direzione e mi avrebbe fatto schifo in un'altra.
Io sono contro le schematizzazioni e le categorie.

Non sono della razza dei preti, degli industriali e degli intellettuali che considerano gli immigrati delle “risorse”, forse perché a differenza loro, a me gli immigrati non portano denaro.
Io sono tra quelle poche persone che li considerano uomini. Ogni uomo, ogni donna, ha un valore in sé, è diverso dagli altri e dalle altre e non può essere angelizzato o demonizzato a prescindere.
Questo non lo intendono i preti e i marxisti che debbono sempre disegnare sulla lavagna una riga verticale di gesso per scriverci da una parte i buoni e dall'altra i cattivi. Una pratica forse indispensabile a quelli che sono poveri di spirito o di cervello, altrimenti non si raccapezzerebbero, visto che non sanno discernere. Che poi le loro categorizzazioni comportino disastri sociali, umani, ingiustizie e persino stragi, diventa un fatto collaterale a cui qualcun altro poi penserà...
Ecco, appunto, qualcuno ci deve pensare. A me preme molto intervenire per cercare di salvarmi, di salvare la mia gente e infine di salvare un po' tutti dai disastri che preti, comunisti e capitalisti hanno generato, tra cui gli effetti di questa gigantesca immigrazione che si dipana assumendo tutti i peggiori tratti del disastro umano e sociale e che accomuna, nel baratro, spesso contrapponendoli, immigrati e autoctoni.

Non mi sarebbe quindi garbato affatto di assistere a una settimana di caccia mediatica al nero (come pelle) invece della solita caccia al nero (come colore politico).
Ciò chiarito, il fatto che femministe, benpensanti, antirazzisti, soloni, psicologi, sociologi, vescovi, assistenti sociali, giuristi, forcaioli e rieducandi abbiano taciuto, si siano voltati dall'altra parte, abbiano, in una parola, annullato la realtà di un vile delitto evitando di veicolarla dove solo il reale sembra oggi tale, ossia nel virtuale mediatico, è significativo, inquietante e stomachevole.
Questa gentuzza, che è così brava a sbavare, a pontificare, ad avvelenare le anime con la propria acidità malcelata dietro una maschera di dozzinale e feroce buonismo, è la vera pustola, la vera piaga, la vera dannazione della nostra società.
So che molti di loro, come me, sono favorevoli all'eutanasia. Ma so anche che non sono persone coerenti, consequenziali ed intere e non c'è quindi da attendersi che facciano per il bene comune quello che sarebbe opportuno compissero. Se amassero il prossimo, visto quello che hanno combinato finora, lo lascerebbero in pace e si congederebbero passando ad altra vita. Sarebbe un atto decoroso e d'amore. Ma loro il precetto lo hanno preso alla lettera: il prossimo ciascuno di essi lo ama, sì, ma COME SE STESSO. Ed è per questo che trasudano disprezzo e nausea da ogni poro. Che fetore, gente! C'è del marcio eccome, ma non occorre cercarlo in Danimarca.


di Gabriele Adinolfi

scritto da Iron alle ore 14:55:43
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12.01.2010

Il razzismo dei burattini


 
 
 
Gli stupidi sono quasi sempre presuntuosi; i presuntuosi sono sempre arroganti. Quelli che subiscono l'arroganza dei presuntuosi  generalmente maturano dei complessi e si sentono in colpa; non si sa di che cosa ma si sentono in colpa. Molti di quelli che si sentono in colpa si sperticano per mondarsi e dimostrare agli arroganti e ai presuntuosi che sono in sintonia con loro: e così alimentano la stupidità generale che si fa sistematica e violenta.
Questo circolo vizioso si dipana immancabilmente in democrazia e quando la democrazia si munisce di una forte tecnologia mediatica, diventa ossessivo.
Non c'è tregua e non c'è eccezione.
 

Rosarno
 

Così a Rosarno. Lì gli immigrati si sono ribellati a delle condizioni ignobili di sfruttamento capitalistico. Bastava notare questo e ragionarci su. Invece gli stupidi, i presuntuosi, gli arroganti e i complessati ne hanno fatto tutta un'altra storia.
Gli immigrati sono divenuti dei Robin Hood che si sarebbero ribellati alla n'drangheta, la quale n'drangheta è così divenuta praticamente da sola la causa di uno sfruttamento capitalista e multinazionale. Per giunta, durante questa semplificazione grottesca nessuno ha perso un solo istante a riflettere sul fatto che per anni gli schiavi immigrati si sono offerti alla n'drangheta accettando condizioni salariali che mettevano fuori gioco la mano d'opera locale. Finché c'era comunanza d'interessi a danno terzi andava bene, ora che la situazione è cambiata noi facciamo di questi schiavi volontari, che sono alcune delle tante vittime del capitalismo e del mondialismo, dei campioni di giustizia sociale. E iniziamo a colpevolizzarci noi stessi, neanche fossimo gli americani che gli schiavi li hanno portati lì a forza.
E negli scontri tra poveri, tra la gente di Rosarno e gli immigrati, cosa facciamo? Accogliamo le pretese degli stupidi, dei presuntuosi, degli arroganti e dei complessati e puntiamo l'indice sugli abitanti di Rosarno che diventano in un colpo solo tutti affiliati alla n'drangheta, razzisti e insensibili. E si parla di “caccia al nero” evitando accuratamente di dare la parola ai calabresi e di registrare la caccia al bianco che ha avuto incontestabilmente luogo e, tra l'altro, in casa dei calabresi. Perché, non dimentichiamolo, stiamo parlando della loro terra, la loro.
Ma non c'è posto per la realtà, per la verità e per il buon senso. Dobbiamo dar spazio alle parole idiote o in mala fede dei vari cardinal Bertone, preoccupati per la perdita di dividendi nel caso saltasse il sistema schiavistico, e dei sedicenti rappresentanti di un  presunto popolo del net che annuncia manifestazioni penose, colorate e americane per protestare contro il “razzismo”. Non contro il capitalismo, non contro lo schiavismo, non contro la guerra dei poveri, ma contro quello che si vuole a tutti i costi vedere nelle reazioni emotive di chi subisce il paradiso global.  Perché non interessa affatto agli idioti, ai presuntuosi, agli arroganti e ai complessati, di affrontare e provare a risolvere i problemi: essi debbono pontificare e scomunicare, come potrebebro altrimenti ergersi visto che non hanno statura?
 

Balotelli
 

Rosarno chiama Balotelli. Questo giovane arrogante e viziato che passa le sue giornate a mancare di rispetto agli allenatori propri e ad insultare i tifosi altrui e che viene subissato ovunque da fischi, ha deciso che la gente non ce l'ha con lui perché è irritante e insolente ma perché è nero. Come se in Italia non ce ne fossero di giocatori neri. E non c'è giornata in cui quest'individuo scenda in campo senza lamentarsi del razzismo. E sì che è stato smentito da tutti; persino dal suo allenatore e dai tanti giocatori di pelle nera  interpellati in merito. E' stato addirittura multato dopo le sue malevole e insultanti invenzioni su Chievo-Inter. Ma questa evidente sputtanata del discolo da parte di tutti gli addetti ai lavori non piace agli stupidi, agli arroganti, ai presuntuosi e ai complessati che insistono. Tanto dall'imporre, proprio questa domenica, la minaccia di sospensione delle partite future per indecifrabili cori razzisti che non si sa chi mai dovrebbe documentare e su quali basi.
Come potrebbero, altrimenti, i maestri e i pontefici della stupida, arrogante, presuntuosa e complessata, ideologia del “politicamente corretto” continuare ad atteggiarsi a giustizieri della notte se dovessero ammettere la verità e cioè che non ci sono masse in preda a pregiudizi che attendono di essere educate dai commissari politici? C'è bisogno di loro, gente; noi dobbiamo essere trinariciuti e oscurantisti mentre gli arroganti, i presuntuosi, i complessati, ci devono illuminare per farci partecipi della loro immensa – ma “buonista” - stupidità.
Tanto rumore per nulla, direbbe Shakespeare. Tanto rumore da parte delle nullità aggiungo io.
 

