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Kali Yuga
 

25.02.2010

L'esempio americano non ci serve


 
 
L’Europa è caratterizzata da secoli da popolazioni stanziali, stabili, e dotate di una propria identità linguistica e culturale. Dal Settecento il Vecchio Mondo ha generato molti emigrati e accolto pochi immigrati. Il mestiere di come accoglierli e di come incamerarli è un mestiere che non conosciamo. Ed ecco che d’un tratto veniamo inondati da immigrati di ogni sorta in gran parte provenienti da «altri mondi», da mondi che sentiamo estranei.

Il problema è, allora, di estraneità e di vicinanza. L’uomo è un animale sociale che vive raggruppato in tribù, in villaggi, in città. Quindi tutti noi abbiamo un vicino, dei vicini; e tutti noi cerchiamo un «buon vicinato» costituito da persone che sono un po’ come noi, o comunque non troppo diverse da noi. Il troppo diverso, l’estraneo, è scomodo e ci fa anche paura.

Che fare? Come fare? Per i faciloni il problema è semplice: faremo come gli Stati Uniti. Ma l’esempio non ci aiuta. Il Vecchio Mondo è da gran tempo uno spazio pieno occupato, dicevo, da popolazioni stanziali. Il Nuovo Mondo era uno spazio vuoto colmato soltanto da immigrati che nel corso di due generazioni si sono largamente integrati nella loro «terra promessa». Ma anche lì gli inizi non sono stati facili. Pur essendo quasi tutti europei (niente islamici), i nuovi arrivati si sono tutti «ghettizzati» nel senso che si sono messi assieme nelle loro «piccole città» (little Italy e analoghi). In parte era perché non conoscevano la lingua del Paese nel quale si accasavano; ma era soprattutto perché così «stavano assieme», così ristabilivano un vicinato familiare. Queste piccole città etniche si sono in parte dissolte tempo un secolo (salvo eccezioni, come più di tutti i cinesi), ma si sono dissolte abbastanza rapidamente perché gli Stati Uniti sono un Paese di altissima mobilità sociale e di lavoro. Un americano cambia casa e località anche sei-sette volte; e ogni volta si deve rifare un vicinato, collegarsi e legarsi con nuovi neighbours, nuovi confinanti. Il che produce e assicura una miriade di piccole comunità funzionali di vicini compatibili.

Ovviamente il problema è tutto diverso in Europa. Gli europei sono da gran tempo residenti fissi. Hanno cambiato molti sovrani (i territori passavano da un monarca all’altro anche per matrimonio e eredità); ma gli abitanti restavano e vivevano nei loro borghi e città per secoli e secoli. Arrivavano anche a combattersi; ma si conoscevano e si somigliavano. Successivamente le recenti megalopoli hanno semmai creato una «folla solitaria» (così David Riesman) che però non è una folla di dissimili ma semmai di vicini indifferenti. Un primo punto è, allora, che non dobbiamo confondere il problema dell’integrazione politica dell’immigrante con il diverso problema di come e dove accasarli. Una cosa è il «cattivo cittadino» (che per esempio rifiuta la democrazia e preferisce una teocrazia), e altra cosa è il «cattivo vicino» che crea una convivenza invivibile tra chi c’era prima e chi sopraggiunge. Va da sé che il problema è aggravato dal fatto che i nuovi immigrati sono diventati troppo rapidamente troppi (il prefetto di Milano ricordava l’altro giorno che gli stranieri sono aumentati, dal 1980, da 3 mila a 400 mila). Ma è ancor più aggravato dalla confusione delle idee.

Per la teoria-ideologia del multiculturalismo ogni cultura si dovrebbe separare dalle altre creando così «identità mono-culturali». Pertanto questa soluzione produrrebbe ghetti davvero blindati che bloccherebbero qualsiasi integrazione. Ma quel che di fatto avviene negli insediamenti italiani (e anche nelle periferie parigine) è il caos multiculturale, l’ammucchiata di ogni sorta di estranei che sono anche estranei tra di loro. A Milano l’assassinato di via Padova era un egiziano (regolare), gli aggressori latino-americani di Santo Domingo. Ma nei quartieri conquistati dagli allogeni c’è di tutto, ivi inclusi molti africani e tutti— alla prima rissa— l’un contro l’altro armati. Fa ridere, o piangere, che siffatte situazioni di disastrosa disgregazione sociale vengano acclamate come l’avvento di un glorioso futuro multietnico e multiculturale. Che fare? Il primo passo sarebbe di invitare i suddetti laudatori a trasferirsi in via Padova (dove tra l’altro, le case degli italiani sono in svendita: davvero un affare). Poi si potrà cominciare a ragionare.

di Giovanni Sartori
da http://www.corriere.it/editoriali/10_febbraio_21/multiculturalismo-e-cattivo-vicinato-editoriale-giovanni-sartori_0cd6fb8a-1ebf-11df-89bb-00144f02aabe.shtml

  scritto da Iron alle ore 19:48:52
 

24.02.2010

Con le mani nel Sachs


 
 
Le manovre del colosso Wasp contro la Grecia e l'Europa

Goldman Sachs, la banca più potente del mondo, ha speculato alle spalle della Grecia facendosi remunerare da Atene per aiutarla a gestire il suo debito.
Questa è l'accusa che ronza nella testa di tutti i banchieri europei.
Fatto rarissimo: i politici sono saliti in cattedra per mettere in forse la credibilità della Goldman Sachs. La Merkel ha giudicato “scandaloso” che alcune banche abbiano aiutato a truccare il deficit greco al fine di provocare una crisi nella zona euro. Le ha fatto eco la ministra dell'economia, Christine Lagarde.
 
Arrivano i nostri

A inizio novembre il nuovo governo socialista ellenico targato Papandreu si strappava i capelli non sapendo come convincere i mercati e Bruxelles che avreppe potuto mantenere il programma di austerità per ridurre un debito abissale (112% del pil). A questo punto, racconta il New York Times, una delegazione di banchieri della Goldman Sachs, guidati dal loro numero due, Gary Cohn, sbarcava ad Atene. I nostri cari banchieri avevano preso appuntamento per presentare un'ultima piccola meraviglia: “uno strumento finanziario che permette di rinviare ad un futuro lontano i costi del sistema sanitario”. E quindi di permettere ad Atene di respirare un po'. Goldman Sachs si sente come a casa, Gary Cohn avrebbe incontrato almeno due volte il premier ellenico.
Questa promiscuità non scandalizza nessuno; “fa parte della cultura americana e in particolare di quella della Goldman Sachs d'intrattenere contatti diretti con i capi di Stato o i ministri della finanza”.  “Goldman Sachs non s'interessa al mercato del debito di grandi paesi, come la Francia o la Germania, ma di quelli piccoli, come la Grecia o il Portogallo, perché è un debito più volatile, dunque maggiormente speculativo -  annuncia un responsabile economico europeo. - E' molto più facile per guadagnare presto e con maggior discrezione”.

 
Gli antefatti

Gà tra il 2001 e il 2004 Goldman Sachs aveva manovrato per aiutare la Grecia a camuffare il suo debito. Come? In due modi distinti. Dapprima mediante degli swaps di cambio. Quando un Paese vende il proprio debito sul mercato può emettere delle obbligazioni in euro o in un'altra valuta. Per coprirsi dai rischi di cambio il governo ricorre a degli strumenti finanziari (i famosi swaps).
Fin qui tutto normale, Molti paesi hanno utilizzato questa tecnica. L'affare si complica e può rivelarsi illegale quando il governo e la sua banca decidono in corsa la parità del tasso di cambio della loro copertura, senza avvertire nessuno. E dunque di migliorare, artificialmente, il valore del proprio debito. L'astuzia sta nell'anticipare le ricette future; ed è quanto avrebbe raccomandato Goldman Sachs al governo conservatore dell'epoca “anticipando i versamenti per far abbassare lo 0,5% del pil”. La banca, per queste consulenze, avrebbe incamerato tra i 200 e i 300 milioni di dollari.

Il rumore e la tempesta

Alla fine del 2009 la Grecia però va verso la catastrofe, i tassi d'interesse volano, lo scenario di un fallimento si fa strada. Il 25 gennaio 2010 la Grecia ha appuntamento con il mercato: vuole emettere 3 miliardi d'euro di prestiti: il debito è un prodotto finanziario come un altro, un pezzo di carta con un prezzo (il suo tasso di remunerazione) e una scadenza (la data di rimborso). Da quel momento vive la sua vita su di un mercato, evolvendo il suo prezzo a seconda della domanda e dell'offerta degli investitori.
Per trovare i clienti Atene fa appello ad un pugno di banche d'affari, Goldman Sachs tra queste. La loro missione? Rassicurare gli acquirenti potenziali (compagnie di assicurazione, fondi di pensione, ma anche hedge funds...) sulla qualità della carta greca. L'operazione si avver un grande successo: 25 miliardi d'euro di domanda fronte a 8 miliardi di euro emessi, Tutti i players della finanza si disputano il debito greco; per una sempice ragione: è remunerato a un tasso che sfida ogni concorrenza:  intorno al 6%.
Ritorna la calma. Ma solo per 24 ore. Mercoledì 27 gennaio il Financial Times, la bibbia degli operatori del mercato, afferma che la Cina ha rifiutato di acquistare 25 miliardi d'euro di debito greco, proposto in esclusiva da... Goldman Sachs. E' Gary Cohn in persona, scrive il FT, ad aver proposto l'affare al primo ministro greco. La notiza semina il panico. Per i traders Atene è vicina al baratro perché deve sollecitare direttamente la Cina.
Atene smentisce ma gli investitori esigono subito un incentivo molto più elevato, il che è strano visto che tutti i professionisti sanno bene che la notizia è un bidone. “Nessun Paese ha mai acquistato 25 miliardi di debito in un sol colpo, noi abbiamo riso tutti nell'intendere questa fola” dice un banchiere francese “Io non posso credere che il Finacial Times non abbia verificato un'informazione del genere presso la Goldman Sachs. Questo significa che la banca aveva interesse a che una simile notizia fosse propagandata benché falsa”.

Doppio gioco

E per che ragione? Per fare cash. Perché quando ci si chiama Goldman Sachs non ci si accontenta d'incassare con la mano destra le commissioni per la consulenza al governo greco ma si vuole intascare anche con la sinistra speculando contro la Grecia.
La banca riconosce che mentre consigliava il governo greco  raccomandava ai propri clienti, in particolare agli hedge funds, di comprare i CDS (Credit Default Swap). Cos'è un CDS? Un prodotto finanziario, una sorta di assicurazione destinata a premunirsi contro il fallimento di uno Stato, un pezzo di carta che può rivelarsi un titolo altamente speculativo. In chiaro, se  Goldman Sachs consiglia di acquistare dei CDS vuol dire che essa prevede, o meglio anticipa, un rialzo del prezzo del CDS. E quindi che la Grecia è a rischio.
Non molto elegante da parte della prima banca consigliera d'Atene!
Ma quello che è più grave è che  Goldman Sachs è, in quel momento, uno dei principali attori che speculano sul mercato contro gli interessi della Grecia. In collaborazione con l'hedge fund americano Paulson, quello stesso che si è arricchito durante la crisi dei subprimes.
“E' una regola etica del nostro mestiere – dice un banchiere europeo – non si può essere remunerati al contempo per aiutare un governo e speculare sui CDS del debito del Paese. Eppure sembra che  Goldman Sachs lo abbia fatto uguamente”.
La cosa però non può essere provata con certezza in quanto il mercato dei CDS è totalmente opaco e non regolamentato. E se si pone la domanda a un portaparola della  Goldman Sachs la risposta è semre la stessa: “no comment”.
Di certo c'è che la falsa informazione del Financial Times ha fatto l'affare della banca creando un clima propizio alla speculazione. Secondo il vecchio adagio “si accetta sul rumore e si rivende sui fatti”,  Goldman Sachs ha speculato contro l'euro.

Anglosassoni contro l'euro

Secondo le autorità americane, fra il 26 gennaio e il 2 febbraio, dei fondi speculativi e delle banche d'investimento (tra cui la  Goldman Sachs) hanno venduto massicciamente euro contro dollari. Hanno liquidato così 5,5 miliardi di euro, proprio come nel settembre 2008, e ciò nel pieno della crisi. Insomma la banca americana avrebbe guadagnato su tutti i tavoli.
Malgrado le domande che abbiamo ripetutamente posto alla banca, è stato impossibile ottenere risposte, neanche la più banale. Un organigramma della  Goldman Sachs in Europa? “Non esiste”.
Eppure molte personalità parlano per essa. Il 15 febbraio, durante la tempesta contro la Grecia, Otmar Issing, ex capo economista della Banca centrale europea, firmava un articolo sul Financial Times nel quale sosteneva che i partners della Grecia non dovevano andare in suo soccorso.
Quest'onorevole banchiere centrale, ex della Bundesbank, firmava il suo pezzo come ex della BCE e presidente del Centre for Financial Studies. Si sperticava nell'esporre i suoi titoli vecchi, ma dimenticava  di precisare che è attualmente consigliere internazionale della  Goldman Sachs!
Una nuova illustrazione del doppio gioco della banca.
Dobbiamo cedere allora alla tentazione del complotto anglosassone pilotato in gran parte dalla  Goldman Sachs contro la zona euro?
 
 
da Liberation

  scritto da Iron alle ore 01:39:50
 

26.01.2010

Gli ultimi giorni dell'Europa


 
 
 
L’Europa sta vivendo il momento più tragico della sua storia trimillenaria. Siamo dinanzi a eventi di portata epocale che, secondo tutte le previsioni, condurranno nel giro di pochi decenni alla pura e semplice estinzione fisica dei nostri popoli. Questa drammatica situazione sta precipitando lungo un piano inclinato, privo di ostacoli e a velocità crescente. L’Europa, quale è esistita dal Neolitico agli anni Sessanta-Settanta  del Novecento, sta rapidamente scomparendo sotto i nostri occhi. L’Europa della nostra nascita, della nostra cultura, delle nostre città, di tutti i nostri valori, non è più già oggi la stessa. E nel breve volgere di una generazione sarà un ricordo del passato. Sarà diventata un’altra cosa. A leggere il recente libro di Walter Laqueur Gli ultimi giorni dell’Europa. Epitaffio per un vecchio continente (Marsilio) c’è davvero da rabbrividire. Nessun allarmismo a effetto, intendiamoci, non si tratta di un instant book a sensazione. È semplicemente una riflessione basata sui fatti. Che atterrisce per le prospettive che squaderna, solo osservando i dati già acquisiti e quelli in dinamica evoluzione. La questione di vita o di morte si riduce a due semplici ma esplosivi fattori: denatalità e immigrazione.

Laqueur dà qualche cifra e avanza osservazioni elementari su dati che sono pubblici, alla portata di tutti, ma che nessuno divulga: «Fra cent’anni la popolazione dell’Europa sarà solo una minima parte di quello che è ora e in duecento anni alcuni paesi potrebbero scomparire». E aggiunge che «alcuni hanno sostenuto che se l’Europa sarà ancora un continente di qualche importanza duecento anni da adesso, sarà quasi certamente un continente nero». Poiché i bianchi sono sterili, non fanno e non vogliono fare figli, mentre gli immigrati di colore sono fertilissimi e si riproducono a tassi esponenziali. Tutto vero, si dirà, ma insomma si tratta di proiezioni parecchio lontane, nulla di cui preoccuparsi oggi…Non esattamente. La catastrofe è già in pieno svolgimento e il cappio si chiuderà tra breve. E nel corso della nostra stessa vita avremo modo di verificarlo non per sintomi, magari anche gravi come sta già accadendo, ma per una travolgente evidenza. Secondo le stime della Comunità Europea e delle Nazioni Unite, che l’autore riporta, la Francia, nel corso del secolo XXI, passerà dagli attuali 60 milioni di abitanti a 43, il Regno Unito da 60 a 45, la Germania da 80 a 32, la Spagna da 39 a 12…

L’Italia poi, dagli odierni 57 milioni, si troverà a contarne 15 verso la fine del secolo. Occorre ovviamente considerare che i dati riferiti a queste proiezioni sulle popolazioni europee dei prossimi decenni contengono il fatto che moltissimi di quei cittadini non saranno altri che i figli di recente e recentissima immigrazione. Tanto che le popolazioni europee in calo vedranno velocemente elevarsi il numero dei propri concittadini di origine non europea: maghrebini, mediorientali, asiatici, africani…Laqueur attira non a caso l’attenzione sul fatto che il declino demografico relativamente contenuto che si rileva nei casi di Francia e Gran Bretagna dipende essenzialmente dal «tasso di fertilità relativamente alto nelle comunità di immigrati, neri e nordafricani in Francia, pakistani e caraibici in Gran Bretagna». Cioè: le previsioni sulle popolazioni europee del prossimo futuro non riguardano la popolazione bianca che in una parte sempre meno numerosa…I bianchi europei, come già accade negli Stati Uniti – che nel 2050 vedranno il gruppo ispanico prevalere su quello anglosassone, e quello nero avvicinarglisi sensibilmente –, vittime della loro denatalità conculcata dalla società del benessere e del profitto, stanno andando incontro a un rapido inabissamento, che presto ne farà una minoranza minacciata di estinzione sul suolo europeo.