Laggiù nel Maine
 

Cosa affermo dunque, che non c'è razzismo?
Sarei un pazzo a sostenere qualcosa del genere, il razzismo dilaga.
Proprio l'altro giorno in Usa, nello Stato del Maine, una donna che aveva ucciso il marito nel sonno è stata scarcerata e assolta “perché il fatto non sussiste”. Il giudice ha ritenuto che non dovesse pagare per il suo delitto perché il marito era “la personificazione stessa del male”. Un'affermazione di razzismo allo stadio puro, palese ed estremo che non si sente pronunciare neppure nei peggiori polpettoni holliwoodiani di caricatura sul Terzo Reich. E perché mai era la personificazione del male l'uomo assassinato dalla moglie? Ma perché possedeva dei ritratti di Hitler ergo era “potenzialmente” terrorista, forse anche predisposto alla pedopornografia e doveva sicuramente essere un violento. Non invento nulla.
Cosa diranno ora tutti quelli dei braccialetti gialli, degli scioperi antirazzisti, del “chiudiamo le curve di calcio”? Si mobiliteranno contro il razzismo demenziale e forsennato del giudice del Maine o s'identificheranno piuttosto, cosa di cui sono certo, nel suo modo di amministrare la giustizia? Ovvero nel permettere che un uomo venga ucciso nel sonno e che  la sua assassina se ne vada in giro libera perché la vittima appartiene a una categoria che viene esclusa dalla dignità politica e sociale. Non dalla nazione, non dalle stesse leggi americane, sia chiaro, ma dalla dittatura indistrurbata e farneticante degli stupidi.
Il razzimo degli altri e quello mio
Non c'è il razzismo che ci dipingono e per cui ogni giorno suonano l'allarme, ma ce n'è un altro, molto più forte, pericoloso e distruttivo, ed è quello che viene mosso, con l'intolleranza dei “tolleranti” e con la malvagità dei “buonisti”, verso tutti quelli che non si conformano all'omologazione totale. Lo si nota ogni giorno che passa; e non è un razzismo a senso unico perché  vige nei confronti di chiunque, di qualsiasi cultura politica o schieramento,  non si uniformi alla banalità ed  esprima qualche nota di colore, qualche suono, qualche immagine, qualche pensiero che non sia preconfezionato. Contro chiunque non sia appeso ai fili e non sia, per giunta, convinto che il suo essere burattino lo innalzi allo stato della libertà, così come gli ripetono ogni giorno i suoi compagni di baracca.
A dilagare oggi ovunque è questo razzismo, il razzismo violentissimo dei burattini contro chiunque osi manifestare il desiderio di continuare ad essere uomo.
Come ce ne si libera? Assumendone e  proclamandone ad alta voce un altro, quello che non esito a definire mio: il razzismo contro gli arroganti, i presuntuosi, i complessati e la loro immensa stupidità.
Facciamo nostro l'indovinatissimo slogan del Blocco Studentesco: odiamo gli stupidi!
Oggi più che mai ce n'è bisogno, domani potrebbe essere troppo tardi.
 
 
 
di Gabriele Adinolfi

scritto da Iron alle ore 10:46:04
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10.01.2010

Quel Sud messo in ginocchio dal vizio di non voler faticare


 
 
Dinanzi alle immagini di Rosarno, alla rivolta degli immigrati clandestini, mi viene una domanda molto scorretta. Perché la Calabria è piena di disoccupati, di giovani che si lamentano, e poi a raccogliere le arance arrivano dall’Africa questi uomini disperati? È giusto dire come fa il ministro Maroni: basta tollerare i clandestini. Ma la tolleranza della clandestinità ha dei padri (anche) molto molto giovani. Ragazzi-padri e ragazze-madri. Sono i giovanotti del lamento e del bar, nessuna voglia di lavorare perché si aspetta la manna dallo Stato, il posto e li coccolano tutti promettendo: ti sistemo, sta’ tranquillo. E se non è lo Stato o la Regione c'è sempre la ’ndrangheta. E i loro genitori che li curano, li trattano come la porcellana dietro la vetrinetta della vecchia zia, manovrarla con cura che si rompe.

In questo caso è chiaro che i cattivi non sono in primis i clandestini in rivolta. La violenza va repressa. Ovvio. Guai a lasciar ingrandire il fuoco. Non credo però che queste persone abbiano attraversato in massa il mare per andare in Calabria a far concorrenza alla ’ndrangheta e per esercitare la criminalità. Non sarebbero lì a Rosarno a cogliere mandarini. I cattivi sono di certo quelli che li hanno fatti arrivare in condizioni disastrose, i governanti locali e nazionali che hanno chiuso due occhi, ma anche i ragazzi di quelle parti che non hanno voglia di lavorare, specie se è un affare dove si usano le mani e fa male la delicata schiena per staccare dai rami i bergamotti, raggranellando magari qualche soldo nell’attesa di meglio. C’era domanda di manodopera in Calabria, ma niente offerta. Perché no? Perché la fatica non va bene, è roba da negri, non è vero? E dire che avendo la casa decorosa lì, si potrebbe anche studiare e lavorare qualche ora negli agrumeti, in America lo fanno. Anche in Italia. Conosco molta brava gente che frequentava le serali; lavorava di giorno, roba modesta, poco qualificata, per poi crescere grazie agli studi. Ma intanto sgobbava, provava le difficoltà della vita, e si migliora e ci si tempra anche pulendo le strade. Nel mio piccolo sono stato fortunato, ma mi è capitato di pitturare cancellate e di imbustare medicinali, invece del bar.

Mi capitò da cronista, negli anni ’80, di fare un’inchiesta sul lavoro in Calabria, a Lamezia Terme e paesi intorno. C'era disoccupazione e lamento, come ora, più di ora. Ma raccontai l’avventura di chi apriva piccole aziende artigiane per fare sedie sulla Sila, coraggiosamente, con problemi di strade e di trasporto enormi; chi invece di fare il pigro prof di Stato si metteva insieme con genitori e apriva cooperative scolastiche senza finanziamenti, piene di entusiasmo. Le fabbriche costruite con le sovvenzioni erano abbandonate già allora. C’era chi cercava di sviluppare la propria azienda agricola, mi illustrava come bisognasse fare concorrenza agli spagnoli nel campo degli agrumi e nel resto, perché quelli si organizzavano (già allora... ). Ma poi si immalinconì guardando i campi. Mi disse il giovane imprenditore triste: «È qui in macchina? Prenda una cassetta, raccolga le fragole». «Quanto me le mette?», «Scherza, sono gratis». Le fragole marcivano nel campo, era estate, ma i ragazzi non avevano voglia di abbassare la schiena, e se mai si presentasse qualcuno intervenivano subito le autorità per vedere se era tutto in regola, la paga in regola eccetera. Ma un ragazzo che tirasse su quel ben d’Iddio, che si ingegnasse in cooperativa per portare sui mercati e ai supermercati da Roma in su quella dolcezza fragolina? Niente. I figlioli stavano al bar a ciondolare e a protestare che non c’era lavoro, sorbendo eccellenti granite al caffè.

 Qualcuno si dava da fare, costruiva qualcosa nell’inerzia. Li hanno fregati tutti. Se non è stata la ’ndrangheta è stata la magistratura politicizzata. Ricordo il capofila di questa azione di rinascita, era Tonino Saladino, lo conoscevo dai tempi dell’università a Milano a metà degli anni ’70: lui studiava veterinaria, ma era fidanzato con una di lettere. Andavamo insieme a prendere botte dai compagni fuori delle scuole tipo Berchet dove non lasciavano uscire i ragazzi di Cl senza dargli come minimo l’augurio della morte e cazzotti vari. Invece di restare a Milano, volle provare a risollevare la sua Calabria. Andai a vedere quel che faceva: magnifico. Mi disse: «I ragazzi qui non vedono il rapporto tra il lavoro e il denaro. Il denaro qui non si fa lavorando, ma avendo il posto e poi arrangiandosi». Tonino Saladino è stato messo sotto inchiesta. Peraltro anch’io per avergli telefonato un paio di volte.

L’altra sera ad «Annozero» si è visto plasticamente che cosa provoca l’arrivo dei clandestini. C’era una bella ragazza siciliana, 36 anni, precaria della scuola, il marito precario musicista a Palermo. Diceva: «Non abbiamo speranza». Chiedeva alla politica la soluzione. Dall’altra c’era Roberto Castelli che ha detto la cosa più semplice del mondo. «Perché non prova a darsi da fare? Mi alzavo alle quattro del mattino con l’auto gibollata e rientravo alle dieci la sera». Non è la politica che può mettere a posto il Sud, essa deve creare le condizioni di sicurezza perché se uno vuole impegnarsi, inventando qualcosa, mettendo su una bottega o un’azienda, possa farlo senza essere vessato dalla malavita e dalla burocrazia. Ma la prima condizione è quella strana difficile cosa che si chiama voglia di prendersi le proprie responsabilità, di mettere via il fazzoletto per le lacrime facili e il megafono dei professionisti della protesta, e provare persino a raccogliere le arance. Ci sarà meno immigrazione clandestina. Meno rivolte. Meno problemi con l’islam. Sperare è possibile, bisogna rischiare di lavorare.


di Renato Farina
da Il Giornale

scritto da Iron alle ore 20:47:25
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09.01.2010

Ci siamo!




 
 
 
E' altissima la tensione a Rosarno, in Calabria, per gli scontri tra immigrati e residenti. All'indomani della rivolta degli extracomunitari, due stranieri sono stati gambizzati da ignoti e altri due sono stati feriti a colpi di spranghe e bastoni. L'ultimo bilancio degli incidenti, fornito dal prefetto di Reggio Calabria, Luigi Varratta, sale a 37 feriti: 19 extracomunitari e 18 uomini delle forze dell'ordine. Uno dei feriti a colpi di spranga sulla statale 18 è in gravi condizioni, sottoposto a intervento chirurgico e ricoverato in codice rosso, in neurochirurgia a Reggio Calabria. Grave anche un altro extracomunitario ferito a colpi di spranghe, mentre il Prefetto ha confermato che gli ultimi feriti a colpi di arma da fuoco caricati a pallini non destano preoccupazioni. Secondo quanto riferisce l'Ansa, almeno cinque immigrati sono rimasti feriti in modo non grave dopo essere stati investiti da auto guidate da italiani. Lo si apprende da fonti investigative, secondo cui gli incidenti sarebbero avvenuti in prossimità dei posti di blocco attuati dagli abitanti del posto. In un caso i responsabili dell'investimento sono stati fermati dai carabinieri. Otto gli arresti: sette cittadini extracomunitari accusati di devastazione, rissa e violenza a pubblico ufficiale, e uno degli italiani che ha tentato di investire gli stranieri con l'escavatore, ferendone uno. L’accusa per lui è di tentato omicidio. Ulteriori momenti di tensione si sono vissuti, in serata, in località Bosco di Rosarno quando alcuni abitanti della zona hanno cercato di avvicinarsi e accerchiare la struttura ex Esac dove sono accampate centinaia di immigrati e cercando di arrivare allo scontro con loro. Ne è scaturita una fitta sassaiola.
Nel primo pomeriggio di ieri centinaia di extracomunitari, tra i quali alcuni giunti dalle zone vicine, scortati in testa e in coda dalle forze dell'ordine hanno raggiunto in corteo il municipio scandendo slogan di protesta. In precedenza alcuni abitanti di Rosarno avevano raggiunto la zona antistante il municipio. Erano venuti a contatto con gli immigrati e avevano provato a inseguirli e malmenarli. Un uomo ha sparato dal terrazzo della sua casa due colpi di fucile in aria per difendere la moglie e le figlie che guardavano dal balcone e contro le quali erano stati lanciati sassi da alcuni immigrati che stavano transitando in corteo. Dopo i colpi, alcuni stranieri sono entrati nell'abitazione ma per protestare vivamente. Ci sono stati momenti di tensione tra un gruppo di abitanti e le forze dell'ordine dopo che un giovane era stato fermato perché stava litigando con un immigrato davanti al municipio. Gli animi si sono calmati dopo che il giovane è stato rilasciato.
In città gruppi di giovani hanno organizzato ronde spontanee: “Difendiamo la nostra città e le nostre case. Siamo a caccia degli africani: se vogliono lavorare restino, ma se non c'è lavoro, devono andare via”, dice qualcuno.Le tensioni tra immigrati e cittadini hanno provocato numerose reazioni politiche. Secondo il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, c'è stata “in tutti questi anni troppa tolleranza” verso l'immigrazione. Frasi che hanno scatenato le critiche dell'opposizione. Primo fra tutti, il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani: “Mi dispiace molto che il ministro dell'Interno non abbia perso l'occasione, anche questa volta, di fare lo scaricabarile sulla famosa immigrazione clandestina”. Ma anche il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, la pensa come Maroni: “Troppa tolleranza verso i clandestini. Lo Stato ha il dovere di fare rispettare le leggi, di fare rispettare le regole. Non può esserci tolleranza, specie per chi usa la violenza in maniera così evidente, per il solo fatto che è un immigrato”.
Il ministro Maroni riferirà su quanto sta accadendo a Rosarno martedì alle 17 al Senato.

Ci siamo: ecco a noi il paradiso multirazzista del capitalismo globale. Sappiamo chi dobbiamo ringraziare (capitalisti, progressisti, comunisti e clero) per la banlieusizzazione delle periferie, dove avremo solo odi, guerre tra poveri, multirazzismo; e anche per l'istituzione imminente di quartieri bunker per ricchi. Stiamo diventando americani, non europei ma occidentali. Stiamo diventando americani: sfruttati, disgregati socialmente e culturalmente, pronti a ucciderci tra etnie, clan e tribu, ma sempre disposti a fare i moralisti se entra in scena un ragazzino viziato come Balotelli che, in una società normale, sarebbe rimandato senza indugi in collegio. Ma non siamo in una società normale, sicché continueremo col tormentone Balotelli e intanto sui drammi apocalittici alla Rosarno ci divideremo tra chi colpevolizzerà gli immigrati e chi gli italiani; nessuno punterà l'indice dove dev'essere puntato ma, soprattutto, nessuno farà alcunché per uscire dal paradiso che mercanti di schiavi, millenaristi e internazionalisti, tutti insieme, ci hanno disegnato. Auguri gente: benvenuti nel wonderful world  dei vincitori del '45: la loro opera si sta compiendo.


da Noreporter.org

scritto da Iron alle ore 13:04:09
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07.01.2010

Prove generali di un nuovo 7 gennaio


 
 
Nelle prime ore del 7 gennaio, nel trentaduesimo anniversario del martirio di Acca Larentia, degli sciacalli imbecilli hanno gettato bottiglie molotov contro la sede romana di Forza Nuova di Piazza Vescovio, situata accanto al luogo ove trentuno anni fa degli intoccabili del Pci avevano assassinato, restando impuniti, il giovane Francesco Cecchin. E' la seconda volta in pochi giorni che quella sezione di FN viene presa di mira. Nel frattempo altri due attentati sono stati compiuti a Roma contro un'altra sede di Forza Nuova, all'Appio Latino e contro una sede del PdL del Trionfale.
Una sola rivendicazione è stata fatta, il volantino riportava una frase di un ideologo anarchico.
Che si tratti di pochi quanto scemi cani rabbiosi è chiaro a tutti.
Che ci siano dei parassiti sanguinari che sperano nella riedizione, sia pure a dimensione assai ridotta, della spirale della strategia della tensione è altrettanto evidente. Troppi controllori di strutture desuete, legate ai servizi segreti, rischiano il posto nella ristrutturazione europea, troppi politicanti senza bacino elettorale temono il pensionamento.
Ci sono, insomma, dei mangiafuoco e ci sono degli appiccia-fuoco, probabilmente più idioti e ottusi che coscienti del loro ruolo di burattini.
Finora le offensive sono state tutte a senso unico: gli antifa hanno fatto gli incendiari e gli assalitori e i loro avversari hanno mantenuto i nervi calmi evitando ogni reazione e mostrato insieme forza, tanto da mai soccombere in piazza.
Ci sono state campagne nazionali con obiettivi diversi. Qualche anno fa ci fu l'offensiva incendiaria nazionale contro An. Spesso è stata bersagliata Forza Nuova. Campagne intensive si sono avute quest'anno su scala nazionale contro Casa Pound e su scala romana, ora, contro Forza Nuova.
La speranza da parte dei mangiafuoco e dei loro utili idioti è che ci scappi il morto o il ferito grave affinché la sopportazione intelligente dei loro avversari cessi di colpo.
E' in questo che sperano i bastardi.
Non avrebbero tutta questa speranza se non si sentissero coperti, cullati e incoraggiati da certe frasi incendiarie, incoscienti, pericolosissime, di Di Pietro o da alcune grottesche cacce alle streghe della pattuglia Finocchiaro che pretende – nel 2010 – la repressione contro Casa Pound per apologia di fascismo! Esattamente come, otto anni prima, avevano fatto nei confronti di FN.
A trent'anni circa dalla fine della spirale dell'odio c'è ancora chi, in Parlamento e in Senato, ha il coraggio di seminare vento e di lanciare veleno, di gettare olio sulle fiammelle, per puro calcolo di bottega.
Di Pietro, la Finocchiaro e compagnia bella sono una vergogna ambulante e una mina vagante per un'intera nazione.
E' questa la gente che va fermata: senza se e senza ma, altrimenti, per la loro criminale incoscienza , ci scapperà il morto.

 
 

di Gabriele Adinolfi

scritto da Iron alle ore 14:25:43
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01.01.2010

Operazione Barbarossa. Martirio per la salvezza d'Europa


 
 
 
NOTA: Il Giorno “M” è un libro scritto da Vladimir B. Rezun (alias Viktor Suvorov), tradotto dal russo in tedesco da Hans Jaeger, Stoccarda. Ed. Klett-Cotta, 1995, 356 pagine, corredato di foto, riferimento delle fonti, bibliografia, indice.

Di Daniel W. Michaels (laureato alla Columbia University ed ora in pensione dopo 40 anni di servizio presso il Dipartimento Americano della Difesa)

Quando Hitler lanciò “Operazione Barbarossa“ contro l’Unione Sovietica il 22 Giugno 1941, i dirigenti tedeschi giustificarono l’attacco definendolo preventivo al fine di contrastare un imminente invasione della Germania e del resto dell’Europa da parte dei sovietici.

Dopo la guerra i responsabili politici e militari più importanti, ancora in vita, furono condannati a morte a Norimberga con l’accusa di avere, tra le altre cose, progettato e condotto una “guerra aggressiva” contro l’Unione Sovietica.

Il Tribunale di Norimberga rifiutò di accettare le tesi della difesa che definiva “Barbarossa” un attacco preventivo.

Nei decenni successivi, storici, uomini di governo e opere scritte sull’argomento negli Stati Uniti, in Europa e in URSS, hanno mantenuto la versione che fu Hitler a venire a meno agli accordi con i sovietici lanciando il suo attacco traditore a sorpresa, motivato dalla bramosia per le risorse naturali russe e ucraine, dalla ricerca dello “spazio vitale” e da quel pazzesco piano che mirava alla “conquista del mondo”.

In questo studio dettagliato, ben argomentato e documentato, uno specialista russo ha presentato abbondanti prove che, in sostanza, confermano la tesi tedesca.

Basato innanzitutto su una scrupolosa analisi della relativa letteratura politica e militare, nonché sulle memorie di membri di spicco dell’elite di partito e militare sovietica, l’analista militare Suvorov ha presentato una notevole opera revisionista che obbliga ad una rivalutazione radicale della concezione a lungo accettata della storia della Seconda Guerra Mondiale.

L’autore, il cui vero nome è Vladimir Bogdanovich Rezun, fu addestrato come ufficiale dell’esercito sovietico a Kalinin e a Kiev. Più tardi, dopo l’espletamento di servizi nel personale da ufficio e dopo aver completato gli studi all’Accademia Diplomatica Militare nel 1974, prestò servizio come ufficiale del controspionaggio militare sovietico (GRU), lavorando per quattro anni a Ginevra sotto copertura diplomatica. Disertò nel 1978 e gli fu concesso asilo politico in Gran Bretagna.

Il suo primo libro sull’argomento, IL ROMPIGHIACCIO, fu inizialmente pubblicato in lingua russa (in Francia) nel 1988, poi seguirono edizioni in altre lingue, incluso l’inglese.