L’Europa orientale, sulla quale qualcuno si poteva fare delle illusioni di tenuta demografica, è investita da una sterilità ritenuta addirittura più micidiale, “catastrofica” la definisce Laqueur, con percentuali di decrescita spaventose. La Russia in cinquant’anni vedrà ridursi la sua popolazione dei due terzi. L’Ucraina viaggia a un ritmo di perdita di popolazione stimato al 43%, la Bulgaria al 34%, la Croazia al 20%…Lo studioso di statistica demografica Paul Demeny, nella rivista Population and Development Review, ha osservato che «non c’è alcun precedente di un crollo demografico così rapido in tutta la storia umana». Questo veniva segnalato nel 2003. In cinque-sei anni le cose sono ulteriormente precipitate. A fronte di questa inaudita contrazione delle nascite, si erge un contro-dato terribilmente minaccioso: l’esplosività demografica del Terzo Mondo, e in particolare di quella fascia territoriale che sta a diretto contatto con le frontiere meridionali dell’Europa: Nord Africa, Africa sub-sahariana, Medio Oriente. Esistono studi e previsioni semplicemente agghiaccianti. Un solo esempio: lo Yemen, che oggi conta 20 milioni di abitanti, ne avrà oltre cento nel 2050. Cento milioni di yemeniti, in un paese povero di tutto e privo di strutture agricole e industriali, evidentemente non rimarranno mai a casa loro. Si sposteranno in massa. Sì, ma dove? Laqueur risponde con eufemistica pacatezza: «ci sarà una pressione demografica sull’Europa ancora più forte». Il solo Yemen – uno dei paesi più piccoli – ben presto avrà dunque un esubero di ottanta milioni di persone da indirizzare verso l’Europa.

Ma gli scenari tratteggiati da Laqueur riguardano anche altro. L’immigrazione in atto. Si tratta di una pietra tombale di fabbricazione mondialista, sotto la quale sta per essere tumulata l’idea stessa di Europa. Quella che dal dopoguerra in poi è stata prima un’emigrazione per lavoro, cui seguì il ritorno quasi generale in patria, dagli anni Ottanta è diventata una crescente infiltrazione, infine assumendo, in questi anni, i contorni dell’incontrastato arrembaggio di massa. Non diciamo frenato o regolamentato, ma neppure deplorato. Al contrario: i governi, la stampa, gli esponenti della letale “società civile” asservita ai suoi tabù, l’alimentano di continuo. A questi ambienti della sobillazione tengono dietro gli esecutori materiali. Cosche criminali, agenzie umanitarie, volontariati onlus debitamente sovvenzionati, Chiese: ecco i protagonisti di quella potente lobby – come la definisce Laqueur – che ha per tempo individuato nella sollecitazione della disperazione di massa e nel suo incanalamento verso l’Europa il business del secolo. Un neo-schiavismo che sradica il nero o il giallo, lo stipa nelle periferie degradate delle città portuali del Terzo Mondo, infine lo dirige verso le centrali dello sfruttamento turbocapitalistico di ultima generazione, operando la devastazione di ogni comunitarismo, sia nell’ospitante che nell’ospitato: con una criminalità reale e un umanitarismo di facciata (spesso unendo le due cose in un’unica intrapresa industriale), si ottiene così la spaventosa tratta, che ha come conseguenza matematica due avvenimenti simultanei: l’annientamento dei tessuti etnico-sociali delle millenarie culture europee; lo sgretolamento e la disumanizzazione delle stesse realtà terzomondiste attirate in Europa.

Laqueur fornisce prove a getto continuo. Per dire, anziché la tanto sbandierata integrazione – maniacale fissazione degli utopisti – presso le moltitudini immigrate si hanno delinquenza, asocialità, diserzione dallo studio e dal lavoro (massicciamente offerti dai governi, secondo binari preferenziali stabiliti dalle istituzioni europee a discapito secco delle popolazioni autoctone) e alla fine un oceano di odio. Un odio aggressivo e inestinguibile, che gli immigrati – specialmente i giovani – nutrono per tutto quanto è europeo. Ad esempio, le rivolte della banlieu parigina del 2005 furono causate da «l’odio per la società francese». La banda etnica delle periferie metroplitane arricchisce il quadro dei paradisi multiculturali. In Gran Bretagna si tratta di neri contro indo-pakistani, a Bruxelles di turchi contro africani, a Parigi di islamici contro ebrei…Il risultato delle politiche immigratorie, sottolinea Laqueur, è che ovunque «si è sviluppata una cultura dell’odio e del crimine».

Mentre i nostri governi applicano il principio dell’autolesionismo sistematico, dando privilegi sociali (sussidi, alloggi, lavoro, depenalizzazione dei reati, permissivismo sempre e ovunque), gli immigrati sfruttano i congegni legali offertigli su un vassoio d’argento. L’esempio tedesco: gli assistenti sociali «hanno insegnato ai turchi come approfittare delle rete di protezione sociale, il che significa ottenere dallo Stato e dalle amministrazioni locali il massimo possibile di assistenza economica e di altro genere con il minimo contributo possibile al bene comune». Integrazione? Per milioni di immigrati, ovunque in Europa, «i problemi sono gli stessi: ghettizzazione, re-islamizzazione, alta disoccupazione giovanile e scarso rendimento nelle scuole».

Le organizzazioni degli immigrati del tipo della potente Muslim Brotherhood – incoraggiate dagli europei e cavalcate da sciami di imam, leader etnici, predicatori – finiscono prima o dopo per «ottenere ciò che vogliono». E, mentre gli europei perdono mano a mano la loro identità, accade al contrario che gli immigrati rafforzino la loro: «I turchi in Germania rimangono turchi anche se hanno adottato la cittadinanza tedesca; il governo di Ankara vuole che essi votino alle elezioni turche, e allo stesso tempo che essi, ovunque vivano, difendano gli interessi della Grande Turchia che rimane la loro patria».

Nel frattempo, irresponsabili politici di tutte le sponde – ne sappiamo qualcosa noi in Italia – spingono per offrire al più presto il diritto di voto agli immigrati. Vogliono la fine dell’Europa. Vibrano di quella febbre suicida di cui parlò Spengler a proposito delle società corrotte, senili, morte dentro. Laqueur parla di declino irreversibile per l’Europa. Ci invita a fare un giro per Neukölln, La Courneuve o Bradford, concentrazioni urbane completamente extra-europee. E si chiede come mai «ci si sia resi conto così tardi di questo stato di cose». Ma noi chiediamo a lui: è sicuro che gli europei abbiano capito in che situazione si trovano? Ottenebrati dalla propaganda mondialista e dalla paura di incorrere nel tabù del “razzismo”, sapientemente evocato, gli europei guardano dall’altra parte. Questo bel capolavoro umanitario che è l’Europa multiculturale viene infatti perseguito agitando come bastoni alcune infernali parolette, dietro alle quali si ripara il trafficante europeo di uomini e di ideali: accoglienza, solidarietà, diritti umani, etnopluralismo… Queste parole ipocrite nascondono la violenza del senso di colpa instillato a forza nella nostra gente. Hanno il rintocco della campana a morto per  l’Europa.

di Luca Leonello Rimbotti

  scritto da Iron alle ore 13:13:12
 

09.01.2010

Ci siamo!




 
 
 
E' altissima la tensione a Rosarno, in Calabria, per gli scontri tra immigrati e residenti. All'indomani della rivolta degli extracomunitari, due stranieri sono stati gambizzati da ignoti e altri due sono stati feriti a colpi di spranghe e bastoni. L'ultimo bilancio degli incidenti, fornito dal prefetto di Reggio Calabria, Luigi Varratta, sale a 37 feriti: 19 extracomunitari e 18 uomini delle forze dell'ordine. Uno dei feriti a colpi di spranga sulla statale 18 è in gravi condizioni, sottoposto a intervento chirurgico e ricoverato in codice rosso, in neurochirurgia a Reggio Calabria. Grave anche un altro extracomunitario ferito a colpi di spranghe, mentre il Prefetto ha confermato che gli ultimi feriti a colpi di arma da fuoco caricati a pallini non destano preoccupazioni. Secondo quanto riferisce l'Ansa, almeno cinque immigrati sono rimasti feriti in modo non grave dopo essere stati investiti da auto guidate da italiani. Lo si apprende da fonti investigative, secondo cui gli incidenti sarebbero avvenuti in prossimità dei posti di blocco attuati dagli abitanti del posto. In un caso i responsabili dell'investimento sono stati fermati dai carabinieri. Otto gli arresti: sette cittadini extracomunitari accusati di devastazione, rissa e violenza a pubblico ufficiale, e uno degli italiani che ha tentato di investire gli stranieri con l'escavatore, ferendone uno. L’accusa per lui è di tentato omicidio. Ulteriori momenti di tensione si sono vissuti, in serata, in località Bosco di Rosarno quando alcuni abitanti della zona hanno cercato di avvicinarsi e accerchiare la struttura ex Esac dove sono accampate centinaia di immigrati e cercando di arrivare allo scontro con loro. Ne è scaturita una fitta sassaiola.
Nel primo pomeriggio di ieri centinaia di extracomunitari, tra i quali alcuni giunti dalle zone vicine, scortati in testa e in coda dalle forze dell'ordine hanno raggiunto in corteo il municipio scandendo slogan di protesta. In precedenza alcuni abitanti di Rosarno avevano raggiunto la zona antistante il municipio. Erano venuti a contatto con gli immigrati e avevano provato a inseguirli e malmenarli. Un uomo ha sparato dal terrazzo della sua casa due colpi di fucile in aria per difendere la moglie e le figlie che guardavano dal balcone e contro le quali erano stati lanciati sassi da alcuni immigrati che stavano transitando in corteo. Dopo i colpi, alcuni stranieri sono entrati nell'abitazione ma per protestare vivamente. Ci sono stati momenti di tensione tra un gruppo di abitanti e le forze dell'ordine dopo che un giovane era stato fermato perché stava litigando con un immigrato davanti al municipio. Gli animi si sono calmati dopo che il giovane è stato rilasciato.
In città gruppi di giovani hanno organizzato ronde spontanee: “Difendiamo la nostra città e le nostre case. Siamo a caccia degli africani: se vogliono lavorare restino, ma se non c'è lavoro, devono andare via”, dice qualcuno.Le tensioni tra immigrati e cittadini hanno provocato numerose reazioni politiche. Secondo il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, c'è stata “in tutti questi anni troppa tolleranza” verso l'immigrazione. Frasi che hanno scatenato le critiche dell'opposizione. Primo fra tutti, il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani: “Mi dispiace molto che il ministro dell'Interno non abbia perso l'occasione, anche questa volta, di fare lo scaricabarile sulla famosa immigrazione clandestina”. Ma anche il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, la pensa come Maroni: “Troppa tolleranza verso i clandestini. Lo Stato ha il dovere di fare rispettare le leggi, di fare rispettare le regole. Non può esserci tolleranza, specie per chi usa la violenza in maniera così evidente, per il solo fatto che è un immigrato”.
Il ministro Maroni riferirà su quanto sta accadendo a Rosarno martedì alle 17 al Senato.

Ci siamo: ecco a noi il paradiso multirazzista del capitalismo globale. Sappiamo chi dobbiamo ringraziare (capitalisti, progressisti, comunisti e clero) per la banlieusizzazione delle periferie, dove avremo solo odi, guerre tra poveri, multirazzismo; e anche per l'istituzione imminente di quartieri bunker per ricchi. Stiamo diventando americani, non europei ma occidentali. Stiamo diventando americani: sfruttati, disgregati socialmente e culturalmente, pronti a ucciderci tra etnie, clan e tribu, ma sempre disposti a fare i moralisti se entra in scena un ragazzino viziato come Balotelli che, in una società normale, sarebbe rimandato senza indugi in collegio. Ma non siamo in una società normale, sicché continueremo col tormentone Balotelli e intanto sui drammi apocalittici alla Rosarno ci divideremo tra chi colpevolizzerà gli immigrati e chi gli italiani; nessuno punterà l'indice dove dev'essere puntato ma, soprattutto, nessuno farà alcunché per uscire dal paradiso che mercanti di schiavi, millenaristi e internazionalisti, tutti insieme, ci hanno disegnato. Auguri gente: benvenuti nel wonderful world  dei vincitori del '45: la loro opera si sta compiendo.


da Noreporter.org

  scritto da Iron alle ore 13:04:09
 

18.11.2009

Sudafricanizzazione



 
 
 
"Distribuiremo soldi gratis". E così la società Mailorama ha radunato settemila persone ai piedi della Torre Eiffel per puri scopi pubblicitari. Nessuno però ha ricevuto i soldi promessi ma non per colpa di Mailorama: loro quegli euro volevano regalarli davvero. Niente soldi, in compenso ci sono stati disordini e cariche della polizia sui settemila in cerca di denaro facile. Una strana storia per uno strano sabato parigino. Andiamo con ordine.

Mailorama, società specializzata in marketing e dedita al guadagno facile, organizza l'evento e lo pubblicizza sui bus parigini: lanceremo centomila euro dai finestrini. La ragione? Nessuna apparentemente: un regalo ai fedeli parigini. Trattandosi di marketing però per Mailorama tutto ciò significa pubblicità.

L'evento piace. Parigi progetta il suo sabato a caccia di soldi gratis. La folla prevista ai piedi della Torre Eiffel è immensa. La polizia vede solo un potenziale pericolo epr la città e decide che ilmunifico lancio non s'ha da fare. L'unica soluzione è bloccare tutto, per evitare che la gente si lanci in disperate corse a caccia del soldo: persone calpestate, risse per contendersi il malloppo, violenza. Tutto questo va evitato.

La società incassa il no della polizia quando ormai mancano pochi minuti al lancio di soldi e la gente, settemila persone che aspettano soldi gratis, è già tutta in piazza.

Annullato l'evento, ai parigini non è rimasto che andarsene a casa. ma non senza qualche problema. Le foto, embeddate qui sotto, sono state caricate dai testimoni su Flickr.

Bilancio: dodici arrestati, auto ribaltate, vetrine dei negozi in frantumi. Erano in cerca di denaro, hanno trovato uno scontro con la polizia.
Un video trovato su YouTube: nella prima parte si vede l'annuncio della società che invita i parigini a recarsi in strada perricevere i soldi. Nella seconda parte l'esplosione di violenza.

FOTO!
http://www.flickr.com/photos/laurentgarric/sets/72157622683451469/show/with/4106120268/

  scritto da Iron alle ore 01:25:38
 

12.11.2009

Quel Muro antifascista

 


 

 

Casa Pound Italia ricorda come il muro volle essere e fu antifascista e antieuropeo

''Antifaschistischer Schutzwall. Muro di protezione antifascista. Così, nell’agosto del 1961, i burocrati stalinisti della Ddr chiamavano la barriera di filo spinato, ben presto sostituita da fortificazioni in cemento armato, destinata a separare la Berlino occupata (sì, occupata¦) dalle truppe occidentali da quella conquistata dai sovietici. L’antifascismo: era questa la motivazione ufficiale. Eppure nelle ipocrite rievocazioni del ventennale della caduta nessuno ne ha fatto menzione''. Lo scrive il responsabile cultura di CasaPound Italia, Adriano Scianca, in un articolo sull'Ideodromo, il laboratorio di 'idee ad alta velocità dell'associazione presieduta da Gianluca Iannone (www.ideodromocasapound.org).