Fece scalpore negli ambienti del controspionaggio e militari, specialmente in Europa, perché documenta attentamente la natura offensiva del massiccio ammassamento militare sovietico alla frontiera tedesca nel 1941.

Nel libro “Il Giorno M“ Suvorov aggiunge sostanzialmente prove e argomenti presentati ne “Il Rompighiaccio“.

Sviluppando l’argomento, Suvorov evidenzia l’importanza centrale riguardante il piano di Stalin dello stratega militare Boris Shaposhnikov, Maresciallo e Capo di Stato Maggiore. La sua opera più importante, MOZG ARMII (Il Cervello dell’Esercito), fu per decenni una lettura obbligatoria per ogni ufficiale sovietico.

Stalin non solo rispettava l’acume militare di Shaposhnikov ma, insolitamente, gli era simpatico.

Fu il solo uomo al quale Stalin si indirizzava pubblicamente usando il suo nome patronimico (Boris Mikhailovich), in Russia una personale forma di riferimento, meno che formale ma sicuramente rispettosa. Stalin chiamava chiunque altro col suo cognome preceduto dalla parola “compagno” (esempio: Compagno Zhdanov). L’ammirazione di Stalin derivava dal fatto che sul suo tavolo teneva sempre una copia del libro di Shaposhnikov (Mozg Armii).

Il piano di mobilitazione di Shaposhnikov, fedelmente perfezionato da Stalin, evidenziava un chiaro e logico programma di due anni (Agosto 1939 – Estate 1941) che sarebbe inesorabilmente e volutamente culminato in una guerra.

Secondo Suvorov, Stalin annunciò la sua decisione di perfezionare questo piano ad una riunione del Politburo il 19 Agosto 1939, quattro giorni prima della firma del patto di non aggressione germano-sovietico, (fu a questa riunione del Politburo, dopo che Stalin ebbe concluso le sue draconiane purghe di militari e politici “inaffidabili”, che il leader sovietico ordinò al Generale Georgi Zhukov di attaccare e sconfiggere, col sistema classico della guerra lampo, la Sesta Armata giapponese a Khalkhin-Gol in Mongolia).

Tredici giorni dopo il discorso di Stalin, le truppe tedesche lanciano l’attacco alla Polonia e, due giorni dopo il 3 Settembre 1939, la Gran Bretagna e la Francia dichiarano guerra alla Germania.

Una volta che Stalin decise di imbarcarsi nel processo di mobilitazione, il regime riconvertì l’economia della nazione, indirizzando le enormi risorse fisiche e umane dell’Unione Sovietica verso un’economia di guerra. Per sua natura, questo radicale cambiamento poteva portare solo ad una logica conclusione: la guerra.

In parole povere, la decisione di Stalin del 1939 di mobilitare le truppe, stava a significare inevitabilmente la guerra.
 
 
 
RIARMO MASSICCIO
 
 
 
Nel 1938, 1.513.400 uomini prestavano servizio nell’Armata Rossa. Ciò significava circa l’1% della popolazione sovietica, che è generalmente considerata la normale percentuale massima, economicamente sostenibile, di uomini sotto le armi, rispetto alla popolazione.

Come parte del loro programma di mobilitazione di due anni, Stalin e Shaposhnikov arrivarono a più che raddoppiare il numero di uomini sotto le armi, arrivando a oltre cinque milioni.

Durante questo periodo, Agosto 1939 – Giugno 1941, Stalin mise in campo 125 nuove divisioni di fanteria, 30 nuove divisioni motorizzate, 61 nuove divisioni corazzate e 79 nuove divisioni aeree, un totale di 295 divisioni organizzate in 16 armate. Il piano Stalin-Shaposhnikov prevedeva anche una mobilitazione di ulteriori sei milioni di uomini nell’estate del 1941 da distribuirsi in ulteriori divisioni di fanteria, motorizzate, corazzate e aeree.

Fra il Luglio del 1939 e il Giugno del 1941, Stalin aumentò il numero delle divisioni corazzate sovietiche da zero a 61, con altre dozzine in allestimento. Per il mese di Giugno 1941 la “neutrale” Unione Sovietica aveva allestito più divisioni corazzate di tutti gli altri paesi del mondo messi insieme, una possente forza che poteva effettivamente essere impiegata solamente in operazioni offensive.

Nel Giugno del 1941 Hitler gettò all’attacco dieci divisioni meccanizzate, delle quali, ognuna, aveva più di 340 carri medi e leggeri. Sull’altro versante, Stalin aveva 29 divisioni meccanizzate, ognuna con 1031 carri leggeri, medi e pesanti. Mentre è vero che non tutte le divisioni sovietiche erano a pieno regime, va fatto notare che una singola divisione meccanizzata sovietica era militarmente più forte di due divisioni tedesche messe insieme.

Quando Hitler attaccò la Polonia il 1° Settembre 1939, la Germania aveva un totale di sei divisioni corazzate.

Se questa forza tutto sommato leggera può considerarsi una prova determinante della volontà di conquista del mondo (o almeno dell’Europa) da parte di Hitler, che cosa possiamo dedurre, chiede Suvorov, dal riarmo di Stalin che portò alla creazione di 61 divisioni corazzate fra la fine del 1939 e la metà del 1941, con altre dozzine in allestimento?

Alla metà del 1941, l’Armata Rossa era la sola forza militare al mondo dotata di carri anfibi.

Stalin, di questi mezzi bellici offensivi, ne aveva ben 4.000. La Germania nessuno.

Nel Giugno del 1941 i sovietici avevano aumentato il numero delle loro divisioni paracadutiste da zero a cinque ed il numero dei loro reggimenti da artiglieria campale da 144 a 341, in ogni singolo caso molto di più di tutti gli eserciti del mondo messi assieme.

Allo scoppio della guerra nel Settembre del 1939, la Germania aveva una flotta di 57 sottomarini, anche questo un fatto che viene spesso citato come prova delle intenzioni aggressive di Hitler.

Nel contempo però, afferma Suvorov, l’Unione Sovietica ne possedeva più di 165.

Questi sottomarini non erano dei mezzi mediocri, ma di buona qualità. Nel Giugno 1941 la marina sovietica aveva più di 218 sottomarini in servizio e altri 91 in costruzione. Stalin comandava la flotta sottomarina più grande al mondo, una forza creata per una guerra aggressiva.
 
 
 
UNA GUERRA “MONDIALE” ?
 
 
 
Come fa notare Suvorov, all’epoca dell’attacco di Hitler del 1939 contro la Polonia, nessuno in Germania o nell’Europa Occidentale considerava questo come lo scoppio di una “guerra mondiale”.

Perfino la dichiarazione di guerra contro la Germania da parte dell’Inghilterra e della Francia due giorni dopo, il 3 Settembre 1939, non portava alla considerazione di una “guerra mondiale”.

Fu solo molto più tardi, guardando a ritroso, che la campagna tedesco-polacca venne considerata l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Solo a Mosca, scrive Suvorov, fu ben chiaro fin dall’inizio che era scoppiata una guerra mondiale.

Riprendendo le conclusioni di storici del calibro di A.J.P. Taylor e David Hoggan, Suvorov precisa che Hitler non volle e non pianificò un conflitto su scala europea nel 1939.

Furono le dichiarazioni di guerra britanniche e francesi contro la Germania che trasformarono un conflitto locale fra Germania e Polonia in un conflitto esteso all’Europa.

Inoltre Hitler non autorizzò la conversione dell’economia della sua nazione in una economia di guerra. Il capo del GRU sovietico Ivan Proskurov informò dettagliatamente Stalin che l’industria tedesca non era improntata ad una guerra su ampia scala. In effetti la Germania non trasformò la sua industria a vocazione bellica fino al 1942, due anni dopo l’Unione Sovietica. Ma mentre la produzione di armi e mezzi militari sovietici raggiunse il suo picco nell’estate del 1941, la Germania ci arrivò soltanto nel 1944, tre anni più tardi. Troppo.
 
 

 
 
PIANO D’ATTACCO
 
 
 
Suvorov presenta un enorme quantità di prove a dimostrazione che Stalin stava preparando una massiccio attacco a sorpresa contro la Germania da lanciarsi nell’estate del 1941 (Suvorov ritiene che l’attacco fosse previsto per il 6 Luglio 1941). A preparazione di ciò, i sovietici avevano dispiegato enormi forze proprio sulla frontiera tedesca, incluso paracadutisti, campi di volo, una vasta serie di armamenti, munizioni, carburante e altri rifornimenti.

Nell’Aprile del 1941 l’Armata Rossa ordinò un massiccio spiegamento di pezzi d’artiglieria e di munizioni alla frontiera, il tutto ammassato all’aperto. Solo questo prova, scrive Suvorov, prova l’intenzione di Stalin di attaccare perché questo armamento andava usato prima dell’autunno quando le piogge annuali sarebbero cominciate.

Ammassare le munizioni all’aperto nel 1941 significava che un attacco si sarebbe dovuto avverare nello stesso anno. “una diversa interpretazione di questo fatto non sarebbe plausibile “, scrive. Suvorov riassume:

“Studiando la documentazione d’archivio e le pubblicazioni ufficialmente disponibili, arrivai alla conclusione che il trasporto (nel 1941) verso la frontiera di milioni di stivali, munizioni, pezzi di ricambio e lo spiegamento di milioni di soldati, migliaia di carri armati e di aerei, non poteva essere una svista o un errore di calcolo, ma piuttosto doveva essere il risultato di una politica ben meditata. Tutto questo aveva come scopo di preparare l’industria, il sistema dei trasporti, l’agricoltura, il territorio dello stato, la popolazione sovietica e l’Armata Rossa ad intraprendere la guerra di “liberazione” nell’Europa centrale e occidentale. In poche parole questo modo di procedere viene chiamato mobilitazione. Fu una mobilitazione segreta. La dirigenza sovietica preparava l’Armata Rossa e l’intero paese per la conquista della Germania e dell’Europa occidentale. La conquista dell’Europa occidentale fu la ragione principale per la quale l’Unione Sovietica scatenò la Seconda Guerra Mondiale. La decisione finale di iniziare la guerra fu presa da Stalin il 19 Agosto 1939“

Il piano sovietico, spiega Suvorov, prevedeva un attacco su due fronti importanti: il primo, ovest e nord-ovest, esattamente verso la Germania, ed un secondo, anch’esso potente, verso sud-ovest in Romania per impossessarsi velocemente dei pozzi di petrolio.

L’invasione si sarebbe composta di tre fasi strategiche principali. La prima fase consisteva di 16 armate d’invasione e diverse dozzine di corpi e divisioni per incursioni ausiliarie composte da professionisti dell’Armata Rossa addestrati ad irrompere nelle linee tedesche.

La seconda fase strategica, costituita da sette armate di truppe di inferiore addestramento (inclusi molti prigionieri dei gulag), avrebbe assicurato e allargato gli sfondamenti della prima fase.

La terza fase, costituita da tre armate principalmente composte da truppe dell’NKVD, avrebbe garantito l’occupazione sovietica. Essa avrebbe colpito qualsiasi potenziale resistenza, circondando e uccidendo l’elite militare, politica e sociale tedesca come era già stato ampiamente messo in atto negli stati Baltici e nella Polonia orientale (vedi massacro di Katyn).

Come principale aereo da attacco Stalin scelse il modello “Ivanov” (uno dei sopranomi di Stalin), più tardi denominato Su-2, un bombardiere da attacco molto efficiente che fu prodotto e utilizzato in grande quantità. Stalin ordinò la costruzione di oltre 100.000 Su-2 e l’addestramento di 150.000 piloti. Dal peso di 4 tonnellate, l’Su2 aveva una velocità massima di 486 Km/h, un raggio d’azione di 1200 Km. ed una capacità di carico di 400-600 Kg. di bombe.

Simile ma superiore al bombardiere da picchiata tedesco JU-87 “Stuka”, assomigliava molto al giapponese Nakajima B-5N2 che fu il principale aereo da guerra usato nell’attacco a Pearl Harbor.

 
 
LA SOTTOVALUTAZIONE DI HITLER
 
 
 
Per decenni gli storici di regime hanno mantenuto la versione che Stalin si fidava di Hitler.

Quest’immagine di uno Stalin fiducioso e di un Hitler traditore viene largamente e ufficialmente accettata negli Stati Uniti e in gran parte dell’Europa.

Suvorov sfida questa versione e, anzi, afferma che fu Hitler a sottovalutare fatalmente l’astuzia di Stalin durante almeno 15 mesi, finché fu troppo tardi.

Mentre Hitler riuscì a sventare il grande piano di invasione di Stalin, il leader tedesco sottovalutò drammaticamente la magnitudo e l’aggressività della minaccia sovietica.

Suvorov scrive: “Hitler comprese che Stalin stava preparando un invasione ma non riuscì a stimare l’entità dei preparativi di Stalin. A Hitler non era chiaro quanto grande e quanto vicino fosse il pericolo “.

Gli storici, puntualizza Suvorov, non spiegano in modo adeguato perché Hitler decise di attaccare l’Unione Sovietica in un momento in cui la Gran Bretagna non era ancora soggiogata, impegnando quindi la Germania in una pericolosa guerra su due fronti.

Spesso danno come spiegazione la bramosia di Hitler per il cosiddetto LEBENSRAUM (spazio vitale). Addirittura, l’autore russo scrive: “Stalin non diede altra alternativa a Hitler. La mobilitazione segreta sovietica era di così enormi dimensioni che sarebbe stato difficile ignorarla. Essa si estese ad un punto tale che non sarebbe stato più possibile mascherarla. Per Hitler l’unica possibilità rimastagli era un attacco preventivo. Hitler batté Stalin in due settimane”.

Stalin non aveva bisogno che di avvisare dell’attacco Churchill, Roosevelt o la spia sovietica Richard Sorge. Egli aveva già predisposto i suoi preparativi per sistemare la Germania. Ma avendo preparato le sue forze per una guerra offensiva, Stalin non fece niente per un’eventuale azione difensiva.

I tedeschi, scrive Suvorov, ebbero il temporaneo vantaggio della sorpresa perché furono in grado di posizionare e lanciare le loro forze d’attacco due settimane prima del previsto sfondamento dell’Armata Rossa, cogliendoli così completamente impreparati. La sorpresa fu più che grande perché Stalin non credeva che i tedeschi avrebbero aperto un secondo fronte a Est mentre si trovavano ancora impegnati contro gli inglesi. Ciò che contribuì anche allo spettacolare ed iniziale successo germanico fu il coraggio e la professionalità del soldato tedesco.

Suvorov scrive:

“La sconfitta sovietica all’inizio della guerra (Giugno-Settembre 1941) era dovuta al fatto che la Wehrmacht tedesca lanciò il suo attacco a sorpresa proprio nel momento in cui l’artiglieria sovietica stava per essere spostata sul confine. L’artiglieria non era preparata ad affrontare una guerra difensiva e alla data del 22 Giugno essa non era ancora in grado di andare all’offensiva “.

Siccome la Germania mancava delle risorse naturali per sostenere una guerra di lunga durata, Hitler poteva avere la meglio solo se fosse riuscito a soggiogare la Russia completamente nel giro di quattro mesi, cioè, prima dell’arrivo dell’inverno.

In questo egli sbagliò. Durante l’estate e l’autunno del 1941 Hitler spaccò ma non distrusse la macchina militare sovietica. Fra l’altro, i tedeschi riuscirono ad ottenere uno stupefacente iniziale successo utilizzando i magazzini di rifornimento sovietici, catturati durante quei primi mesi.

Nell’Operazione Barbarossa, Hitler impiegò 17 divisioni corazzate contro i tedeschi. Dopo tre mesi di combattimenti, di questi carri armati ne rimase solo un quarto, mentre le fabbriche di Stalin non solo producevano molti più carri ma anche di migliore qualità.

Durante i primi quattro mesi dell’Operazione Barbarossa, le forze dell’Asse distrussero forse il 75% della capacità bellica di Stalin, eliminando così l’immediata minaccia all’Europa. Tra il Luglio e il Novembre del 1941, le forze tedesche catturarono o misero fuori uso 303 stabilimenti di munizioni, granate, polvere da sparo che producevano annualmente l’85% dell’intera produzione sovietica di munizionamenti.

Ma, come Suvorov fa notare, questo non bastò: “L’attacco di Hitler non poteva più salvare la Germania. Stalin non solo aveva più carri armati, pezzi d’artiglieria e aerei, più soldati e ufficiali, ma egli aveva già convertito le sue fabbriche in industrie belliche e poteva produrre armamenti nelle quantità che desiderava “.

Il 29 Novembre 1941 il Ministro degli armamenti del Reich Fritz Todt informò Hitler che da un punto di vista dell’economia di guerra e degli armamenti, la Germania aveva già perso la guerra.

Stalin riuscì a farcela perché il residuo 25% della gigantesca economia di guerra sovietica, incluso il 15% della sua produzione di munizioni, per lo più situato ad est del Volga, negli Urali ed in Siberia, rimase intatto. Così, avendo in mano solo una frazione della sua iniziale superpotenza, Stalin fu ancora in grado di vincere le decisive battaglie di Stalingrado, Kursk e Berlino e sconfiggere le potenti forze tedesche (e gli alleati dell’Asse). Ciò che ha contribuito sostanzialmente alla vittoria sovietica fu l’entrata in guerra degli Stati Uniti, il decisivo appoggio americano e, ovviamente, la leggendaria e stoica durezza del soldato russo.

Sebbene Hitler sparò il primo colpo, alla fine della guerra Stalin controllava Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Cecoslovacchia e Germania Orientale.

Evidenziando il fatto che Hitler rinviò ripetutamente la data d’inizio dell’Operazione Barbarossa, Suvorov sostiene:

“Supponiamo che Hitler avesse rinviato ulteriormente l’attacco contro Stalin e Stalin avesse iniziato le ostilità il 6 Luglio 1941. Proviamo ad immaginare cosa sarebbe successo se Hitler avesse dilazionato il suo attacco diventando così vittima egli stesso del devastante attacco preparato da Stalin. In tal caso Stalin non avrebbe avuto appena il 15% della capacità produttiva dell’industria del munizionamento, ma bensì il 100%. In questo caso, come si sarebbe conclusa la Seconda Guerra Mondiale? “

In questa situazione non è irragionevole supporre che per Novembre-Dicembre 1941 le forze sovietiche avrebbero raggiunto l’Atlantico, facendo sventolare la bandiera rossa su Berlino, Parigi, Amsterdam, Roma e Stoccolma.
 
 
 
RINVENUTO IL TESTO DI UN DISCORSO
 
 
 
 
Dalla pubblicazione del libro “Il Giorno M“, gli studiosi russi hanno ricercato ulteriori prove dagli ex archivi sovietici che confermino le tesi di Suvorov ed obblighi ad una radicale riscrittura della storia della Seconda Guerra Mondiale.