''C’è¨ poco da fare, viviamo in un’epoca meschina - prosegue Scianca - sono sempre i massacratori di ieri a spiegarti, oggi, quanto fossero brutti quei massacri, dicendoti che magari è pure colpa tua. Aguzzini che si riciclano moralisti: così, senza vergogna. Perché parliamoci chiaro: il Muro di Berlino era cosa loro. Non lo dicono, creano cortine fumogene parlando a casaccio di 'libertà’ e 'democrazia'. Tanto chi se ne frega, metà  degli spettatori della farsa non sanno nemmeno chi l’ha tirato su, questo maledetto Muro. E certo i media stanno bene attenti a non pronunciare quella parola ('antifascismo') che suona come il loro peccato originale, la loro eterna colpa''.''E allora - afferma il responsabile cultura di Cpi - diciamolo noi: il Muro di Berlino era antifascista. Per volontà  di chi l’ha costruito e per significato storico. E antifasciste erano le guardie che pattugliavano entrambi i lati della infame barriera, divise da un gioco delle parti attuato sulla pelle dell’Europa, ma unite nel sottomettere quest’ultima''.

  scritto da Iron alle ore 16:19:43
 

16.03.2009

Grecia meccanica


 
 
Clima da Stanley Kubrick nell'Ellade che sfugge al controllo yankee  Stavolta è paura, paura vera. Va bene che è legittimo dubitare che i teppisti greci del 2009 abbiano visto il film Arancia meccanica, girato da Stanley Kubrick nel 1971, e tratto dall’omonimo romanzo di Anthony Burgess. Era la storia delle violente scorribande di una banda di giovinastri, che colpivano per il puro gusto di offendere, perché annoiati e perché arrabbiati contro tutto e contro tutti. Eppure, quanto sta accadendo periodicamente in Grecia, non soltanto ad Atene ma anche a Salonicco, sembra ricalcare, almeno in parte, la trama del film. E in più, i recenti attacchi indicano le coordinate di una puntuale e complessiva strategia. Davvero inquietante. Nell’ora di punta dello scorso venerdì una trentina di ragazzi con il volto infilato nel passamontagna sono scesi dal periferico quartiere del Licabetto, la collina che domina la capitale, e dopo essersi divisi in due gruppi si sono abbandonati ad una cieca devastazione: hanno infranto le vetrine di numerosi negozi; hanno semidistrutto automobili parcheggiate (soprattutto le più lussuose) nel centrale quartiere di Kolonaki; hanno frantumato le vetrate di un paio di banche, seminando poi il panico tra la gente. Era da poco passato mezzogiorno, e molti passanti hanno cercato rifugio nelle case vicine. Sull’asfalto, decine di volantini con la richiesta di scarcerare Jorgos Vuzis Vojazis, che altro non è se un rapinatore. Chi protesta violentemente però lo descrive come autore di espropri, ricalcando il modello dei tristemente noti «espropri proletari» degli anni Settanta. Ma non è soltanto questo a turbare la gente. Che freme, come i giornali denunciano, per quanto è accaduto dopo la violenta scorribanda. I giovinastri, tra cui alcune ragazze, si sono infatti rifugiati nella palazzina dell’Università centrale. Un luogo dove possono ritenersi al sicuro, perché una vecchia legge vieta alla polizia non soltanto di fare irruzione ma di entrare negli atenei. È questo il punto che ha scatenato la rabbia dei greci, raggiunti dalla notizia che qualcosa di analogo era stato compiuto, quasi contemporaneamente, a Salonicco. I maggiori giornali e le tv si scagliano contro questi «assalti di bande coperte dall’immunità». Ma bande composte da chi? Chi si sta servendo della «zona franca universitaria»? Studenti o gruppi di facinorosi, permeabili ai provocatori? Su questo non vi sono risposte precise, anche se vi è più di una ragione per gridare allo scandalo dell’«immunità universitaria». Molti ora chiedono a gran voce di abrogare la legge, perché il clima che si respira in Grecia sta diventando veramente intollerabile.



fonte: corriere.it

  scritto da Iron alle ore 17:18:08
 

11.01.2009

Svezia Saudita


 
La Svezia è uno dei paesi europei maggiormente colpiti dall'immigrazione mussulmana, dal buonismo e dal "Politically Correct". Ora anche le forze di polizia svedesi hanno pubblicamente ammesso di non avere più il controllo di una delle maggiori città della Svezia. Gli articoli che ho estratto dalla stampa svedese mostrano il probabile futuro di EURABIA, a meno che gli europei non si sveglino in tempo.
Ho intravisto il futuro di EURABIA, si chiama Svezia. Malmø è la terza maggiore città della Svezia, dopo Stoccolma e Gothenburg. La "una volta" pacifica Svezia, patria degli ABBA, dell'IKEA e del Premio Nobel sta assomigliando sempre di più al medio oriente(dei tempi peggiori).I seguenti sunti sono stati tradotti da articoli delle maggiori testate della stampa Svedese:

http://www.aftonbladet.se/vss/nyheter/story/0,2789,529910,00.html

Malmø, Svezia. La polizia, ora ammette pubblicamente ciò che molti scandinavi sapevano già da tempo: le forze della sicurezza non hanno più il controllo della situazione nella città di Malmø, essa in effetti è sotto il giogo di violente squadracce di immigrati islamici. Alcuni dei mussulmani che vivono nel quartiere di Rosengård ormai da oltre 20 anni, non sanno tutt'ora nè leggere nè scrivere in svedese. Gli addetti delle ambulanze, dopo aver subito diversi attacchi con pietre ed armi si rifiutano di intervenire nella zona se non accompagnati dalla polizia. Recentemente, un giovane albanese accoltellato da un arabo è stato lasciato morire dissanguato mentre l'ambulanza attendeva la scorta della polizia. La polizia stessa esita di intervenire in queste zone, se non con diverse unità e le loro auto vengono spesso vandalizzate.

http://w1.sydsvenskan.se//Article.jsp?article=10092861


Il numero di cittadini Svedesi che abbandonano la città di Malmø stà raggiungendo livelli impressionanti. Gli Svedesi, che alcune decine di anni fa decisero di aprire le loro porte ai "rifugiati" mussulmani, ora sono loro ad essere diventati dei "rifugiati", degli stranieri in patria e sono costretti ad abbandonare le loro case. I cittadini che abbandonano la città,citano come ragioni principali della loro decisione; la criminalità endemica, l'apatia delle autorità locali ed un futuro incerto per i loro figli.

http://w1.sydsvenskan.se/Article.jsp?article=10090830

Tutti i vetri delle 600 finestre di una scuola di Malmø sono stati frantumati durante le vacanze estive. Ogni anno il vandalismo nelle scuole costa milioni di euro alla comunità. Gli autobus di linea sono stati forzati ad evitare il ghetto degli immigrati, in quanto vengono spesso fatti segno di lancio di pietre e bottiglie da parte di bande di ragazzacci. L'anno scorso un giovane di origini afgane, aveva preparato un piano per far saltare in aria la sua scuola.

http://w1.sydsvenskan.se//Article.jsp?article=10093267

Il personale del pronto soccorso del principale ospedale di Malmø riceve continuamente insulti e provocazioni. Pazienti armati di pugnali o pistole sono diventati la norma. Si era discusso di installare un "metal detector"all'entrata, ma la direzione ed i sindacati temono che la cosa possa sembrare una provocazione.

http://w1.sydsvenskan.se//Article.jsp?article=10093495

Lisa Nilsson ha vissuto a Manhattan, New York City, per 25 anni. Da quando è tornata a Malmø, avverte la mancanza di sicurezza che aveva a New York. A Malmø la sera non si sposta se non in taxi.

http://www.expressen.se/index.jsp?a=180423

Gli stupri in Svezia sono aumentati drammaticamente negli ultimi 10 anni e del 17% dal 2003. Gli stupri organizzati da bande, in maggior parte composte da immigranti islamici che assalgono ragazze native Svedesi sono divenuti comuni. Due settimane fa, 5 kurdi hanno violentato una ragazza [svedese autoctona] di 13 anni.

http://www.aftonbladet.se/vss/nyheter/story/0,2789,528363,00.html

Una ragazza ventiduenne che stava facendo jogging è stata violentata da 3 extra-comunitari. L'unica parola che le hanno rivolto è stata "cagna!".

[Ali Dashti commenta: "Storie come queste vengono riportate settimanalmente dalla stampa svedese. I media svedesi su direttive del governo fanno molta attenzione a non menzionare la provenienza etnica dei perpetratori di questi atti, ma leggendo tra le righe è facile intuire chi costoro siano."
Non solo; come hanno reagito i politici al caos causato in una civile città Svedese da immigrati in maggioranza di provenienza islamica, dei quali persino le forze dell'ordine hanno paura? Emettendo delle leggi che rendono l'afflusso di un maggior numero di mussulmani in Svezia più semplice!

http://www.cphpost.dk/get/81008.html

I politici Svedesi intravedono I "matrimoni arrangiati" come una tradizione positiva; una tradizione culturale che gli immigrati dovrebbero mantenereanche in Svezia. Il governo svedese crede che intervenire con delle leggi sui "matrimoni arrangiati" sia un interferenza sulla vita privata. Inoltre gli immigrati possono fare richiesta di "riunificazione familiare" anche per persone che non fanno parte della cerchia familiare, come un marito o una moglie scelti per i loro figli dai genitori nei paesi d'origine

*(Commento di Kinvuli: Niente di nuovo sotto il sole. Che la nostra sinistra abbia governato anche in Svezia?), questi a loro volta possono invitare altri parenti. *

In una ricerca del 2002 fatta dall'Università di Växjö, il professore di economia Jan Ekberg ha scoperto che l'immigrazione è costata quell'anno ai contribuenti Svedesi ben 33 miliardi di vecchie Corone Danesi comparati ai 10 miliardi di vecchie Corone spesi dalla Danimarca. E mentre qualcuno, ragionevolmente può credere che queste spese siano eccessive e che vadano tagliate emanando delle leggi che limitino l'immigrazione, il governo Svedese procede nella direzione opposta. Una commissione governativa ha proposto l'abolizione, per quanto riguarda l'immigrazione della legge sui controlli dei finanziamenti la "seriousness requirement"

Tradotto da kinvuli

da http://atlasshrugs2000.typepad.com/atlas_shrugs/2009/01/muslims-control.html

  scritto da Iron alle ore 13:17:01
 

19.10.2008

... dove tutti scopano come conigli, ma non fanno figli...


 
 
Se qualcuno ha visto la puntata della trasmissione Ballarò del 14 ottobre 2008, avrà notato che il consueto "editoriale" comico di Maurizio Crozza ha avuto un momento strano, particolare, inatteso forse. Su circa 8 minuti di intervento, il noto comico ligure ne ha dedicato quasi tre alla questione della natalità, in particolare riferendosi alla sua Liguria. Con toni allarmati e dolenti, senza praticamente voler far ridere, Crozza ha riferito di quanti pochi bambini nascano in Italia e in Liguria; di come la Liguria sia pericolosamente "all'avanguardia" nel suo essere una terra di soli anziani (6 ultrasettantenni per ogni bambino); una terra che si "sta lasciando morire". Crozza non cita gli immigrati (non sappiamo che idee abbia e non è comunque questo il punto); non dice che gli immigrati sono il futuro o altre porcate simili; non inneggia al genocidio degli autoctoni (secondo le parole d'ordine di molti esponenti dell'associazionismo cattolico o laico, delle élites ebraiche o cristiane, del mondo politico "liberale" o di "sinistra"). Semplicemente, Crozza parla della sua terra e della sua gente, invitando a fare più figli (per inciso: ovviamente, bravo Crozza!).

Qui potete vedere tutto lo spezzone (la parte che ci interessa inizia verso il minuto 3'44''):

Editoriale comico di Maurizio Crozza (Ballarò del 14 ottobre 2008)

Perchè abbiamo fatto questa introduzione? Avete presente la questione delle sagome di legno ridipinte di bianco in provincia di Varese? Nel comune di Brinzio, studenti della scuola elementare hanno dipinto le sagome per un progetto sulla sicurezza stradale e l'hanno fatto ritraendo bambini bianchi e non. In seguito, qualcuno ha pensato di ridipingere di bianco quelle di altro colore [foto sopra].

In seguito a ciò, il solito grottesco teatrino, con accuse di "razzismo" e con una lettera scritta dagli scolari per criticare quanto avvenuto (ma si sa, le lettere dei bambini delle elementari sono sempre frutto dell'impulso di genitori o insegnanti).

Razzismo? Ma stiamo scherzando!? Non sappiamo quanti immigrati ci siano a Brinzio, ma si tratta di un comune di meno di 1000 abitanti. Che necessità c'è di dipingere "altre" facce, se non quelle dei propri bambini?

Tutti invece urlano al "razzismo"! Patetici! Ma il razzismo, quello vero, è l'atteggiamento di dismissione della propria identità, anche etnica, anche fenotipica, oltre che culturale, in favore di una ideologia artificiale e genocida. Chi ha ridipinto le sagome non ha colpito persone, neanche simbolicamente, bensì ha ridato visibilità ai bambini autoctoni di Brinzio, depauperati della loro centralità (vogliamo parlare delle sciagurate maestre che hanno loro consigliato di dipingere "altre" facce?).

Chi ha ridipinto di bianco non è un "razzista", semmai è un rivoltoso. La sua è una protesta, civile e immaginifica, contro l'annullamento delle identità autoctone e contro la vera e propria messa a morte che numerosi (troppi) ambienti di pensiero hanno decretato nei confronti dei bambini italiani. Leggetevi gli articoli successivi, pubblicati lo scorso agosto sul "progressista" L'Espresso (settimanale, tra l'altro, sempre amichevole con gli immigrati). Leggetevi il quadro che dà della genitorialità, contrapposta all'assenza di figli.

Perchè questo è il punto, non le accuse di "razzismo" attuate da sciocche maestre indifferenti all'identità dei propri alunni. Il punto è la pericolosa presenza di una generazione di pensatori, polemisti, studiosi, ricercatori e quant'altro, che difende stili di vita individualisti nel senso più deteriore, egoisti sino al solipsismo, e genocidi.

Una generazione che oscilla solo tra le preoccupazioni per sè e quelle per qualche immigrato utile solo per il teatrino ideologico dei "diritti umani", ma non per valori più importanti come  rispetto dei diritti nel mondo del lavoro, preservazione dell'identità, costruzione di un atteggiamento positivo verso il proprio futuro.

L'Espresso, che dà spazio a deliri solipsistici, dove i bambini sono solo intralci per fasulle realizzazioni alternative alla famiglia con figli, è lo stesso settimanale che si prodiga nel dipingere come positivo l'arrivo di decine di migliaia di stranieri, perchè gli italiani non farebbero più figli, in un circolo vizioso di odio contro gli autoctoni ed esaltazione degli stranieri, che, ovviamente, nasconde solo gli interessi di limitate élites. Un punto di uno degli articoli è chiarissimo, ma non sembra colpire molto i redattori (nè gli stessi studiosi): la famiglia con figli diventa quasi una prigione in una società come quella occidentale, basata sul narcisismo e sull'individualismo. Capite? Siccome la società è la porcheria che sappiamo, i figli (ossia gli unici innocenti) sono il problema! Questo è il ragionamento di molte delle élites che comandano o dominano gli ambienti della ricerca. La loro società (quella che poi è colpevole della crisi economica attuale) richiede egoismo, perciò i figli sono un intralcio. Al limite vanno bene quelli degli stranieri, soprattutto se questi arrivano senza troppe pretese (perchè avendole non sarebbero più in linea con i desiderata delle élites). Quando L'Espresso o altri esaltano questo genere di vita, di egoismo, di disinteresse per la natalità e per i piccoli italiani, esaltano una società mortifera, aggravata ulteriormente dall'arrivo continuo degli immigrati.

Bisogna non solo rendersi conto di questo e incominciare a vivere, votare, acquistare, polemizzare, ecc., avendo sempre più presente cosa e chi metta a repentaglio i nostri popoli, ma anche incominciare a chiamare le cose con i loro nomi: oggi, in Italia, è in atto un GENOCIDIO. Gli autoctoni d'Italia sono messi in pericolo dalle scelte delle élites economico-finanziarie, politiche, religiose e culturali. Dette élites andrebbero identificate in due soli modi: TRADITRICI o NEMICHE.
 
 
 
 

  scritto da Iron alle ore 10:38:03
 

25.05.2008

La violenza che verrà (sacra e benedetta)


 
 
 
L'articolo che segnaliamo è esemplare dell'atteggiamento che molti hanno in questi tempi, ossia dell'incapacità di dare un senso allo spaesamento, tanto meno riuscendo o, almeno, provando (non "desiderando a". Provando...) a porvi rimedio. I primi due terzi dell'articolo, firmato dal politologo Ilvo Diamanti [foto sopra], sono in realtà una preparazione al nocciolo dello scritto, posto in fondo e sintetizzabile nell'espressione "l'insicurezza nasce dallo spaesamento -e a questo non c'è rimedio alcuno-".

Diamanti, dopo aver sbertucciato le ronde e aver demolito l'utilità dei vigilantes professionisti, passa al cuore del discorso, il quale è profondamente intriso di nichilismo: perchè c'è lo spaesamento? Esso esiste perchè le comunità tradizionali sono state distrutte. Essendo state distrutte, non c'è alcun controllo sociale, nè ci può essere. Diamanti non dice perchè non ci possa essere ancora una comunità e la sua capacità di ordine interno. Diamanti propone solo un deserto, che va accettato fideisticamente (deserto? Fede? C'entrerà l'ideologia contemporanea denominata giudeo-cristiana?). Per la firma di Repubblica chi non accetta il deserto mette solo tristezza, come se non riuscisse a capire la realtà.

Come detto, tale pensiero non è solo presente in un articolo simile, ma ci capita di sentirlo da alcuni, nella vita di tutti i giorni. Chiaramente esistono responsabilità diverse, essendo diversa la presunta capace di investigare la realtà. Non cambia però l'orizzonte, che è comune e denota un radicamento, in certi ambienti, dell'accettazione del vuoto come stato quotidiano dell'essere umano occidentale e tecnofago. Giorni fa scrivevamo che, a seguire le idee di alcuni, "l'atomizzazione sociale sembrerebbe essere l'unico (e impossibile) collante". Adesso, Diamanti e i suoi simili, ci propongono l'idea che lo sradicamento è l'unico radicamento possibile.

La realtà, secondo simili personaggi, non è un continente, ma un arcipelago di isolette, più o meno distanti le une dalle altre. E' curioso, ma non innocente (ovvio), che si proponga questo, nonostante i fiumi, anzi i mari di parole in favore di associazioni caritative per il Terzo Mondo, la globalizzazione economico-culturale, le macro-entità politiche (UE in primis), ecc. Le comunità non esistono, ossia non esistono i legami tradizionali, che sono gli unici, veri legami umani, mentre si deve accettare il deserto globalizzante. Fratelli con tutti, cani e porci, ma non fratelli tra fratelli (di sangue). Ripetiamo, non è un pensiero innocente, ma anzi estremamente consapevole, persino malevolo.

Si veda la metafora finale di Diamanti sul bosco e sull'albero bonsai, che non è solo richiamo all'esistenza passata e alla scomparsa (vera o presunta) dei legami, ma anche immagine della distruzione della natura (e della naturalità e della naturalezza) e la sua sostituzione con l'artificio, piccolo e limitato. Immagine che rimanda anche al "fuggire nel bosco" di jungeriana memoria e al suo contrario, ossia l'annientamento della libertà umana.

Perchè, se non è chiaro ancora, Diamanti, col suo nichilismo rivoltante, altro non ha da proporre se non l'asservimento e il totalitarismo. Questo è lo scenario nascosto dietro le parole d'ordine dell'immigrazionismo e del globalismo economico-culturale. Il livellamento umano proposto è la desertificazione non solo delle realtà etno-culturali, ma anche delle libertà individuali, essendo l'individuo (l'individuo libero) la conditio sine qua non della libera crescita e della libera espressione delle culture umane e viceversa, le comunità radicate sono la condizione per la libertà individuale.

Chi, come Diamanti o un qualunque amico o conoscente confuso (dopo anni di progressismo ad ogni costo), afferma che ormai la pretesa della sicurezza e dell'ordine è impossibile, perchè la realtà è troppo complessa (semmai complicata) e perchè non c'è più il rapporto col borgo, ma col mondo, bisognerebbe ricordare che il borgo è stato distrutto e, dove ancora esiste, lo si sta tentando di distruggere, allo stesso modo in cui il mondo è sempre esistito e sempre ci si è avuti a che fare. Il "mondo" non nasce con la globalizzazione. E' semmai il "borgo" che muore per causa di essa. Ossia, la presunta ricchezza nella diversità della globalizzazione distrugge proprio l'elemento che connota la realtà locale, quindi la vera diversità.

Atomizzazione come collante... Sradicamento come radicamento... E assenza di legge come legge. Diamanti parla di insicurezza, spostando, apparentemente, l'attenzione verso le percezioni individuali. Non staremo ad elencare gli elementi concreti che portano all'insicurezza non solo percepita. Essi sono molti e molti vengono ridimensionati (da alcuni mezzi di comunicazione schierati) appositamente per diminuire quella corretta percezione (l'aumento di vagabondi, la sporcizia, lo spaccio di droga, ecc.). Quello che andrebbe meglio sottolineato sono le conseguenze di un panorama prospettato dall'idea della "comunità perduta": la comunità è perduta; le ragioni non vengono sviscerate sufficientemente;  la perdita va accettata per fede; la paura viene da questa perdita (da questa fede); a questa paura bisogna abituarsi.

In un colpo solo si tenta di far accettare lo sradicamento e il disordine conseguente, violenza compresa. Non essendoci ragioni e non essendoci altro che impressioni, che rimane? Solo il rullo-compressore di chi domina la società, ma con una differenza fondamentale rispetto ai secoli passati, ossia l'impossibilità di vere identità locali, ma solo di quelle imposte da determinate élites. Insomma, l'impoverimento della realtà umana.

Ma la violenza rimarrà, appunto. L'impossibilità di moti popolari (a causa della sempre più potente tecnologia repressiva e del sempre più raffinato controllo ideologico del reale) e di vie di fughe (materiali, quindi anche culturali), in un mondo globalizzato, ossia dominato da piccole e potentissime élites, renderà l'esistenza umana un inferno, ove la coazione a compiere solo ciò che le élites desiderano sarà l'unica costante quotidiana.

Le ronde e le molotov contro gli zingari sono moti popolari, nè più nè meno (con ovvi distinguo) di quelli contadini nel Medio Evo o di quelli operai tra '800 e '900. Sono l'espressione di una rabbia locale contro una situazione imposta dall'alto (imprenditoria sradicata e sradicante e classe politica). I cortigiani alla Diamanti desiderano che tali moti si spengano, affinchè il loro ordine di potere sopravviva, ma tale pretesa si basa solo o su una speranza o su una, più inquietante, certezza.

A seconda di quanto il cortigiano Diamanti sia vicino al vero Potere, spera che esso spenga la vitalità locale, oppure sa, addirittura, che, presto o tardi, tale Potere si muoverà in modo repressivo contro i moti. Anzi, in modo repressivo contro la sola possibilità che qualcuno possa desiderare tali moti (ecco perchè si afferma che le molotov a Napoli contro gli zingari portano la marca camorrista: mica perchè sia davvero così!). Ma qui sta anche il punto debole della questione, ossia desiderare e propagandare l'idea del caos e non vedere quanto tale reale possibilità possa sconfinare.

Chi desidera la repressione anti-autoctona e anti-localistica, chi vuole la globalizzazione come unica legge per l'umanità tutta, non sembra presagire che il caos conseguente alla fine delle comunità di sangue e suolo non porterà necessariamente all'ordine totalitario e tecnocratico che desiderano. Può portare anche all'emersione, più o meno violenta, di nuovi popoli o nuovi gruppi. Può portare a nuove guerre, capaci di allontanare i continenti, come mai avvenuto prima. Può portare ad una violenza endemica che penetrerà fin dentro i castelli del Potere, avvelenandone l'esistenza quotidiana. Molte sono le possibilità. Se il Potere globalizzante vuole una umanità-giocattolo, incapace di reagire e di agire, non significa che questo sia il destino.

I cortigiani desiderano un Potere che spenga, in sostanza, l'umanità, ma ciò che invece è necessario avvenga è che la violenza che essi generano si scateni proprio contro essi. Non dovranno esserci luoghi di pace o almeno ben difesi per costoro. Essi propagandano il caos ed essi devono subire il caos.

La violenza che verrà dall'umanità libera, ossia l'unica umanità che tale si possa chiamare, sarà una violenza benedetta, sacra agli Dei, perchè sarà come il respirare dei viventi e il gioco degli astri nel cielo. Perchè chi è vivo sa anche reagire violentemente, allo stesso modo in cui respira od osserva le stelle.
 
 

L'articolo "Le tante ronde della comunità perduta" (Ilvo Diamanti, La Repubblica, 11 maggio 2008): link
 
 
 
 
Il tutto tratto da http://euro-holocaust.splinder.com

  scritto da Iron alle ore 16:42:07
 

13.05.2008

Vulimmo Masaniello!

C'è ancora chi crede che gli zingari rubino addirittura i bambini
 

 
Una nomade sedicenne è entrata in una abitazione della periferia est di Napoli e ha tentato di rapire una bimba di 6 mesi. Ma la madre si è accorta subito che il seggiolone era vuoto, è uscita ed è riuscita a riprendersi la bambina. La rom è stata arrestata per sequestro di persona e violazione di domicilio. E' accaduto a Ponticelli, dove ci sono stati momenti di grande tensione tra la gente. La sedicenne è stata sottratta dagli agenti alla furia del quartiere.
 

fonte: Ansa

 

Vitto e alloggio gratis, furti con destrezza tollerati e da oggi la polizia a proteggerli da eventuali aggressioni. E a noi chi ci protegge?

NAPOLI -E' stata rafforzata  la sorveglianza della polizia nella zona che ospita i campi rom nel quartiere di Napoli di Ponticelli. La misura è stata adottata per evitare eventuali tensioni tra gli abitanti del quartiere e i rom, dopo il tentativo di rapimento di una bimba da parte di una ragazzina rom di 16 anni avvenuto nella serata di sabato.

Le volanti della polizia hanno pattugliato per tutta la notte le strade adiacenti ai campi rom, che ospitano circa 700 persone: la tensione ha comunque portato, ieri sera, ad uno scontro con un ragazzo rom, non coinvolto nel tentato rapimento, che è stato accoltellato mentre andava in bici nel quartiere. A Ponticelli si è recato stamane anche un rappresentante dell'Opera Nomadi di Napoli, Enzo Esposito: "Purtroppo si respira un clima di odio ingiustificato nei confronti dei nomadi - dice - anche perché la maggior parte dei recenti casi che hanno avuto eco sulla stampa e di cui erano accusati i rom si sono poi conclusi con un proscioglimento in giudizio".

L'Opera Nomadi sta anche valutando la possibilità di fornire assistenza legale alla minorenne accusata di tentato rapimento. Intanto la sedicenne si trova nel Centro di accoglienza per minori dei Colli Aminei, vicino al Tribunale per i minorenni: nelle prossime ore potrebbe essere sentita dal pm. Dalla polizia del commissariato di Poggioreale arriva la conferma che la ragazzina era già stata fermata 15 giorni fa per un furto in appartamento e portata in un altro centro di accoglienza da cui era però fuggita.

fonte: Ansa



Tra rifiuti e zingare che rapiscono i bambini Napoli è esasperata
 
Bottiglie incendiarie sono state lanciate stanotte all'interno del campo rom di via Dorando Pietri a Ponticelli, quartiere di Napoli dove da sabato, quando si e' verificato il tentativo di rapimento di una bimba di 6 mesi da parte di una zingara sedicenne, cresce l'intolleranza verso l'insediamento di nomadi. Le molotov hanno provocato l'incendio e la distruzione di quattro baracche vuote.
 
 
fonte: Agi

  scritto da Iron alle ore 11:23:51
 

24.04.2008

Mangiapane a ufo


 
 
Inizia in Svezia il dibattito, sino a poco tempo fa tabù, sui costi dell'immigrazione per la collettività. Al momento il dato che circola è quello di Jan Ekberg, docente all'università di Växjö, il quale parla di 40 milioni di corone svedesi, pari ad oltre 4 miliardi di euro annuali per gli immigrati.

La Svezia è una nazione di circa 9 milioni di abitanti. Tra questi (dati del 2007), 1 milione e 300.000 hanno origini straniere (europee ed extra-europee) e 500.000 (di cui 100.000 solo nell'ultimo anno) sono, appunto, coloro i quali vengono considerati nel dato di Ekberg.

Il dato viene reputato dallo studioso svedese come inferiore alle cifre allarmanti degli anti-immigrazione. Se andiamo a vedere la spesa statale, nel 2006 (con cifre simili per il 2007) (1) il totale è stato di poco meno di 800 miliardi di corone, ossia circa 80 miliardi di euro, comprendenti tutte le voci. Ognuno può fare le proporzioni e rilevare quanto quei 4 miliardi di euro di Ekberg, per 500.000 persone, proprio pochi non siano, anche perchè non riguardanti tutti i settori. Ekberg ricorda, inoltre, la differenza tra la prima generazione di immigrati, facilmente inserita nel mondo del lavoro (con il settore pubblico totalmente appannaggio degli autoctoni) e quelle seguenti, sempre più ampie numericamente e proporzionalmente sempre più disoccupate. Secondo lo studioso, tale dato implica una incapacità di integrare compiutamente le comunità allogene: evidentemente sfugge l'importanza della crescita numerica nell'armonizzazione (comunque non certa a priori) col resto della società.

Questo per quanto attiene alle nude cifre, ma se accompagnamo ciò dalle dichiarazioni, il tutto diventa più... chiaro. Partiamo dallo stesso Ekberg, il quale specifica che il suo studio ha solo considerato spese e guadagni derivanti dalla presenza e dal lavoro degli stranieri, ma senza rilevare la "nuova offerta culturale" o i "nuovi cibi" (!?). Argomento lasciato scivolare lì, con nonchalance, ma che, nella più pura retorica mondialista, spaccia certo esotismo livellatore come esperienza arricchente. Sinteticamente: le "offerte culturali" e i cibi di altre aree del mondo sono interessanti e arricchenti in funzione delle loro e nelle loro rispettive aree d'origine. A nessuno frega realmente qualcosa delle Chinatown nelle città degli USA o del "kebabaro" di Milano.

Ancora più interessante quanto afferma Tobias Billström [foto sopra], ministro preposto all'immigrazione, il quale, esplicitamente, si dichiara quasi dispiaciuto del fatto che molte persone credano che gli immigrati arrivino in Svezia per lo più come rifugiati. Secondo Billström, infatti, il senso comune dovrebbe invece riconoscere che gli immigrati arrivano solo per ragioni economiche e lavorative, nel quadro di un mondo globalizzato, dove l'immigrazione è una forza positiva. Se questo non è parlar chiaro: niente retorica vittimistica e spazio solo alle stupidate ideologiche del capitalismo globalizzante!

(1) Vedere il rapporto Offentlig ekonomi per il 2008, pagina 445, tabella 449 (in svedese; con titolazioni anche in inglese).


L'articolo "Sweden: the cost of immigration" (Islam in Europe, 9 aprile 2008): http://euro-holocaust.splinder.com/post/
16681747#more-16681747
 

  scritto da Iron alle ore 16:48:37
 

21.04.2008

L'Unione Europea reintroduce la pena di morte!



 
 
In nessun Pese europeo è ormai in vigore la pena capitale. Ma ora, tutti stanno per introdurla senza saperlo - o senza dirlo - semplicemente per il fatto di ratificare il Trattato di Lisbona, la cosiddetta costituzione  europea. Lo segnala Helga Zepp-Larouche (la moglie di Lyndon), messa a sua volta sull’avviso da un insigne gruppo di giuristi tedeschi ed austriaci (1).

Uno di loro, il professor Albrecht Schachtschneider, uno dei quattro giuristi che stilarono uno storico esposto contro il Trattato di Maastricht, ha spiegato come la pena di morta venga reintrodotta alla chetichella. Non è citata nel testo del trattato, ma in una nota di una nota a piè di pagina.

Proprio così: chi accetta il Trattato di Lisbona accetta con ciò anche la Carta dell’Unione Europea. La quale proclama: la pena di morte è abolita, ma poi rimanda ad una nota a piè di pagina, in cui si legge: «Eccetto che in caso di guerra, di disordini, di insurrezione» (war, riots, upheaval). La cosa è di estrema gravità giuridica.

Un intero super-diritto penale speciale viene affermato in una nota, senza alcuna definizione dei reati da punire con la pena suprema. Chi decide che i «disordini» eventuali  hanno raggiunto un’intensità tale da far sospendere l’abrogazione della pena di morte? Quali  tribunali la irrogheranno? Tribunali speciali, appositamente allestiti per l’emergenza? E quando una serie di proteste di massa comincerà a venire giudicata come «insurrezione», passibile di morte?

Ed anche la menzione del caso di guerra, che potrebbe sembrare accettabile (molti Paesi mantengono la pena suprema nel diritto di guerra), assume invece una terribile ambiguità nel contesto del Trattato di Lisbona.

Difatti, per la Clausola di Solidarietà, ogni nazione europea è tenuta a partecipare ad azioni militari quando si tratti di lottare contro «azioni terroristiche» in qualunque altra nazione. Ovviamente, nota Helga Zepp, il concetto di «azione terroristica» è molto indefinito, colmabile a piacere dei significati più opportuni. Chi ha il potere di definire un atto «terroristico»?

Quello almeno lo sappiamo: Israele. Il popolo eletto ha il potere di definire «terroristici» gli atti di autodifesa del popolo palestinese come dei libanesi sciiti (Hezbollah) o addirittura designare interi stati (Siria, Iraq, Iran) come «terroristi», e la definizione di Israele viene immediatamente adottata dai servi noachici europei.

 
 
 


 
Come noto, Sion cerca continuamente di ampliare la latitudine della fattispecie delittuosa: i proclami dell’imam di Carmagnola sono «complicità in terrorismo» per i vari ministri dell’Interno, e sono costati al patetico personaggio l’espulsione con decreto di polizia, extra-giudiziale: gli è andata ancora bene, col Trattato di Lisbona rischiava la testa. Ma noi, sotto il Trattato, ci resteremo.

La critica ad Israele per le atrocità contro i palestinesi è - come ha sancito l’esimio giurista delle note-spese truccate, Napolitano - puro e semplice «antisemitismo». Dunque già quasi «complicità in terrorismo». Ancora uno sforzo (del «grande amico di Israele», il Salame) e rischiamo tutti di finire impiccati: a piè di pagina. Ossia in qualche scantinato del Viminale, o della Corte Europea? Non si sa.