Mentre è probabile che molti documenti siano stati rimossi o distrutti, sono state ritrovate alcune carte rivelatrici. Uno dei più importanti documenti, nascosto per lungo tempo, è il testo completo del discorso segreto di Stalin del 19 Agosto 1939. Per decenni i principali esponenti sovietici negarono che Stalin avesse rilasciato queste dichiarazioni, insistendo addirittura che in quella data non si tenne alcuna riunione del Politburo. Altri hanno affermato che il discorso era una falsificazione.

La storica russa T.S. Bushuyeva trovò una versione del testo fra i documenti segreti degli Archivi Speciali dell’URSS e la pubblicò insieme ad un commento, sull’importante giornale russo Novy Mir (N° 12, 1994). Lo scrittore tedesco Wolfgang Strass parla di questo, e di altre recenti scoperte da parte di storici russi, nell’edizione dell’Aprile 1996 del mensile tedesco Nation und Europa.

In base alle conoscenze di questo critico, nessun storico americano ha mai divulgato pubblicamente il testo del discorso.

Va tenuto in considerazione che il discorso fu rilasciato proprio mentre i dirigenti sovietici stavano negoziando con i rappresentanti francesi e britannici circa una possibile alleanza militare con la Gran Bretagna e la Francia, e mentre i dirigenti sovietici e tedeschi stavano discutendo di un possibile patto di non aggressione fra i loro paesi. Quattro giorni dopo questo discorso, il ministro degli esteri tedesco Von Ribbentrop si incontrò con Stalin al Cremino per firmare il patto di non aggressione russo-tedesco.

In quel discorso Stalin dichiarava:

“La questione della guerra o della pace per noi è entrata in una fase critica. Se concludiamo un patto di mutua assistenza con Francia e Gran Bretagna, la Germania si ritirerà dalla Polonia e cercherà un modus vivendi con le potenze occidentali. La guerra verrebbe evitata ma su questa strada le cose potrebbero diventare pericolose per l’URSS. Se accettiamo la proposta tedesca e concludiamo un patto di non aggressione fra di noi, la Germania invaderà la Polonia e l’intervento armato della Francia e dell’Inghilterra sarà inevitabile. L’Europa occidentale sarebbe soggetta a seri sconvolgimenti e disordini. A queste condizioni sarebbe per noi una grande opportunità restarcene fuori dal conflitto e potremmo programmare il momento opportuno per entrarvici. L’esperienza degli ultimi 20 anni ha dimostrato che in tempo di pace il movimento comunista non è sufficientemente forte da prendere il potere. La dittatura di questo partito potrà diventare possibile solo come risultato di un conflitto esteso. La nostra scelta è chiara. Dobbiamo accettare la proposta tedesca e mandare a casa cortesemente la delegazione francese e inglese. Il nostro immediato vantaggio sarà quello di prenderci la Polonia fino alle porte di Varsavia, nonché la Galizia ucraina….”

Riassumendo, Wolfgang Strass fa rilevare che Stalin si impegnava per arrivare ad una guerra su scala europea, una guerra di sfinimento che avrebbe abbattuto gli stati ed il sistema europeo. Dopodiché sarebbe entrato nel conflitto sulle rovine dell’Europa “capitalista” per imporre la sovietizzazione con la forza militare. (la parola “sovietizzazione”, che in russo si dice “Sovietizatsia”, emerge ripetutamente nel suo discorso)

Mentre niente di questo discorso confermi ulteriormente le intenzioni aggressive di Stalin, la prudente Bushuyeva cita Clausewitz circa le guerre che tendono ad assumere le loro direzioni e dimensioni indipendentemente da ciò che una parte o l’altra possa aver programmato o detto.
 
 
 
STORIA DOLOROSA
 
 
Nel suo articolo su Novy Mir la Bushuyeva scrive del dolore che i russi dovranno ora patire apprendendo che gran parte di ciò che per decenni cedettero fosse la “ Grande Guerra Patriotica” è falso. Essa fa notare che i giovani nati dal 1922 al 1925, che furono mandati in guerra da Stalin, solo il 3% sopravvisse al conflitto. Scrive la Busheyava: “La gravità della tragedia che investì il nostro esercito di cinque milioni di uomini nel Giugno del 1941 deve essere investigata a fondo. Il male che i dirigenti sovietici avevano programmato su altri, improvvisamente, per via di un destino imperscrutabile, ha colpito il nostro proprio paese “.

Sarebbe facile, continua la Bushuyeva, maledire coloro che “riscrivono” la storia e continuare a credere ai miti ed ai simboli che richiamano al nostro orgoglio nazionale, al patriottismo del popolo russo. “Sì, si potrebbe continuare come prima“, scrive la storica, “se non fosse per una circostanza particolare. L’uomo è fatto in modo che la verità, per quanto dolorosa, alla fine è più importante della falsa gioia di vivere nella menzogna e nell’ignoranza “.

Suvorov afferma altresì che molti russi lo disprezzano per le sue rivelazioni. Egli scrive:

“Ho sfidato la sola cosa sacra alla quale il popolo russo è ancora attaccato: il loro ricordo della “Grande Guerra Patriotica”. Ho sacrificato ogni cosa a me cara per scrivere questi libri. Sarebbe stato intollerabile morire senza aver rivelato al mio popolo ciò che avevo scoperto. Disprezzate i libri! Disprezzate me! Ma cercate almeno di capire”.
 
 
 
ULTERIORE CONFERMA
 
 
In seguito alla pubblicazione del discorso di Stalin su Novy Mir, gli storici della Novosibirsk University intrapresero un importante studio revisionistico sulla situazione dell’immediato periodo pre-bellico. I risultati di queste ricerche furono pubblicate nell’Aprile del 1995. La storica russa I. V. Pavlova affermò senza mezzi termini, in un suo intervento al seminario di ricerca, che gli storici del Partito Comunista per molti anni fecero di tutto per occultare sotto una montagna di menzogne i retroscena, le origini e lo sviluppo della Seconda Guerra Mondiale, incluso il discorso di Stalin dell’Agosto 1939.

Un altro studioso che partecipava, V. L. Doroshenko, disse che nuove prove evidenziano che “Stalin provocò e scatenò la Seconda Guerra Mondiale “.

Affermando che Stalin ed il suo regime avrebbero dovuto essere processati a Norimberga, Doroshenko spiega:

“Non tanto perché Stalin aiutò Hitler ma perché era nell’interesse di Stalin che la guerra iniziasse. Primo per via del suo obiettivo generale di conquistare il potere in Europa e, secondo, per via dell’immediato vantaggio acquisito distruggendo la Polonia e impossessandosi della Galizia. Ma il motivo più importante per Stalin era la guerra stessa. Il collasso dell’ordine europeo gli avrebbe reso possibile instaurare la sua dittatura su tutta l’Europa. Per questo, Stalin volle momentaneamente starsene fuori dalla guerra, con l’intenzione di entrarvi solo al momento opportuno. In altre parole, il patto di non aggressione liberò le mani a Hitler ed incoraggiò la Germania a scatenare una guerra in Polonia. Come Stalin firmò il patto, era già determinato a infrangerlo. Fin dall’inizio, quindi, egli non intendeva affatto evitare il conflitto ma, al contrario, tuffarvisi nel momento più adatto”.
 
 
 
IMPORTANTE PASSO AVANTI REVISIONISTA
 
 
Fa meravigliare il coraggio mostrato da questi storici russi nella loro determinazione nel venire a patti con questo capitolo di storia carico di emozioni. Essi dimostrano un maggiore franchezza e apertura mentale nel confrontarsi con i tabù della storia del XX secolo, di quanto faccia la loro controparte in Europa occidentale e negli Stati Uniti.

Ci sono però delle eccezioni. Negli anni recenti, alcuni storici occidentali avevano esposto questa visione drasticamente revisionista della storia della Seconda Guerra Mondiale. Fra questi lo storico tedesco Max Kluever nel suo libro del 1986 “1941–PRAEVENTIVSCHLAG (1941 – Attacco Preventivo)” e lo studioso austriaco Ernst Topitsch in “ STALINS KRIEG“ (La Guerra di Stalin), pubblicato in inglese nel 1987 dalla St. Martin’s Press col titolo di “STALIN’S WAR “.

Lo storico americano R.H.S. Stolfi riporta le opinioni di Suvorov nel suo libro del 1991 “HITLER’S PANZERS EAST: WORLD WAR II REINTERPRETED “ (I Panzer di Hitler a Est: la Seconda Guerra Mondiale Reinterpretata – Recensione nel Journal of Historical Review del Novembre-Dicembre 1995), e lo storico tedesco Dr. Joachim Hoffmann apportò nuove considerazioni al tema grazie al suo impressionante studio del 1995 nel libro “STALINS VERNICHTUNGSKRIEG 1941-1945“ (La Guerra di Sterminio di Stalin 1941-1945).

Secondo Wolfgang Strass, le nuove rivelazioni circa il discorso di Stalin per lungo tempo tenuto nascosto e la reazione all’argomento da parte di storici russi più giovani, costituiscono una vittoria per il revisionismo europeo e rappresentano un importante passo vanti nella ricerca storica.

Intanto, Suvorov e altri storici continuano a ricercare prove storiche. Oltre al lavoro di ricerca d’archivio, Suvorov afferma che, in supporto al libro “Il Rompighiaccio” e “Il Giorno M”, veterani sovietici e tedeschi della Seconda Guerra Mondiale gli hanno scritto per portare ulteriori prove a conforto delle sue tesi. Egli sostiene il suo caso in un terzo libro “THE LAST REPUBLIC” (L’Ultima Repubblica), recentemente pubblicato in russo, nonché in un quarto volume sullo stesso tema ma non ancora pubblicato.