Il testo del Trattato di Lisbona viene ratificato di nascosto dai parlamenti nazionali, senza discussione pubblica nè dibattito aperto. In Germania, dice Zepp-LaRouche, il testo non è stato nemmeno pubblicato (e non vorrei sbagliare, nemmeno in Italia). Del resto, così com’è, è incomprensibile per i non addetti ai lavori.

Per comprenderlo, bisogna integrarlo passo passo con la Costituzione europea defunta - quella che fu bocciata per referendum da Francia e Olanda nel 2005 - perchè ad essa fa riferimento Lisbona. E in che modo?

Con un trucco ben noto al sistema parlamentare-leguleio italiano: la inserzione. Il trattato di Lisbona è tutto un seguito di espressioni come: «Articolo 5, punto 9, sotto-sezione 2 - la parola A è sostituita dalla parola B». E ciò per 400 volte. Solo dopo che uno studente di legge di Lipsia s’è accollato la fatica, e l’ha postata su siti web, il governo tedesco ha messo in circolazione il testo.

Alcuni giuristi, fra cui il citato Schachtschneider, e il professor Hans Klecatsky, uno degli estensori della costituzione austriaca, hanno dunque esaminato il lavoro di taglia-e-cuci burocratico. Hanno ritrovato la pena di morte per «disordini» a piè di pagina, e molto di più.

Soprattutto, il definitivo esautoramento dei parlamenti: di quello europeo, il solo corpo elettivo della UE, e a maggior ragione dei parlamenti nazionali, chiamati solo a ratificare senza discutere ciò che decidono la Commissione e il Consiglio. Anche e soprattutto in caso di «guerra, disordini, insurrezioni» e «atti di terrorismo»: basta che uno Stato, un ministro Frattini qualunque (2), proclami che è in corso un «atto di terrorismo» (i quali, come sappiamo, possono esesre provocati «false flag»), e tutti i Paesi si trovano in guerra, senza diritto di esenzione nè di veto.

E’ comicamente significativo che l’onnipotente Commissione si arroghi la decisione su tutto, tranne che sulla «politica estera e sulla sicurezza»: a decidere quelle per noi ci pensa la NATO. Ossia Us-raele. Che abbiamo visto come decide e definisce i «terroristi»: domani, non potremo più rifiutarci a partecipare alla prossima invasione  per il bene di Sion.

Ripetiamo: tutto ciò sta passando alla chetichella, di nascosto dai cittadini. Zitti zitti piano piano. La prova viene da uno scoop del Daily Mail irlandese (3).

L’Irlanda è il solo, ultimo Paese, in cui il Trattato di Lisbona sarà sottoposto a referendum popolare, perchè così prevede la Costituzione irlandese (che poi sarà abolita). Il giornale è venuto in possesso di un memorandum al governo britannico, in cui la diplomatica britannica Elizabeth Green rende noto il risultato di un suo incontro dietro le quinte con Dan Mulhall (direttore generale al ministero Esteri irlandese per la UE): costui assicurava i britannici che il governo irlandese si impegna in una campagna di disinformazione attiva dei suoi cittadini, «concentrando l’informazione sui benefici generali della adesione alla UE più che sul trattato di Lisbona in sè».

Nessuna pubblicazione, sordina alla «libera» stampa (che «liberamente» accetta di tacere). Il governo irlandese ha persino chiesto alla Commissione di Bruxelles di «moderare il tono o ritardare ogni annuncio» che possa essere «controproducente», nel senso di svegliare gli elettori alla realtà. Il governo irlandese ha anche deciso la data del referendum, il 29 maggio, «ma ne ritarderà l’annuncio in modo da tenere il campo del No all’oscuro» fino all’ultimo, sicchè non abbia tempo di preparare una campagna d’informazione efficace.

Non credo che questo atteggiamento abbia avuto mai un precedente: mai nella storia un governo eletto, che esercita la sovranità del popolo per sua delega, deve aver venduto la sovranità ad una burocrazia trans-nazionale e irresponsabile in questo modo surrettizio. E’ chiaramente una situazione che può giustificare «disordini» e «insurrezioni» da parte dei popoli traditi. Ma come abbiamo visto, l’eurocrazia si è premunita con nota a piè di pagina.

La rivolta contro l’oligarchia non eletta è diventata delitto di Stato, gli oppositori alla vendita sono nemici di Stato, i soli contro cui si applica amcora la pena capitale. Lesa maestà del Mostro Freddo. Il Mostro Freddo è ormai sicuro del fatto suo.

La ratifica del Trattato di Lisbona è ancora incompleta, ma già gli oligarchi non-eletti di Bruxelles hanno deciso di come dotare il futuro presidente della UE (già deciso anche quello: deve essere Tony Blair) dei simboli di «status» che gli competono (4). Barroso gli ha dato una «residenza ufficiale tipo Casa Bianca», uno staff personale di 22 persone, e avrà anche un jet presidenziale tipo Air Force One.


di Maurizio Blondet
 


1) Helga Zepp Larouche, «Demand a referendum on EU Lisbon Treaty», EIR 7 marzo 2008. Vede anche: «Death penalty in Europe: only for  enemies of the state», Brussels Journal, 13 aprile 2008.
2) Yrsa Stenius, ombdusman per la stampa in Svezia, sta già cercando di incriminare i blog che a suo giudizio «vanno troppo oltre»: su Internet, s’è lagnata la signora, «ciascuno può scrivere ciò che gli salta in testa, e io temo che questa tendenza possa contagiare i grandi media» (sic).
3) «The Treaty Con - Leaked e-mail reveals government plans to hoodkwind voters», Irish Daily Mail, 14 aprile 2008.
4) Bruno Waterfield, «Palace, jet and staff of 22 for the next European president», Telegraph, 14 aprile 2008.

  scritto da Iron alle ore 12:11:50
 

12.04.2008

Cose in chiaro

 
 
 
Riguardo l'importante rapporto della Camera dei Lord sugli effetti negativi dell'immigrazione di massa in Gran Bretagna (vedere ad esempio un intervento introduttivo su Fatti d'Europa: 5 aprile 2008), vi segnaliamo un articolo (in inglese) dal sito Brussels Journal, utile come riassunto della questione (dal punto di vista britannico), ma anche per sottolineare, ancora una volta, quanto le responsabilità di tutto questo vadano addebitate al Grande Capitale globalizzato. Non basta una ideologia nichilistica come quella multietnicistica per causare tanti danni, serve anche un potere effettivo, capace di condizionare le politiche economiche e sociali di una o tante nazioni. Questo potere è costituito dalla Grande Finanza e dalle Grandi Imprese, seguite da quelle di minor peso.

Le ragioni e le modalità le sappiamo, ma è sempre bene ribadire i concetti, dato che ancora siamo in mezzo al guado: mentre l'ideologia sosteneva l'individualismo totale e l'immigrazione massificata, confondendo e giustificando il processo attuale con quello passato (ripetiamo: l'immigrazione attuale verso l'Europa iperaffollata non è, e non può essere, come quella di 100 o 50 anni fa verso le meno popolate e più economicamente grintose Americhe), il potere capitalistico sfruttava ciò e, nel farlo, imponeva stili di vita pericolosi e modalità lavorative via-via sempre meno tutelate. L'individualismo totale si rifletteva nella spinta al consumismo del capitalismo globalizzato, così come l'accettazione sostanzialmente incondizionata dell'immigrazione si rifletteva nella necessità imprenditoriale di poter decidere vita e morte delle esistenze dei propri lavoratori (autoctoni o meno, ma grazie alle maggiori presenze straniere), cacciandoli o prendendoli e sfruttandoli a proprio (anti-sociale) piacimento. Abbiamo usato un tempo passato, ma, come detto, le cose stanno ancora così, per quanto alcuni temi incomincino ad emergere, anche grazie alla suddetta pubblicazione britannica.


Dall'articolo "Big Business, the Driving Force behind Immigration" (John Laughland, Brussels Journal, 1 aprile 2008):

http://euro-holocaust.splinder.com/post/16674850#more-16674850


  scritto da Iron alle ore 16:11:32
 

06.04.2008

Aiutati

 
 
 
“Cosa fa lo Stato?”, “Cosa fanno le pubbliche istituzioni?”, “Cosa fa la polizia?”…ecco le domande che si ripetono come nenie nelle bocche dei francesi (e degli italiani, e degli europei tutti... ndr) confrontati allo sviluppo esponenziale della barbaria urbana e dell’anomia sociale. Recitano stentamente queste interrogazioni senza fine come se volessero dimenticare di chiedersi cosa fanno, loro, per rimediare alla situazione che denunciano e della quale si lamentano ogni giorno un po’ di piu’.

Evidentemente le istituzioni sono fallite, i responsabili pubblici si dimettono e i dirigenti sociali vanno verso la disfatta, ma non serve a nulla limitarsi a questa constatazione. Infatti, come si puo’ immaginare la proroga di un tale sistema senza la complicità o la passività (in pratica la stessa cosa…) della larga maggioranza dei suoi membri?

La responsabilità é tanto individuale quanto collettiva.

Ogni cittadino ha il dovere di far rispettare quotidianamente i minimi imperativi della vita comune, di rifiutare gli insulti, di difendere le vittime, di mostrarsi solidale di fronte alle aggressioni, di proteggersi e di rivoltarsi…prima di aspettare delle soluzioni globali e magiche provenienti dalle presunte entità superiori disincarnate che aleggiano divinamente al di sopra degli esseri (la legge! la giustizia! il potere!). Il fallimento del nostro mondo é semplicemente il risultato della somma delle nostre dimissioni.

Se non faccio nulla nella sfera pubblica, cioé nel campo dell’interesse collettivo, non ho il diritto di lamentarmi. E’ indegno pretendere “da altri” di essere coraggiosi al proprio posto.

Non cerchiamo eroi, cerchiamo uomini.

da Zentropa

  scritto da Iron alle ore 14:17:58
 

03.04.2008

It's been a hard day's night

 
 
 
Gli immigrati non portano ricchezza a un Paese, anzi ne limitano lo sviluppo economico e compromettono il benessere dei cittadini che li accolgono. Lo afferma un rapporto che sembra scritto da Mario Borghezio e Roberto Calderoli, ma che porta invece le firme di alcuni dei più autorevoli esponenti della Camera dei Lords (tra i quali gli ex cancellieri Lawson e Lamont). Dopo un’indagine durata otto mesi e ascoltato il parere di decine di esperti, professori universitari, uomini d’affari, esponenti politici alla guida di diverse comunità, il comitato presieduto dall’ex ministro dell’energia Lord Wakeham è arrivato alla conclusione che occorre limitare l’accesso degli immigrati perché tutte le statistiche presentate dal governo per sostenere la tesi contraria sono sbagliate.

Secondo il rapporto, l’attuale alto livello di immigrazione (passato da 100 mila persone all’anno nel 1990 a 300 mila nel 2006) non offre alla Gran Bretagna alcun reale beneficio. Anzi: gli immigrati non sono necessari a finanziare il sistema pensionistico degli inglesi che lasciano il lavoro, né a compensare la mancanza di manodopera. Un numero eccessivo di ingressi nel Paese farà salire il prezzo delle case in maniera insostenibile per i cittadini britannici, con un incremento ragguardevole che è già stato stimato: nel 2000, prima dell’invasione di immigrati dai Paesi dell’Est, occorrevano quattro salari medi annui per acquistare una casa media. Ora ne occorrono dieci. Se gli indici della costruzione di nuove case e dell’arrivo di nuovi immigrati resteranno quelli che sono, nel 2030, scrive il rapporto, ci vorranno 10,5 stipendi annui per acquistare una casa, il 13% in più della somma che sarebbe necessaria con zero immigrazione.

Il comitato della Camera dei Lords afferma che non è vero che gli immigrati - come sostiene il governo - hanno portato benefici per sei miliardi di sterline all’economia del Paese. Impegnano invece ingenti risorse dello Stato nei servizi pubblici, nell’istruzione e nella la sanità. Nelle scuole ci sono 800 mila bambini che non parlano l’inglese come lingua madre, e il loro numero è cresciuto del 24% negli ultimi quattro anni. Gli istituti pubblici hanno dovuto assumere interpreti, acquistare materiale didattico adatto a stranieri e creare nuovi uffici in grado di fare fronte all’incremento delle iscrizioni.

E non è finita: gli immigrati rappresentano una forte concorrenza per i teenager che cercano lavoro e in generale per tutti gli operai i cui guadagni sono al fondo della scala retributiva. Brutalmente, il rapporto osserva che gli unici beneficiari dell’immigrazione sono gli immigrati stessi e i loro datori di lavoro. Inoltre, le statistiche presentate dal governo sono “così inadeguate” da fare sorgere il sospetto che i 100 miliardi di sterline di fondi pubblici distribuiti ogni anno non vadano tutti nella direzione giusta.

L’accusa più forte al governo contenuta nel rapporto è di ignorare la vera portata del fenomeno e, più banalmente, di non conoscere il reale numero di polacchi che arrivati in Inghilterra in pullman, si fermano qui invece di tornare a casa. Mervyn King, governatore della Banca d'Inghilterra, ha detto al comitato dei Lord: “Semplicemente nessuno sa qual è il numero degli abitanti del Paese”. Il premier Gordon Brown ha negato che la situazione sia così disastrosa e ha difeso l'apporto che i lavoratori stranieri stanno dando all'economia del Paese. Ma ha anche aggiunto che nuove norme sull'immigrazione faranno in modo che a stabilirsi in Inghilterra siano solo lavoratori esperti e preparati.

Il rapporto ha causato grandi e inevitabili polemiche. (...)
 

da La Stampa online
fonte: Noreporter.org

  scritto da Iron alle ore 16:40:35
 

02.04.2008

Storie dalla nostra agonia


 
 
La polizia britannica è immagine del Governo britannico e, come tale, mostra grosse mancanze e grosse responsabilità. Un paio di anni fa (articolo del 17 gennaio 2006) ci occupammo dell'accusa, alle forze dell'ordine, di essere troppo cauti nel trattamento della criminalità allogena, per paura di incorrere in accuse di razzismo. Al tempo, il problema fu posto da un politico laburista di fede maomettana.

Oggi, la questione emerge nuovamente e sempre per iniziativa di un esponente della comunità maomettana (anche se in realtà vari allarmi si sono succeduti nel tempo, come quelli, inascoltati, del British National Party). Mohammed Shafiq, della Fondazione Ramadhan, accusa la polizia di non agire in maniera seria contro le bande criminali asiatiche, spesso provenienti da contesti islamici (1), per paura di azioni legali giustificate con la scusa del pregiudizio etnico.

Nello specifico, Shafiq accusa la polizia di non intervenire contro quelle bande asiatiche che costringono alla prostituzione giovani ragazze bianche, spesso minorenni.

Nel Regno Unito, ci sarebbero 5.000 bambine costrette alla prostituzione e dietro il traffico si troverebbero bande, spesso composte da stranieri, legate allo spaccio di droga.

(1) Ricordiamo che, con la dicitura "asiatico", in Gran Bretagna si intende per lo più pachistano o bengalese o indiano.

 
* Vedere articolo "Muslim leader accuses police of being 'over cautious' in stopping Asian gangs pimping white girls" (Paul Revoir, The Daily Mail, 25 marzo 2008)
http://euro-holocaust.splinder.com/post/16562501#more-16562501
 
 


Mentre i governanti olandesi censurano la libertà di parola dei propri cittadini e mentre le autorità cittadine di Amsterdam ci donano il ritratto di una prassi politica ideologizzata a scapito dell'identità culturale autoctona (articolo del 16 febbraio 2008), arrivano i risultati di una ricerca sociologica del Meldpunt Discriminatie Amsterdam, riguardante i sentimenti legati all'esclusione e al razzismo nella zona di Amsterdam e dintorni.

Se nella provincia i risultati sembrano non dare particolari sorprese (il sentimento d'esclusione degli immigrati è superiore a quello autoctono: 20% contro l'11% -non ci sembra comunque poco quell'11 percentuale-), ad Amsterdam le cose sono diverse: se il 20% degli stranieri afferma di venir discriminato in funzione della sua origine etnica, ben il 17% degli autoctoni afferma lo stesso. Gli autori della ricerca affermano di aver notato la cosa già da tempo, ma di non avere elementi per spiegare tali numeri (guarda caso...).

Ebbene, questo è il risultato della degradazione ideologica multietnicista, incapace di creare solidarietà sociale, inseguendo deliranti orizzonti mutevoli. Ricordiamo un'altra indagine (intervento del 1 febbraio 2008), i cui risultati hanno affermato che se poco meno della metà dei giovani allogeni si sente soddisfatta della società olandese, tale percentuale scende al 30% per quanto riguarda gli autoctoni.

Tali cifre mostrano inecquivocabilmente quanto la società olandese sia allo sbando, devastata dall'incapacità di gestire in modo equilibrato libertà eccessive e pulsioni auto-genocide. Un individualismo spinto sommato al multietnicismo e all'immigrazione di massa non possono che creare fratture profonde nella società civile. Che autorità e ricercatori non siano in grado di darne conto è solo ulteriore prova della distanza siderale tra costoro e il popolo.


* Vedere articolo "Ras-Amsterdammer gediscrimineerd" (Nienke Oort, De Telegraaf, 27 marzo 2008)
 
 

tutto tratto da http://euro-holocaust.splinder.com

  scritto da Iron alle ore 17:44:57
 

21.03.2008

Non ce l'abbiamo noi, non ce l'avranno loro!

 
 
 
L'ISTAT ha reso noto che nel 2007 c'è stata una diminuzione complessiva della disoccupazione in Italia, con un tasso del 6,1%. Eppure, sempre l'ISTAT, esattamente tre mesi fa [vedere l'articolo del 20 dicembre 2007], affermava esserci un tasso di disoccupazione del 5,6%. Ma non è questo il punto, per quanto il balletto dei numeri sia un po' noioso.

Quello che è interessante e preoccupante è la conferma di alcuni punti, ossia la diminuzione complessiva degli occupati giovani e delle donne, a fronte dell'aumento degli occupati stranieri.


La disoccupazione giovanile sale dal 22,6 al 23,2%.
Aumentano le donne inattive nel Sud Italia, con un +166.000 unità fuori dal mercato lavorativo, per un totale di quasi 4 milioni e mezzo!
L'inattività complessiva in Italia aumenta dell'1,1%.
A fronte di questi dati, che dovrebbero far riflettere (essendo sintomo di un distacco della classe dirigente e imprenditoriale rispetto alla fascia più fresca di popolazione autoctona), l'occupazione straniera aumenta di 154.000 unità.

Se consideriamo il totale della crescita dell'occupazione in Italia, notiamo che su 234.000 occupati in più, ben il 65% sono immigrati. Quasi due nuovi lavori su tre stanno andando agli stranieri (e nel Nord Italia la percentuale è ancora più alta)!

Molte delle considerazioni da fare le abbiamo già espresse nel citato intervento del 20 dicembre. Aggiungiamo che a fronte di questi dati, i sindacati italiani (a differenza di quelli spagnoli, pronti a diminuire le quote di immigrati) chiedono un nuovo decreto-flussi per lasciare spazio ulteriore ai presunti lavoratori allogeni. Presunti perchè è risaputo quanto le richieste spesso siano fasulle (i casi di cronaca sono diversi e spesso vedono protagonisti immigrati regolari, complici di coloro che approfittano di questo sistema per trovare una via verso la regolarizzazione. Leggere anche un intervento dell'11 febbraio dal blog Fatti d'Europa).

In pratica, quello che chiedono i sindacati italiani è mettere a tacere che il lavoro per gli autoctoni diminuisce; che se diminuisce non è solo per un ipotetico snobismo (che poi può riguardare solo un numero limitato di occupazioni), ma perchè ogni anno muoiono migliaia di lavoratori (per lo più autoctoni e sotto i 40 anni) e perchè il panorama è dominato da precariato e bassi salari; che le cifre devono essere passate al setaccio attentamente e sempre tenendo conto che per ogni straniero assunto, ci sono N autoctoni che vengono lasciati a spasso. Perchè è questa l'attualità.

E questa attualità si chiama GENOCIDIO.

  scritto da Iron alle ore 16:15:19
 

08.03.2008

Cent'anni di solitudine... la festa della donna

 
 
 
Nel medioevo c'era la festa dello scudiero, nell'antichità addirittura la festa dello schiavo. Che esista la festa della donna è avvilente proprio per le donne. Le quali, non diversamente dagli uomini, vivono male una società profondamente asessuata nelle sue valenze sottili; una società che è maschilista solo in quanto è matriarcale poiché il gallismo altro non è che una forma di esibizionismo tipicamente filiale. Il maschilismo non è maschilità e men che meno è virilità.
La società dei «tengo famiglia» è una società impostata sul modello arcaico della Grande Madre ed è società tipicamente anti-eroica, raggomitolata in un'aura di continuità fetale. Parliamo della società in cui gli Achille si vestono da donna e scoprono di essere uomini solo se Ulisse fa loro scoprire la spada.

Badate: la grande madre, o più propriamente la matrigna, non è la femmina, è solo un'espressione del femminile, che del resto calza a pennello su milioni di maschi. Questo costringe la femmina, non meno del maschio, in condizioni di disagio esistenziale e la mette in difficoltà per l'affermazione di se stessa. Finché non sia a sua volta madre è considerata dalle comari, e quindi dai galletti, o ancella o prostituta oppure discepola nella strada verso il matriarcato.

Che le donne, non si sa quanto consapevoli, si ribellino a questa cappa culturale è cosa buona e giusta. Lo stesso femminismo ha non pochi elementi positivi nelle sue pulsioni, ma il suo dramma sta nel fatto che subito tradisce le stesse origini del suo nome. Non cerca infatti di liberare la femmina (il che, d'altra parte, è impensabile senza l'operato anche solo immaginifico del vir) ma di riaffermare l'eguaglianza rispetto all'uomo. Poiché quest'ultimo, oggi, uomo lo è raramente, questo desiderio affonda due volte; innanzitutto perché cercare di mascolinizzarsi non è assolutamente liberatorio per la femmina e poi perché i modelli maschili perseguiti sono finti, inautentici.
Questo non deve in nessun caso tramutarsi in una resa, nell'accettazione della cultura matriarcale come qualcosa di tradizionale a cui uniformarsi, perché è esattamente dell'opposto che si tratta.

Di certo la strada per tornare all'autentico, ovvero a culture impostate sul normale, laddove, come in Etruria, a Roma, nel mondo celtico, in Germania, la donna era libera davvero ed era al contempo femmina, è davvero difficile.

Ma che le donne si consolino: nel labirinto del non senso esistenziale sono in buona compagnia, esso oggi imprigiona più o meno tutti.

di Gabriele Adinolfi

  scritto da Iron alle ore 20:53:03
 

28.02.2008

Bangladesh connection

 
 
 
Come abbiamo ricordato il 21 febbraio scorso, abbiamo timore che si sia venuta a creare una sorta di Bangladesh Connection che legherebbe richiedenti asilo provenienti dal Paese asiatico con una certa parte politica (si veda anche un intervento del 22 febbraio sul blog Fatti d'Europa, non riguardante una sola comunità immigrata). Interessante notare quanto la richiesta pura e semplice dell'asilo sia stata sostituita da pretese un po' più consistenti.

Nei giorni scorsi, infatti, gruppi di bengalesi organizzati hanno inscenato manifestazioni (e altre ne arriveranno in varie città) dove, oltre alla richiesta citata (da concedere a tutti!), invocavano "solidarietà e permessi di soggiorno per tutti" coloro che provengono da aree colpite da calamità naturali e l'abolizione della Bossi-Fini. Ora, che dei richiedenti asilo, che dovrebbero essere condizionati da uno stato d'emergenza, tendano ad esondare dalla propria condizione, finendo per preoccuparsi di vari ed eventuali altri, è già un po' strano. Ma che arrivino a chiedere l'eliminazione di una legge (buona o cattiva che sia) dello Stato a cui si stanno appellando, ci sembra decisamente troppo. Anche qui, il sospetto è che vengano "imbeccati" da qualcuno. Per inciso, non siamo solo noi a temerlo, ma è anche il Ministero dell'Interno a ritenerlo possibile (vedere il secondo articolo più sotto).

A tirare un po' il freno, per una volta, arriva lo stesso Viminale, il quale ricorda che per la concessione dell'asilo umanitario necessitano condizioni particolari, difficilmente riscontrabili in tutti i richiedenti per il solo fatto di essere originari del Bangladesh. Assolutamente corretto! Altrettanto ci pare utile ricordarlo a tutti coloro che sbandierano la figura generica del richiedente asilo come di una scusante per l'immigrazione di massa.


Dall'articolo "Roma, protesta dei bangladesi a piazza Vittorio" (Hamed Hussein, Metropoli, 22 febbraio 2008):

Negli ultimi giorni migliaia di cittadini del Bangladesh hanno fatto lunghe file negli uffici immigrazione delle questure per presentare la richiesta di asilo; soltanto a Roma, martedì scorso, l'ufficio di Tor Cervara ha accolto 1.300 domande in una sola giornata. Ora l'associazione dei bangladesi in Italia ha deciso di organizzare una mobilitazione a Roma per chiedere un permesso di soggiorno per motivi umanitari per gli immigrati dal Bangladesh. Domenica 24 febbraio alle 16 si incontreranno a piazza Vittorio per un’assemblea pubblica.

“È ora di organizzarci per difendere i nostri diritti tutti insieme”, dice il comitato dell’Associazione Bangladesh in Italia, che sta organizzando la protesta. Lo scopo dell’incontro è quello di spingere il ministero dell’interno a intervenire per riconoscere la protezione umanitaria a coloro che provengono, proprio come i bangladesi, da paesi colpiti da calamità naturali. Insieme a loro parteciperà alla mobilitazione la lega degli immigrati albanesi, l’associazione srilankesi in Italia, Umangat immigrati filippini, l’associazione dell'India e quella del Pakistan. Nel corso dell’incontro verrà anche chiesta “solidarietà e permessi di soggiorno per tutti senza condizioni” e “l’abolizione integrale della legge Bossi-Fini”. [...]
 
 
 
 

  scritto da Iron alle ore 15:45:14
 

17.02.2008

Copehnagen in fiamme

 
 
Le periferie di Copenaghen (ma anche di diverse altre città danesi) come le banlieues di Parigi. Per la sesta notte consecutiva gruppi di giovani teppisti hanno incendiato auto e cassonetti dell’immondizia. I casi di grave vandalismo si contano ormai a centinaia: il più grave è stato l’incendio di una scuola a Bergsværd, alla periferia della capitale, che è stata completamente distrutta. Una quindicina di giovani sono stati arrestati.
Come in Francia l’anno scorso, i disordini sono cominciati alcuni giorni fa da un quartiere abitato in prevalenza da immigrati, quello di Noerrebro. La scintilla sembra essere la rabbia dei giovani extracomunitari per le nuove misure adottate dalla polizia nel quartiere per contrastare il dilagare della violenza e dell’illegalità. Gli agenti hanno il compito di fermare e identificare tutte le persone che giudicano sospette, ma gli immigrati sostengono che la severità della polizia riguarda solo loro. Un’associazione denominata «Antirazzisti non organizzati» ha tenuto una manifestazione di protesta lamentando «persecuzioni». Resta il fatto che ogni notte i vandali si scatenano, inizialmente piccoli gruppi, poi bande sempre più numerose.
Un’altra spiegazione per l’escalation di violenze in Danimarca ci sarebbe il riaccendersi della questione delle vignette su Maometto considerate blasfeme da molti musulmani, dopo che tre persone (due tunisini e un cittadino danese di origine marocchina) sospettate di voler uccidere uno dei disegnatori sono state arrestate. Nei giorni scorsi, dopo la scoperta del complotto, la stampa danese aveva risposto compatta ripubblicando in segno di solidarietà le vignette originariamente uscite nel settembre 2005 sul quotidiano Jyllands Posten. (...)
 
 

da Il Giornale



Il fuoco delle banlieue francesi si sta lentamente ma inesorabilmente estendendo all'intera Europa. Gli scenari immaginati con profetica lucidità da Franco Freda già oltre un decennio fa diventano realtà nelle periferie delle metropoli europee sconvolte dalla violenza di quelli che si volevano i "nuovi cittadini", e che si sono dimostrati invece inassimilabili.

  scritto da Iron alle ore 15:54:40
 

13.02.2008

Senza di loro nessun futuro

 
 
 
 
Mentre i politicanti "occidentali", siano quelli di Washington, siano quelli di Bruxelles e delle varie capitali europee, sprecano soldi, tempo, risorse ed energie per scelte politiche che, nella migliore delle ipotesi, finiscono per limitare moderatamente l'afflusso di stranieri (ossia di "figli altrui") e, nella peggiore, aiutano proprio tale afflusso, magari massificato, il Governo di Mosca opera per il benessere del popolo russo, attivando iniziative sociali ed economiche atte al rilancio demografico autoctono. Potete scorrere le notizie inserite nei mesi scorsi per aver un quadro delle iniziative russe passate, ma ora concentriamoci sul nuovo piano quasi-ventennale per la rinascita demografica russa.

L'11 ottobre 2007, il presidente russo Vladimir Putin ha approvato il piano demografico da attuare in tre fasi (cronologicamente successive):

- Riduzione della mortalità più iniziative favorevoli alle famiglie giovani (dal 2007 al 2010)
- Sviluppo e difesa di modelli favorevoli alle famiglie tradizionali con figli (dal 2011 al 2015)
- Incremento della popolazione e sviluppo delle condizioni per l'innalzamento della vita media (dal 2016 al 2025)

Nell'articolo che vi proponiamo, l'esperto di questioni demografiche, Anatoly Vishnevsky, direttore dell'Istituto di demografia, segnala che tra le cose da fare ci sono la costruzione di più asili-nido, in modo che le madri russe possano lavorare, sacrificando meno (rispetto agli anni passati) il loro bisogno di maternità. E' infatti l'assunzione di modelli di vita "occidentali" una delle ragioni della minore natalità (in parte bilanciata dai bonus-bebè offerti dal Governo e arrivanti a circa 9.500 dollari).

Secondo Igor Beloborodov, direttore dell'Istituto di studi demografici, la rinascita demografica non passa per l'immigrazione di allogeni (cinesi, ad esempio), che rappresenterebbero la distruzione della nazione russa, quanto, ad esempio, anche se limitatamente, dall'implementazione del ritorno degli immigrati russi nei confini nazionali. Altro punto, quello relativo al rafforzamento dei valori tradizionali. Belobodorov sottolinea l'importanza di reindirizzare i mezzi di comunicazione moderni verso uno stile di vita orientato al matrimonio e alla famiglia numerosa. Altro punto, il trovare soluzioni per limitare l'aborto, rendendolo meno praticabile, anche se non vietandolo del tutto. In ultimo, praticare una politica favorevole all'aumento degli stipendi dei genitori con molti figli.

Qui di seguito, il collegamento al relativo testo dal sito istituzionale del presidente Putin:
 
 
Articolo "Russia still loses about 700,000 people every year" (Pravda, 18 ottobre 2007): link
 
 

 
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Tra i tanti fatti e fatterelli che possono dare un quadro delle tendenze moderne, possiamo citarne un paio di diversa provenienza e differente natura, ossia l'avanzante totalitarismo linguistico (e non solo) nel Regno Unito, buon ultimo il divieto di parlare di "madre" e "padre", per non "offendere" la potente lobby omosessuale, contrapposto al significativo aumento dei matrimoni (tra uomo e donna, nel caso ci fossero dubbi) a Mosca e in altre città russe.

Per quanto riguarda la positiva notizia dalla Russia (...). Per quanto riguarda, invece, il neo-totalitarismo britannico, sottolineiamo qualcosa: il divieto di dire "padre" e "madre" nelle scuole del Regno Unito è il risultato delle pressioni lobbistiche degli omosessuali, i quali affermano che le due parole in oggetto sarebbero discriminanti nei loro confronti e nei confronti dei bambini con "genitori" (le virgolette qui sono doppiamente volute) dello stesso sesso. Se la Gran Bretagna non fosse una nazione in piena crisi d'identità, sarebbe per loro evidente che proibire quelle parole è comunque un torto nei confronti dei bambini provenienti da nuclei famigliari tradizionali. Tanto più che si tocca il grottesco, dato che si consiglia di usare un termine reputato come generico, ossia "parent" (in italiano "genitore"). Perchè grottesco? Perchè l'inglese "parent" proviene dal latino ed è legato al "parto" e al "partorire" (un po' come l'italiano "parente") (1). E' evidente che il reputarlo generico è solo un modo per nascondere l'impossibilità di far accettare, al linguaggio corrente, qualcosa che è solo il prodotto di una ideologia moderna. Si inventeranno qualcos'altro? Chi vivrà, vedrà. Per il momento, oltre a vietare queste due belle parole, vogliono vietare anche espressioni come "comportati da uomo" o "branco di donnicciole". E sì, siamo proprio nel grottesco...
 
(1) Venendo alla lingua italiana, sarebbe ugualmente incoerente, dato che il termine "genitore" palesa il legame procreativo e genetico rispetto al figlio. Il fatto che termini simili vengano accettati è solo perchè non declinati al maschile e al femminile. Ma ciò vi stupisce? Parlano di diversità e poi la distruggono per imporre un termine neutro!
 
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Ulteriore aggiornamento rispetto a precedenti articoli dedicati alla realtà russa (sulla politica demografica e sull'istituto del matrimonio). Andiamo per punti:


Il cambio di mentalità in Russia sembrerebbe essere ormai netto: dopo una crisi demografica di vaste proporzioni, oggi, in città come Mosca e San Pietroburgo in particolare, ma la cosa si starebbe diffondendo per tutto il Paese, l'avere due bambini o più per coppia è divenuto uno status symbol, segno di successo nella vita o di semplice fiducia nel futuro. In una città come Mosca, ad esempio, ormai i due figli sarebbero divenuti la norma.