 
 


Fonte: Insitute of Historical Review (USA)

Traduzione a cura di: Gian Franco SPOTTI

scritto da Iron alle ore 22:10:31
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30.12.2009

Feltri sulla Polverini


 
 
Dà fuoco alle polveri ma non brucia. Solleva polvere ma non inquina. Un po’ come quelle avvertenze che si leggono sui prodotti a rischio, le battute su Renata Polverini si sprecano.
Anche se gliele fanno, però, come accadeva fin dall’asilo, rigorosamente dietro le spalle.

Primo: perché lei appena si gira, sempre che le vada di voltarsi e di salutare prima di congedarsi, mette a posto tutti con uno sguardo. O con uno dei suoi sorrisi (che poi sono dello stesso genere dello sguardo). Secondo: perché lei adesso, anche se nonsisabeneperché (o forse lo si sa fin troppo bene) è una che conta. Forse non conterà troppi iscritti nel suo sindacato, l’Ugl (su questo punto torneremo fra poco), ma conta dove, dati i tempi che corrono, importa contare. Cioè nei salotti televisivi buoni che hanno sostituito le sale da tea di una volta. Nelle feste comandate, intendendo per tali non Natale e Pasqua, ma quelle che si danno tra piazza Navona e piazza Affari. Ai tavoli di consultazione e davanti a una telecamera con vista. Insomma lei, la nuova Renata d’Italia, c’è. Sempre. Ed è una sicurezza. Perché rappresenta un po’ la pasticceria finissima. Ovvero la sicurezza di un tempo, nei salotti buoni di un tempo. Quarantasette anni compiuti il 14 maggio, figlia di una delegata della Cisnal da cui ha appreso, fin da giovanissima, la passione e l’impegno per il sindacato, si è ritrovata a guidare, prima donna in Italia a ricoprire tale incarico, a 44 anni, l’Ugl. Acronimo che nulla a che vedere con la gioventù del littorio (pur essendo l’organizzazione sindacale della nuova destra), ma che sta per Unione generale del lavoro.

Già, la destra. Sarà perché viene da quella parte che Renata Polverini, nella sua straordinaria e fulminea carriera, si è presa sempre la precedenza. È accaduto nella corsa alla candidatura per il Governatorato della Regione Lazio. Dalle vie laterali di An erano infatti usciti Giorgia Meloni, ministro della gioventù e Andrea Augello, sponsorizzato dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Ma lei, la Renata dal turbo nel motore, è passata per prima, a gran velocità. E sotto l’Albero ha trovato il pacchetto-regalo della sua investitura ufficiale. Non è un mistero per nessuno che il suo turbo si chiami Gianfranco Fini. Molti considerano, e non a torto, Renata una sua creatura. Lui per primo ne avrebbe apprezzato l’eloquio e la sua capacità mediatica. E, come è giusto che sia, lei lo ripaga ogni volta che può definendosi finiana di ferro. Ma c’è anche un’altra corrente di pensiero che circola nell’orbita di Palazzo Madama, e cioè che sia vero l’esatto contrario. Che la Polverini sia il sintomo della crescita di Fini o meglio della sua autostima. Ragion per cui l’ex leader di An per salire di tono e andare a mettere i bastoni tra le ruote del Cavaliere si sta appoggiando a personaggi di grande abilità mediatica. Come lei, appunto. Solo che ogni volta che può lei strizza l’altro occhio a sinistra.

Fateci caso, sfogliate il suo personalissimo Bignami della sindacalista-modello e vi ritroverete decine e decine di frasi fotocopiate dal prontuario della Cgil. Illuminante la sua frase preferita: «Liberista mai. Sono per un socialismo buono e una migliore distribuzione della ricchezza. La redistribuzione capitalista è una favola perché i deboli si impoveriscono e i ricchi lo diventano a dismisura». In ogni caso la Cgil resta la motrice cui lei ha attaccato il vagoncino della sua Ugl per farla arrivare dove è arrivata. Nonostante i numeri che non ha. Già, perché il rapporto Censis numero 43 uscito fresco fresco parla chiaro: mentre è aumentato il numero degli iscritti ai sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil, che oggigiorno sono 14 milioni e 412.566 mila cioè 173.884 in più rispetto all’anno precedente; mentre la Confsal, la confederazione degli autonomi, conferma e migliora il suo quarto posto nel panorama nazionale, l’Ugl è l’unico sindacato a perdere iscritti. È passato infatti dai 2.145.995 del 2007 ai 2.054.063 del 2008. In altre parole, laggiù, nella base, qualcuno non ama la Polverini, perché 91 mila e passa iscritti in meno pesano. O almeno dovrebbero pesare quando ci si siede ai tavoli delle contrattazioni. Ma Renata i numeri non li dà. O almeno non ama darli. E se è vero che quelli del pubblico impiego sono molto più difficili da offuscare, è altrettanto vero che lei, regina della parlantina e incantatrice di intervistatori, ha buon gioco a parlare dei suoi trionfi sulla contrattazione sul fronte privato. Perché i numeri nel privato non sono noti. In quest’ambito Confindustria lascia liberi i suoi aderenti di sedersi al tavolo con chi meglio garba. E quindi chi strilla di più o vende meglio il suo fumo, fa più impressione.

Innegabilmente Polverini Renata la sua impressione la fa. Ha fascino, forse il fascino che a volte può suscitare una carte vetrata, ma ce l’ha. Indossa sempre pantaloni, per sottolineare la sua personalità determinata, ma vivaddio, pare non resista come gran parte delle donne al richiamo di scarpe, borse, camicette meglio se griffate. E nella sua Ugl ha voluto quasi tutte donne ai posti di comando e sottocomando. È un’ottima stratega che ha saputo cavalcare abilmente successi e amicizie. Ha la pelle dura e camaleontica che ogni politico indossa quando si butta nell’agone e fa promesse che non manterrà. A proposito di una che arriva da destra ma guarda spesso a sinistra, miss Polverini, pare abbia usato questo giro di parole: «Sono di destra come Cicciolina è vergine». Più certo è che Walter Veltroni, allora alla guida del Pd, le chiese di candidarsi per loro alle Politiche. Lei rifiutò lusingata e questo le servì per rimanere in un certo giro di tartine alla caviar-gauche. Così Giovanni Floris, uno degli chef prediletti da questo genere di intellighenzia ha preso ad invitarla sistematicamente nel suo Ballarò. Dimenticavamo: omaggiata ieri dell’attenzione del Fatto, della premiata ditta Travaglio & C, Renata Polverini sempre ieri è finita sotto i riflettori del Fatto quotidiano di Raidue, giusto per ringraziare. «Se c’è stima per me da parte della sinistra è un ulteriore riconoscimento per il mio lavoro e spero che continuino a pensarla in questo modo». Tranquilla, reginetta Renata.
 
Lei non sarà simpatica a Bonanni e nemmeno ad Angeletti. Ma in compenso Epifani l’adora. Quanto a D’Alema lo ha definito «il mio politico preferito». Dopo Fini, s’intende.
 
 
 
di Gabriele Villa

scritto da Iron alle ore 19:11:45
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28.12.2009

La guerra nel corridoio

 


 

 

L'invidia, la gelosia, il servilismo e le congiure di palazzo sono gli ingredienti principali delle liti politiche di casa nostra ma non spiegano tutto. Esistono anche altre chiavi di lettura - intervenute successivamente, perché vi si sono orientati, poi, i singoli animati, prima,  dai risentimenti e dall'ostilità - che hanno una seria valenza politica.
Trentasei anni fa, quando sostenni l'esame di “storia dei partiti politici”, mi fu assegnato come testo aggiuntivo “La destra in Francia”, credo che fosse di Rémond René.
L'analisi era interessante, vieppiù se consideriamo che fu proprio in Francia che le categorie di destra e sinistra si formarono; ergo il significato assume un valore maggiore di quello che avrebbe avuto se il libro avesse trattato di un particolarismo belga, irlandese o portoghese.
Quella traccia ci sarà utile a interpretare l'oggi.

Legittimismo, Bonapartismo, Orleanismo

L'autore schematicamente divideva la destra in tre filoni storico-culturali che si differenziano tra loro: Legittimismo, Bonapartismo e Orleanismo.
Il Legittimismo si fonda sulla legittimità dall'alto: cioè su Trono e Altare, e rifiuta o ripudia le tendenze tribunizie.
Il Bonapartismo si basa sulla figura del capo che interpreta la volontà popolare e che ha un forte legame emotivo diretto con le masse; e si delinea, al contempo, sulla mobilitazione popolare: è insomma un cesarismo tribunizio.
L'Orleanismo, che prende il nome dal ramo cadetto della monarchia francese, sempre in congiura per l'usurpazione del Trono, è parlamentarista, liberale, liberista, moderatamente “illuminato” e sostanzialmente classista.
L'autore, fatte queste precisazioni, analizzava come le tre grandi tendenze della destra (o forse sarebbe meglio dire “a destra”) si erano incontrate, scontrate, fuse, separate, durante la storia francese dalla Restaurazione fino al Gollismo.