La tendenza degli anni passati, ossia il crollo demografico, sarebbe stata invertita, tanto che il tasso di crescita è il maggiore degli ultimi 25 anni!Rispetto al solo 2006, c'è stato un incremento delle nascite di oltre 120.000 unità.
 
Questo sarebbe frutto, oltre che di una maggiore stabilità economica nazionale, anche degli aiuti per la maternità già messi in atto dalle autorità. Un esempio viene dalla Repubblica del Tartarstan, che, per quanto abitata per due terzi da non-europei, fornisce un confronto interessante: ebbene, le coppie nella repubblica centro-asiatica hanno diritto a ricevere aiuti statali per i due terzi delle spese per trattamenti contro l'infertilità.
 
Inutile dire che un confronto con una parte consistente della nazioni europee occidentali sarebbe impietoso.
 
 
 

  scritto da Iron alle ore 23:37:38
 

28.01.2008

Seppuku etnico in allegria

 
 
 
Jacques Attali (nella foto sotto), noto economista e funzionario di Stato, un tempo consigliere di François Mitterand, ora presiede una commissione il cui scopo è studiare le modalità per portare ad una forte crescita economica della Francia. Si tratta di una di quelle commissioni i cui lavori tradiscono una impostazione élitaria e globalista delle questioni, avulsa dalla realtà concreta delle persone. Non tutti i punti interessano il nostro blog, ma uno spicca decisamente con forza. Secondo il rapporto, pubblicato oggi integralmente, diverrà necessario, nel prossimo decennio, far entrare in Francia circa 750.000 nuovi immigrati ogni anno. La ragione, facilmente intuibile, deriva dall'invecchiamento della generazione dei '60, che diverrà, entro pochi anni, da età pensionabile. Il rapporto (a cui hanno partecipato scrittori, psicologi, industriali, ecc.) propone perciò un'apertura che possiamo definire indiscriminata delle frontiere, spacciandola per fattore di crescita economica, quando, in realtà, tradisce solo la paura per una realtà di difficile gestione.

Ovviamente non è detto alcunchè su quali saranno le spese per accogliere una tale massa di persone. Non viene detto che effetti avrà sulla popolazione residente. Nulla viene detto sulle identità autoctone in gioco. Nulla viene detto sugli effetti sul mercato del lavoro (i salari saranno spinti ancora più giù?). Ecc. In pratica, appunto secondo la più pura prassi ideologica globalista, nulla si basa sulla realtà, ma sul suo mutamento violento, costi quel che costi.

E non dovremmo chiamare tutto ciò GENOCIDIO? Non dovremmo incominciare a parlare di NEMICI DEL POPOLO?
 

 
 
L'articolo "Les deux bombes du rapport Attali" (Marie-Christine Tabet, Le Figaro, 10 gennaio 2008):
http://euro-holocaust.splinder.com/post/15632413/Da+un+delirante+dossier 
 
 

 



Ieri (24 gennaio, ndb) è uscito ufficialmente il rapporto della Commissione per la Liberazione della Crescita Francese o più brevemente Rapporto Attali, dal nome del presidente della commissione. Se le notizie diffuse un paio di settimane fa parlavano, per quanto concerne l'immigrazione, di una proposta nell'ordine di 750.000 nuovi ingressi annuali, il rapporto ufficiale all'apparenza non sembra proporre cifre. Più avanti troverete anche un collegamento da cui scaricare il documento. Qui accenniamo subito ai numeri sull'immigrazione:

[Punto 222; pagina 174] In esso si afferma, in soldoni e in modo perentorio, che ogni 50.000 nuovi immigrati presenti, la crescita economica è di circa lo 0,1%! Come detto, non vengono fornite cifre, ma si accenna al fatto che per mantenere intatto il rapporto tra popolazione attiva e inattiva servirebbero, ogni anno, circa 920.000 nuovi immigrati ogni anno! Ripetiamo: il rapporto non dice esplicitamente che sono desiderabili 920.000 immigrati (peraltro non si fa riferimento al prossimo decennio, ma sembra di capire si parli anche degli ultimi scampoli dell'attuale decade), eppure il sottofondo suona inquietante. Ad esempio, [pagina 173] si dice "...in Francia, in ragione della situazione demografica del Paese e della politica restrittiva dell'immigrazione, le imprese francesi hanno difficoltà a trovare la manodopera necessaria in diversi settori chiave dell'economia...". Il gioco è chiaro: si accenna a problemi o temi particolari, senza metterli in collegamento con altri, necessari alla comprensione del quadro generale. Dire che natalità e poca apertura delle frontiere sono causa di difficoltà nel trovare impiegati significa dimenticare che nelle banlieues la disoccupazione è alta e in alcuni casi supera il 20% della popolazione residente (su un tasso nazionale che si aggira sull'8% e non discutendo qua le ragioni di tale disoccupazione). Analogamente, dire che esista un rapporto diretto, come quello proposto, tra N immigrati e N crescita economica, senza citare le ripercussioni su ambiti quali quello degli alloggi, della sanità pubblica, della scolarizzazione, dell'ordine pubblico, ecc., significa utilizzare una visione unicamente economicistica della realtà.
 
Sulla stampa e sui forum francesi, il grosso delle critiche si dividono tra la preoccupazione per l'impianto iperliberista del rapporto e la mancanza di riferimenti seri ai finanziamenti necessari per i numerosi cambiamenti proposti. Tale questione viene liquidata in un paio di paginette [pagine 232, 233, 234], sintetizzabili in modifiche normative e interventi del settore privato (!!!), nonostante poco più avanti [pagina 236] si intimi che le varie decisioni dovranno venir prese e attivate tra l'aprile 2008 e il giugno 2009!
 
Decisioni non da poco, sia perchè riguardano ogni ambito della vita sociale francese, sia perchè riguardano progetti impegnativi. Infatti, [punto 91; pagine 88, 89, 90] il rapporto consiglia la costruzione di nuovi quartieri o, addirittura, città (nell'ordine di 10, da circa 50.000 abitanti l'una!). Il fatto che vengano chiamate Ecopolis e si affermi la necessità di progettazioni eco-compatibili non cambia il tratto di fondo (nella migliore tradizione globalista e iperliberista) di un mutamento e adulteramento continuo del panorama naturale e urbanistico tradizionale. D'altronde, più che all'ambiente (mai inteso "tradizionalmente", ma solo e piattamente "ecologicamente": non a caso si chiede che... i palazzi siano più alti...[punto 165; pagina 133]), nel punto si fa riferimento alla mobilità sociale e alla solita crescita economica. Sottotesto non citato, ma facilmente intuibile: se si chiede più immigrazione, inevitabilmente si dovrà costruire, costruire, costruire... Con quali soldi, poi, chi vivrà vedrà (siamo sempre punto e a capo).
 
Il tono complessivo del rapporto, per i punti che possono interessare in modo più immediato questo blog, fanno della mobilità sociale, della politica delle quote per le minoranze etniche sui posti di lavoro e nelle istituzioni pubbliche, della mobilità internazionale per i giovani francesi e stranieri (tra le idee, il rafforzamento di progetti come l'Erasmus anche ai paesi dell'area mediterranea non-europea [punti 218, 219; pagine 171, 172]). La trasformazione, insomma, della Francia in una neo-America che, come tale, possa diventare porto di mare per chiunque, luogo di transito e d'accoglienza per  un numero imprecisato di persone. Esplicitamente nel rapporto si citano nazioni come gli USA o la Gran Bretagna, esaltandone l'economia e sottolineando il ruolo che avrebbero avuto i sempre più numerosi stranieri negli ultimi anni. Ovviamente, pochi o del tutto assenti i riferimenti all'integrazione o meno degli stessi, ai costi sociali (spacciati come minimi), all'ordine pubblico. Che USA e Gran Bretagna siano società violente non sembra interessare. Rimane, appunto, solo il miraggio economico. Caduto quello, si rinsavirà?
 
Sul Rapporto Attali torneremo in altra occasione. Per il momento, buona lettura:
 
 
 
 
 
 

  scritto da Iron alle ore 12:18:25
 

19.01.2008

Pianificare la società multietnica vuol dire pianificare la catastrofe

 
 
 
Da anni e anni ci sentiamo ripetere che realizzare la "società multietnica" è il grande obiettivo del terzo millennio, il luminoso futuro che ci attende al di là del post-moderno.
Da anni ci sentiamo ripetere, come un ritornello, quanto sia bella, desiderabile e felice una società multietnica; dove razze, culture e religioni diverse coesistano armoniosamente e dove le barriere dell'incomprensione, del pregiudizio e dell'intolleranza - residuo di un passato vergognoso e da dimenticare - siano abbattute per sempre.
Le autorità politiche ci ripetono che tale è il nostro "destino manifesto"; quelle economiche, che noi abbiamo assoluto bisogno di lavoratori immigrati per tenere alto il nostro tenore di vita e per riempire i vuoti demografici dovuti alla bassa natalità; quelle religiose ci ricordano il dovere cristiano dell'accoglienza; quelle culturali ci assicurano che ciò costituirà un impagabile arricchimento per il pensiero, l'arte e la scienza. Tutti insieme appassionatamente ci rintronano gli orecchi con lo stesso motivo, una mescolanza di utilitarismo esplicito e di umanitarismo e democraticismo zuccherosi.

Ma è proprio così?
Noi abbiamo molti dubbi in proposito, anche se politicamente assai scorretti.
Ci rendiamo perfettamente conto della delicatezza dell'argomento e della facilità con cui, su un tale terreno, possono crearsi equivoci e si può dare esca a bieche strumentalizzazioni; perciò ci sforzeremo di essere chiari, quanto lo si potrebbe essere ragionando con un bambino delle scuole elementari.
La necessaria premessa è che la nostra perplessità non nasce in alcun modo da un pregiudizio razzista nei confronti di altri popoli, altre culture e religioni; al contrario, in anni non sospetti (diciamo una trentina d'anni fa), parlavamo di interculturalità  quando non esisteva quasi nemmeno la parola, e con saggi e articoli ci sforzavamo di ribadire il concetto che l'egoismo economico e politico del Nord della Terra stava generando situazioni insostenibili nel Sud, e che l'unica soluzione a tale problema era una più larga e generosa comprensione della necessità di elaborare una risposta globale, materiale e morale, alla miseria crescente del Sud e al malessere spirituale crescente del Nord; ad esempio col libro Metafisica del Terzo Mondo, edito nel 1985.
Ciò chiarito, vediamo brevemente perché l'obiettivo della costruzione di una società multietnica ci sembra una utopia pericolosissima, foriera di conseguenze che non noi, ma le generazioni future ben difficilmente riusciranno a gestire razionalmente e pacificamente.
 
 

Il primo motivo di perplessità ci viene dalla storia.
 

Se vogliamo guardare alla natura umana quale essa è e non quale vorremmo che fosse o quale sarebbe auspicabile che fosse, ci accorgeremo che le società multietniche hanno prosperato in pace e in buona armonia solo per brevi periodi e in situazioni favorevoli assolutamente irripetibili, dovute a un concorso di circostanze fortunate. Tale fu il caso dell'India di Akbar (1542-1605), noto in Europa come il "Gran Mogol", illuminato sultano mongolo-indiano che perseguì con saggezza e lungimiranza un progetto di coesistenza etnica e religiosa. Tuttavia, lo ripetiamo, si tratta di rare eccezioni alla regola.

La regola è completamente diversa e ci mostra una serie ininterrotta di conflitti, di odi, di rivincite lungamente attese e di rancori a fatica dissimulati. Possibile che il caso della ex Jugoslavia, senza andare tanto lontano nello spazio e nel tempo, non abbia insegnato niente a nessuno? Eppure, per chi li voleva vedere, i fatti sono lì, sotto i nostri occhi: e dicono chiaramente che nemmeno dopo secoli di convivenza (secoli, non anni!) l'etnia serba, quella croata, quella bosniaco-musulmana, quella albanese, ecc. sono riuscite a convivere in pace; anzi, che si sono sempre odiate e combattute e che ogni tentativo di comporre i loro contrasti è risultato assolutamente vano.
Del resto, lo stiamo vedendo anche in questi giorni. Gli Albanesi del Kossovo, spalleggiati fin dall'inizio dal colosso americano, vogliono l'indipendenza: e, dopo aver subito lunghi periodi di "pulizia etnica" da parte dei Serbi, l'hanno fatta subire, con gli interessi, ai loro ex oppressori; tanto che in tutta la regione la presenza serba è scesa sì e no al 10% della popolazione totale. Conclusione (per chi la vuole vedere e non ha la coda di paglia): neppure gli sforzi delle grandi potenze e dell'intera diplomazia europea, neppure gli strumenti democratici del referendum e dell'autodeterminazione sono stati sufficienti a salvare la convivenza fra due stirpi che coesistevano da tempo immemorabile nello stesso territorio.
Oppure si pensi all'Irlanda del Nord, ove più di quattro secoli di coesistenza non sono riusciti ad attenuare minimamente l'astio e il disprezzo reciproco fra l'elemento anglo-protestante e quello irlandese-cattolico.

Eppure la società multietnica di cui ci parlano gli odierni cantori delle magnifiche sorti e progressive non nascerà da secoli di convivenza, ma verrà improvvisata dall'oggi al domani; e non coinvolgerà due sole etnie, ma decine e decine di etnie provenienti da ogni parte del mondo, con una varietà di lingue, usanze, religioni quali mai vi era vista prima nella storia. Anche l'India di Akbar, in fin dei conti, non doveva far coesistere che due elementi: l'indù e il musulmano. E sappiamo che fine ha fatto il sogno di quella convivenza: neppure il carisma di Gandhi ha potuto impedire la spaccatura dell'India in due Stati ferocemente avversi l'uno all'altro.
E questo esperimento pericolosissimo, dal quale non ci sarà più modo di tornare indietro, dove lo si  vuole realizzare? In tutta Italia; in tutta Europa. Non in una piccola regione, ma nell'intero continente. Per fare un esempio: quei milioni di Rom che non sono mai riusciti a integrarsi veramente con il popolo romeno, ora dovrebbero farlo negli Stati dell'Europa Occidentale, da un giorno all'altro. È verosimile?
 
 
 
La seconda ragione di perplessità è di ordine politico.
 
 
Nella presente congiuntura politica, con la guerra di civiltà scatenata dall'irresponsabile governo degli Stati Uniti d'America, e nella quale versano benzina sul fuoco gli interessi palesi e concreti del governo israeliano, l'Europa dovrebbe accogliere alcune decine di milioni di immigrati, molti dei quali provenienti da Paesi islamici, i quali non vengono solo in cerca di lavoro, ma con il progetto a lungo termine di islamizzarla. Sia detto per inciso, lo spettacolo politico cui assistiamo da parecchi anni è a dir poco sconcertante: quello di un'Europa, prossimo campo di battaglia tra due opposti integralismi, che continua ad essere subalterna e ossequiente verso i due massimi responsabili di tale situazione: i governi di Washington e di Gerusalemme. Eppure è evidente che i loro interessi non sono i nostri, che i loro obiettivi strategici non hanno nulla a che fare con i nostri; non occorre essere dei geni della geopolitica per capirlo.

Si dirà che se non gli immigrati, i figli degli immigrati provenienti da quei Paesi svilupperanno un legame affettivo con la loro nuova patria d'adozione; e che questo renderà possibile non solo la pacifica convivenza, ma addirittura l'integrazione (ciò che non era riuscito al saggio e illuminato Akbar in condizioni tanto più propizie). Non è vero. I cittadini britannici di origine araba che avevano progettato gli attentati all'aeroporto di Londra non erano figli di immigrati, ma figli dei figli dei primi immigrati: immigrati della terza generazione. Non solo non avevano sviluppato alcun legame affettivo con la loro patria d'adozione, ma nutrivano per essa tutto l'odio che è possibile albergare nel cuore umano.
Oppure ricordiamo l'insurrezione delle banlieues francesi; o ancora, se si preferisce, le feroci lotte interetniche scoppiate a Los Angeles nei rimi anni Novanta del secolo scorso, quando asiatici, africani ed ispanici si affrontarono a colpi di pistola e di coltello, saccheggiando i negozi, incendiando le abitazioni e così via. Eppure parliamo di etnie che vivevano sullo stesso territorio da molto tempo.
Inoltre la Gran Bretagna e la Francia, per via del loro passato coloniale, e gli Stati Uniti, per via della peculiarità del loro popolamento, avevano avuto molto tempo per sviluppare una cultura dell'accoglienza e dell'integrazione. Ma non vi sono riusciti. Vi riusciranno Paesi come l'Italia, che non hanno una storia del genere dietro le spalle, non hanno sviluppato una cultura del genere; e, anzi, fino a due generazioni fa, erano Paesi di emigranti?