Bonapartisti e orleanisti nella maggioranza

Nella lettura delle liti di condominio che avvengono oggi intorno al governo, questa chiave di lettura ci può aiutare per individuare l'anima e la cultura dei differenti comprimari perché taluni elementi sostanziali sono presenti, benché, ovviamente, la situazione sia diversa oggi in Italia rispetto a ieri in Francia.
Non si può parlare di un vero e proprio Bonapartismo se a questo vogliamo attribuire quei dati culturali e mentali che lo hanno poi rigenerato nel Fascismo e nel Peronismo.
Se però lo prendiamo in senso lato, come matrice politica avversa alla delega e animata dalla preferenza espressa per un filo diretto con la popolazione, se quindi accettiamo la tesi dell'autore secondo la quale  vi è una discendenza bonapartista anche nel Gollismo, diventa agevole concludere che questa vocazione accomuna Berlusconi, i suoi fedelissimi e la Lega.
Più piena è la corrispondenza tra l'antico e il nuovo Orleanismo, inteso come un classismo sociale, istituzionalmente parlamentarista, strettamente oligarchico, moderatamente iluminato, che briga contro ogni Auctoritas e che fa sua la cultura della congiura. Fini non perde occasione per esprimersi in quella direzione, per di più con gli stessi metodi e la stessa moralità degli Orléans d'antan. Inoltre gli orleanisti rappresentavano il partito inglese in Francia e Fini da anni fa piedino con la City.
In questa guerra di posizione tenta di inserirsi come “risolutore”, più come un nuovo Thiers che come quel moderno Colbert che tutti dicono, Giulio Tremonti che prova costantemente a rispondere sia alle istanze bonapartiste che a quelle orleaniste; lo si ricava agevolmente leggendo il suo libro e anche i suoi migliori interventi pubblici che sono pervasi di giustissime e radicali accuse al sistema glob/liberal ma che si concludono sempre con esiti compromissori.

La gran differenza

Non si tratta di questioni formali o capziose. Un Bonapartismo declinato, sia pure in forma di un democraticissimo Gollismo, si fonda per forza sulla sovranità nazionale e popolare ed è destinato per sua natura e per le sue priorità nelle scelte, anche economiche, a favorire nel quadro internazionale le tendenze di “scissione” dal cosmopolitismo mercantile e non quelle di ricomposizione unitaria, propugnando così l'avvento di un modello  nazional-continentale.
Assume dunque in sé due valenze d'importanza capitale: tende, volontariamente o meno, al riscatto dell'autonomia nazionale e all'incrintaura del sistema  internazionale.
L'Orleanismo va esattamente nella direzione opposta: garantisce il sistema internazionale andando a minare ogni autonomia e sovranità sia nazionale che popolare.
Come pensi Tremonti di rappresentare ambo le tendenze non è dato sapere, perché ne prevarrà una soltanto e la loro coesistenza potrà, al massimo, essere formale, ma sarà la coabitazione tra un vincitore e un vinto.

Il Legittimismo zoppo

Resta il Legittimismo o, per meglio dire, quello che esiste in Italia, ossia un Legittimismo zoppo.
La nostra storia è così differente da quella francese che, in assenza di una dinastia e di una tradizione monarchica italiana degne di questo nome, una corrente legittimista non ha mai potuto formarsi per davvero.
Ciò non ha impedito che una sensibilità fondata sul nostalgismo e sulla speranza che le soluzioni vengano prima o poi da un deus ex machina assumesse varie forme antropologiche e (sotto)culturali.
A destra abbiamo così due generi diversi di Legittimismo. L'uno è sentimentale e si rifà non tanto al Fascismo in sé (ché è prevalentemente bonapartista) quanto al Msi assediato, al simbolo della Fiamma, o a figure mitizzate ed angelizzate come Almirante. Ciò produce una soggettiva fedeltà emotiva a una presunta età dell'oro.
Questo sentimento lo ha costantemente capitalizzato la Fiamma Tricolore che puntando solo su di esso è andata a raccogliere voti e rimborsi senza mettere mai l'accento su quelle progettualità che i quadri di base si affannavano a proporre.
Ha invece frainteso  la Destra di Storace allorquando ha provato a mescolare quel “legittimismo” irrazionale con manovre politiche trasversali, come è accaduto alle ultime europee e lo ha pagato carissimo.
Ciononostante i resti di quel partito hanno ancora una carta da giocare: se si porranno come fedeli di Berlusconi da destra contro l'orelanismo finiano troveranno ancora un elettorato.

Un Legittimismo  zoppo meno sentimentale

Un Legittimismo più politico c'è ma si è accontentato, in mancanza di un Trono, di legarsi all'Altare, è dunque più che altro un Mezzolegittimismo guelfo.
Questo filone si dispiega dalla periferia al centro del potere  da Forza Nuova a Formigoni  passando per Alemanno.
In mancanza di un proprio progetto articolabile, i “legittimisti” presenti nella maggioranza si sono accodati alla linea prevalente ma senza mai rompere con quella che le si oppone.
Ciò è comprensibile perché se il Bonapartismo si basa sulla sovranità nazionale e popolare e l'Orleanismo invece sulla dominazione oligarchica garantita dalla sottomissione internazionale, il Legittimismo persegue più che altro un modello statico, apparentemente stabile, privo d'inventiva, ma che si vuole solido di per sé. Non è sua preoccupazione reale l'indipendenza e ancor meno lo è la vera partecipazione, per esso conta soltanto una gerarchizzazione devitalizzata e immutabile che produca un dirigismo moralista alla testa di gente che si considera suddita, dunque senza destino. E che  importa, allora, se obbedisce o meno a New York purché gli ordini passino, filtrati, per i garanti di Città del Vaticano? Ma persino l'influenza effettiva del clero conta fino a un certo punto: quello  cui i “legittimisti” tengono fermamente è la garanzia ecclesiastica in sé, perché legittima la loro casta di  annobiliati, aspiranti notabili perpetui, di nuovi signori orgogliosi del loro status che osservano benevolmente dall'alto la plebe che amministrano per diritto divino.

Centro e sinistra

Questo è il quadro a destra.
Al centro è rimasto, ovviamente, solo l'Orleanismo e questo spiega perché Casini, Fini e Rutelli si capiscano così bene.
A sinistra c'è il vuoto; essa vivacchia solo per l'anti o per l'affezione; colà si abbozza di quando in quando qualche schizzo lib-lab, anzi lib e poco lab, che non convince nessuno, neppure chi lo propone.
Imperversa poi, per cavalcare il populismo di oggi, il guitto Di Pietro, metà Robespierre e metà Pulcinella, che alla fine della fiera manda tutto in caciara.

L'appuntamento imminente

Sta avvenendo insomma quello che avevamo previsto per tempo: gli scontri oggi, e per un periodo transitorio ma non brevissimo,  sono  interni al capitalismo e alle maggioranze di governo, si combattono nelle coalizioni più che tra le coalizioni. Le linee di faglia attraversano il panorama esistente e ciò avviene in un momento d'importantissimi mutamenti internazionali che traggono in sé e pertanto producono due conseguenze notevoli anche se di segno diverso, l'una di tipo positivo, di negativo (ma ricco di potenzialità) l'altro: l'avvio di una possibile sovranità europea e l'aumento costante della proletarizzazione.
Questo induce a prepararsi per l'appuntamento imminente e a progredire perciò nella direzione del Bonapartismo compiuto, autentico, radicale, nella forma di autonomie politiche, intreventiste, e pronte a declinare, in dialettica trasversale, un nuovo Peronismo per gli anni a venire.

 

di Gabriele Adinolfi

scritto da Iron alle ore 14:37:34
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17.12.2009

L'Italia dei calori


 
 
“Tutte le tv stanno lavorando per criminalizzare l'IdV, Annozero, il gruppo Espresso, pure l'Unità: vogliono trovare gruppi e persone da colpire. Dietro questo atteggiamento ci sono chiari messaggi mafiosi. Chi deve capire poi capisce. Vogliono l'annientamento politico e fisico degli avversari politici”: così Antonio Di Pietro che, intervistato da l'Unità, accusa Berlusconi e maggioranza di fascismo e sottolinea il ruolo di Resistenza dell'Idv osservando che “senza partigiani non sarebbe stato possibile eliminare il Duce. All'osservazione che così non si abbassano i toni, il leader dell'Idv replica: “Loro li hanno alzati fino alle minacce fisiche, Cicchitto ha dato indicazioni sulle persone da colpire”. Per Di Pietro, “si scambia la vittima per l'aggressore, quando c'è un governo fascista e piduista per fortuna c'è qualcuno che inizia a fare resistenza”.
Al giornalista che obietta che in Italia non c'è il fascismo, Di Pietro risponde: “Scusi, ma quando c'era il Duce, la colpa era di chi denunciava o di chi limitava la libertà? Ci si poteva liberare di lui senza i partigiani?”. “La democrazia - osserva - c'è solo con la pluralità dell'informazione, e in Italia è controllata, la magistratura è ridotta all'impotenza, la Corte Costituzionale è accusata di guerra civile. L'unica differenza è che non c'è l'olio di ricino. Se c'è il fascismo prima o poi qualcuno spara”...  serve un nuovo Cln, anche con Casini, per liberarci dell'anomalia piduista. Io non abbandono il fronte”.

Alle aggressioni antifasciste che seguiranno puntualmente, agli assalti a incontri e gazebo,  agli attentati alle sedi, sarà opportuno ogni volta ricordare che Di Pietro  ne è inequivocabilmente il mandante morale. Spinge avanti pochi idioti che, tra l'altro, se non si fanno male, avranno guai giudiziari e lui incassa tranquillo.
Di gente squallida ce n'è tanta ma questi livelli non erano stati ancora raggiunti.
Continueranno  butrattinai, profeti e artefici di sventura di questo genere ad agire impuniti perché coperti da un passato in Magistratura? Quousque tandem?
 
 
da Noreporter.org
 
 
... che poi...
 
 


 
 


scritto da Iron alle ore 16:00:20
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