La mentalità mercantilista cui l'Occidente si è assuefatto negli ultimi secoli produce una curiosa deformazione percettiva. Ignorando i fatti e mettendo a tacere anche il semplice buon senso, si continua a pensare che, col denaro e i mezzi materiali, si possa fare tutto: anche creare dei legami di appartenenza, dei vincoli di tipo affettivo. Ma non è così. L'amore per il paese in cui si vive non nasce soltanto dal fatto materiale di trovare, bene o male, casa e lavoro; nasce, eventualmente, dal proprio retroterra culturale e dalla disposizione d'animo con cui si è affrontato il duro passo dell'emigrazione. I nostri nonni, che emigravano verso le miniere del Belgio con le loro valigie di cartone legate con lo spago, lo sapevano molto bene. Perfino in un paese relativamente vicino al proprio, ove si parla una lingua della stessa famiglia e si pratica la stessa religione, l'integrazione è stata realizzata solo da pochissimi e solo dopo sforzi disumani. La maggior parte dei nostri nonni, appena potevano, rifacevano la valigia e se ne tornavano a casa. Quanti di loro sono rimasti e hanno finito per amare il paese adottivo? Amare è una parola grossa; andiamoci piano.
 

 
 
La terza ragione di perplessità è di ordine economico.
 
 
Si dice e si ripete che le società a capitalismo avanzato hanno assoluto bisogno di manodopera, non solo e non tanto nelle fabbriche, quanto nei settori ormai abbandonati o semi-abbandonati: di braccianti agricoli, di manovali nei lavori pubblici o di operai non specializzati nell'industria, di infermieri nelle strutture sanitarie, di badanti per gli anziani soli e non autosufficienti. Ma è proprio così? Di fatto, l'aumento dell'immigrazione ha dato il colpo di grazie al piccolo commercio: milioni di botteghe familiari hanno dovuto chiudere, strangolate dalle tasse, mentre le piccole e medie imprese hanno potuto disporre di manodopera a basso costo che, in ultima analisi, ha favorito una ulteriore concentrazione dell'industria e del commercio. E mentre i piccoli negozi chiudono, sempre più numerosi aprono quelli degli immigrati; per non parlare del commercio clandestino di prodotti a costo bassissimo, importati illegalmente o fabbricati in strutture illegali, che creano una concorrenza insostenibile per i nostri commercianti.

E si ricordi cosa è successo a Milano quando le autorità comunali hanno tentato di porre un po' di ordine, non diciamo nel commercio cinese, ma nel semplice utilizzo degli spazi pubblici per il trasporto delle merci: una mezza insurrezione, con tanto di bandiere cinesi sulle barricate e di intervento dell'ambasciatore di Pechino. Altro che immigrati disciplinati e rispettosi della legge, che badano solo al proprio lavoro. Ora, si provi a immaginare cosa sarebbe accaduto se i nostri nonni emigrati in Svizzera, non più tardi di mezzo secolo fa, avessero avuto una reazione del genere, e sia pure di fronte a una supposta ingiustizia o prepotenza delle autorità pubbliche. Il fatto è che non ci pensavano proprio: non erano andati all'estero per far sventolare il tricolore alla prima difficoltà, ma per guadagnare qualcosa da mandare a casa.
 
 
 
La quarta ragione di perplessità è di ordine demografico.
 
 
Si dice che, senza l'apporto di immigrati stranieri, e più precisamente di famiglie straniere o,  comunque, di coppie che metteranno al mondo dei figli, il nostro declino demografico, e quindi economico, sarebbe irreversibile. A noi pare che il ragionamento si possa tranquillamente rovesciare e che si possa pronosticare che, con gli attuali, rispettivi indici di natalità degli Europei e degli immigrati, nel giro di poche generazioni i popoli del vecchio continente cominceranno letteralmente a scomparire; e con essi spariranno, poco alla volta, dialetti, lingue, culture, religione: tutto.

Già abbiamo visto, in un conteso pre-industriale, quanto rapidamente le culture locali siano state  sopraffatte e cancellate dalle culture nazionali. Che fine hanno fatto, per citare un solo esempio, la lingua e la gloriosa letteratura provenzale, quando il francese ha cominciato ad affermarsi? Ora quest'ultima vive quasi solo nei capolavori del grande poeta Frédéric Mistral (1830-1914). E ovunque, nella modernità, si è assistito allo stesso fenomeno: giornali, radio, cinema e televisione hanno dato una mano alle culture nazionali per raggiungere la cosiddetta "unificazione", cioè per spazzar via le culture vernacolari; e oggi, complice l'informatica, anche le culture nazionali cominciano a scomparire, finché non resterà che la cultura dell'Impero: la lingua inglese, il pensare americano, il vestire, studiare e usare il tempo libero, secondo il modello americano.
Quanto al temuto declino economico, è chiaro che si presenta la necessità della manodopera straniera solo se si parte dal presupposto che l'economia debba continuare a basarsi sul concetto della crescita. Ma, ormai, anche gli economisti liberali più tradizionali cominciano ad ammonire che il concetto di crescita illimitata è insostenibile, se non altro per il prossimo, inevitabile esaurimento delle fonti energetiche non rinnovabili e per gli effetti catastrofici dell'inquinamento; e che è tempo - se non è già troppo tardi - di ripensare radicalmente la nostra idea dell'economia e le idee stesse dello sviluppo e del progresso. Si tratta di idee recenti, nate - in pratica - con l'Illuminismo e con la Rivoluzione industriale. L'Europa ha costruito le cattedrali e prodotto gli Elementi di Euclide, la Divina Commedia di Dante e il teatro di Shakespeare facendo benissimo a meno di tali idee.

Non è vero che chi si ferma è perduto, che l'economia deve sempre crescere, pena la recessione: questo è il ricatto degli economisti in mala fede, i cui nomi sono scritti sul libro paga di un capitalismo irresponsabile e ormai agonizzante. È incredibile che così poche voci, nel mondo della cultura, si siano levate per denunciare questa menzogna spudorata, nonostante l'evidenza dei fatti e la gravità dei pericoli cui andiamo incontro.
 

 
 
La quinta ragione di perplessità è di natura organizzativa.
 
 
Se anche lo si fosse voluto, non crediamo sarebbe stato possibile gestire il fenomeno dell'immigrazione in maniera peggiore di come si è fatto. L'atteggiamento della classe politica è stato un miscuglio di faciloneria imbecille, di assoluta inefficienza, di miopia che ha dell'inverosimile.

Ricorderemo sempre una frase emblematica pronunciata da Massimo D'Alema, che rivestiva la responsabilità di capo del governo italiano all'epoca dei giganteschi sbarchi di clandestini albanesi sulle coste pugliesi, verso la metà degli anni Novanta del Novecento. Di fronte all'ennesimo approdo di una "carretta del mare" con cinquecento albanesi a bordo, molti dei quali si resero subito irreperibili a terra, con la sua abituale aria di superiorità egli disse - citiamo a memoria ma con sostanziale esattezza - ai microfoni del telegiornale: "Mi rifiuto di credere che per un grande Paese come l'Italia possa costituire un problema l'accoglienza di cinquecento poveretti che vengono in cerca di lavoro". Solo che i cinquecento sono diventati una massa incontrollabile, e non solo di albanesi; al punto che non sappiamo esattamente neppure quanti sono adesso.

Dalle frontiere sforacchiate, terrestri e marittime, del nostro Paese si riversano ogni anno decine di migliaia di immigrati clandestini, molti dei quali andranno ad alimentare le attività illegali, se non la malavita vera e propria. Ogni anno, ogni estate i bagnanti di qualche spiaggia del Mezzogiorno assistono allo spettacolo sconvolgente dell'approdo di questi disperati: ci siamo abituati all'incredibile, percepiamo come normale ciò che dovrebbe essere l'eccezione clamorosa. E intanto la mafia, in Sicilia, ha individuato in questo mercato di carne umana una delle sue attività più redditizie, alla faccia degli sforzi disperati di singoli magistrati e di singoli operatori delle forze dell'ordine per combattere questo nostro vecchio (e mai curato) cancro nazionale, cercando di mettere sotto controllo le sue fonti di finanziamento. La stessa cosa avviene in Calabria con la 'ndrangheta, in Campania con la camorra e in Puglia con la Sacra Corona Unita. I barbari dell'interno fanno commercio di questi immigrati, d'accordo con i criminali dell'altra sponda del Mediterraneo, imbarbarendo sempre più la vita nazionale. Mentre alle unità in servizio per contrastare mafia e immigrazione clandestina scarseggia perfino la benzina per le indispensabili attività di pattugliamento del territorio, aliquote consistenti delle forze dell'ordine sono destinate a compiti di scorta di decine di onorevoli inquisiti per svariati reati del codice penale o per sorvegliare e proteggere le loro ville e i loro yacht.

Accoglienza non vuol dire irresponsabilità. In Australia, per esempio, (lo sappiamo per conoscenza diretta), perfino in caso di un matrimonio fra un cittadino italiano e un cittadino australiano - matrimonio autentico, matrimonio d'amore con tanto di figli e non escamotage legale per coprire l'immigrazione di uno straniero - i controlli sono severissimi, puntigliosi, caratterizzati da una estrema diffidenza. E non parliamo delle conseguenze sanitarie della faciloneria con cui si spalancano le porte del nostro Paese a chiunque lo voglia. Poiché viviamo in quella parte d'Italia ove è appena scoppiato il caso della meningite fulminante, originata appunto presso gruppi di immigrati, abbiamo visto coi nostri occhi cosa può accadere quando i controlli sanitari sulle persone immigrate sono pressoché inesistenti: in nome di un buonismo e di un garantismo demenziali, si mette a repentaglio la sicurezza di milioni di cittadini.

Prima che la demagogia irresponsabile della nostra classe dirigente (o piuttosto della nostra classe  dominante, per usare la terminologia gramsciana) crei situazioni di conflittualità incontrollabile, come sta già avvenendo in alcune zone del Paese - ove la popolazione residente è, in certi casi,  semplicemente esasperata - bisogna avere il coraggio di dire che non solo le quote di immigrati dovrebbero essere drasticamente ridotte, ma che si dovrebbe organizzare con maggiore buon senso e con molta maggiore efficienza l'inserimento degli immigrati regolari. Oggi assistiamo alle cose più sconcertanti: che un ragazzo africano, ad esempio, che non sa una parola d'italiano, può e anzi deve essere accolto in terza o quarta superiore della scuola pubblica; che un immigrato, trovato privo del permesso di soggiorno, può eclissarsi tranquillamente, ignorando la notifica di espulsione; che negli asili e nelle scuole pubbliche si evita di fare il presepio o di intonare canti natalizi per non "offendere" i sentimenti religiosi dei bambini di altra religione; e così via.

Si aggiunga che gli immigrati, per ovvie ragioni, tendono a concentrarsi nei quartieri più poveri e che la loro presenza, a volte rumorosa e disordinata (come quando più nuclei familiari si stabiliscono in un piccolo appartamento, o come quando essi gestiscono locali pubblici in zone residenziali, restando aperti fino alle tarde ore notturne e disturbando la pace dei vicini) mette gravemente a disagio i cittadini ivi residenti, che già stentano a sbarcare il lunario e che si vedono gradualmente circondati ed "espulsi" dai loro rioni e dalle loro abitazioni. In tutti questi casi - e sono assai numerosi - il pericolo è che si vada verso una guerra tra poveri e verso una cultura dell'incomprensione e della chiusura reciproca.
Al tempo stesso, le pubbliche amministrazioni sono vergognosamente carenti nel garantire un minimo di accoglienza e di dignità agli immigrati regolari. Li si espelle con la forza dalle abitazioni abusive, ma non si fa assolutamente nulla per assicurare loro un tetto decente sopra la testa; e, se li ospita provvisoriamente qualche vescovo o qualche prete di buon cuore, si critica quest'ultimo e lo si denigra senza ritegno. È successo e continua a succedere; basta leggere i giornali o ascoltare i notiziari del telegiornale - quando non sono troppo occupati a riferire gli sproloqui dei politici "ufficiali", di destra e di sinistra, e i loro fioriti discorsi su un Paese che non esiste se non nella loro immaginazione.

Insomma si consente l'ingresso di cifre impressionanti di immigrati, ma non si fa nulla per aiutarli ad inserirsi nella società civile: quando il problema dell'inserimento sarebbe già gravissimo (almeno in senso morale ed affettivo, come già detto) anche se fossimo in presenza di strutture idonee e di una politica dell'immigrazione responsabile e ben organizzata.
E mentre la disorganizzazione e l'irresponsabilità continuano a imperversare, come se ci trovassimo di fronte a un'emergenza scoppiata ieri e non a un fenomeno ormai in atto da alcuni decenni, il disagio crescente generato da situazioni insostenibili alimenta vieppiù la demagogia forsennata di alcune forze politiche, quelle sì razziste e irresponsabili, che sanno vedere solo gli esiti del fenomeno ma non ne fanno una analisi complessiva; e che agitano con tremenda incoscienza la bandiera dell'intolleranza e perfino della provocazione. Non abbiamo forse visto un importante uomo politico italiano, che oltretutto ricopriva una caria istituzionale, esibire una camicia decorata con vignette che irridevano l'altrui fede religiosa? Paurosi effetti della totale insipienza di una classe dirigente che è venuta meno al suo compito fondamentale: cercare di conciliare il proprio interesse particolare con quello complessivo della società.
 
 
 
La sesta ragione di perplessità è di tipo affettivo.
 
 
Pur con tutti i suoi difetti, noi amiamo l'Europa, amiamo l'Italia, amiamo le nostre regioni, le nostre cittadine, la nostra bellissima natura (là dove si è parzialmente salvata dallo scempio edilizio e industriale degli ultimi decenni). In questo amore non vi è niente di esclusivista, di razzista, di xenofobo. Crediamo, anzi, che l'amore per la propria terra dovrebbe essere un requisito essenziale di qualunque società umana; e che non sia possibile amare il mondo se non si ama, prima, la propria terra; come non è possibile amare l'umanità se non si amano, in concreto, i propri vicini. Questo, ripetiamo, non è nazionalismo né campanilismo.
Ora, amare la propria terra e la propria gente significa anche desiderare che esse continuino ad esistere, anche quando noi non ci saremo; e che i nostri figli potranno vivere in pace nei luoghi che abbiamo loro affidato, così come li abbiamo ricevuti dai nostri genitori e dai nostri nonni. È chiaro che dei cambiamenti vi saranno; nulla rimane uguale a se stesso. Tuttavia una cosa è convivere con la necessità di una trasformazione lenta e graduale, che salvi l'essenza della propria terra e della propria gente; e un'altra cosa è auspicare una trasformazione radicale, immediata, traumatica, che cancellerà ogni traccia del passato e farà piazza pulita delle cose più belle che i nostri antenati hanno elaborato nel corso della storia, a cominciare dal dialetto, dalla lingua e dal modo di vedere la vita.

Ogni popolo, ogni comunità hanno un proprio modo di vedere la vita; e si tratta di una filosofia intraducibile. Quando si dice casa - anzi, cjase - a un friulano, non si dice la stessa cosa che si direbbe a un inglese, a un russo, a un giapponese, adoperando le parole delle loro lingue; si dice una cosa diversa. Una cosa che non si può spiegare, ma che esiste. È fatta di ricordi, di affetti, di sensibilità; e ciascun gruppo umano possiede la propria, frutto di un lentissimo processo storico e di una costante interazione sia con l'ambiente fisico, sia con gli altri gruppi umani. Un qualche cosa di intimo, di belo, di sacro: che non merita di essere gettato via, come un fardello ingombrante del passato.
Noi siamo quello che siamo, perché siamo quello che siamo stati; e saremo quel che saremo, perché ora siamo quello che siamo e perché siamo stati quello che siamo stati.

Al di fuori di questa consapevolezza, non vi è che la barbarie dello sradicamento, dell'anonimità, dell'omologazione senz'anima e senza radici.


 
 
di Francesco Lamendola
da Arianna Editrice

  scritto da Iron alle ore 12:12:22
 

01.01.1970


  scritto da alle ore 01:00:00
 

01.01.1970


  scritto da alle ore 01:00:00
 

01.01.1970


  scritto da alle ore 01:00:00
 

01.01.2008

Cam caminì

 
 
 
Non potra’ piu’ fare lo spazzacamino perche’ e’ neonazista. A negare all'uomo il diritto di continuare a pulire i camini ed a controllare i bruciatori dei termosifoni e’ stato il ministro dell'agricoltura della Sassonia-Anhalt, Reiner Haseloff (Cdu). Il ministro ha rispolverato per l'occasione il "Berufsverbot", il divieto di esercitare una professione, provvedimento varato il 28 gennaio 1972 dall'allora cancelliere socialdemocratico Willy Brandt, nei riguardi degli estremisti di sinistra impiegati dello Stato.

E' stato lo stesso ministro cristano-democratico a rivelare al quotidiano "Mitteldeutsche Zeitung" di Halle il prossimo ritiro del patentino. "In quanto spazzacamino", ha spiegato, "ha ricevuto dallo Stato il monopolio per l'esercizio della sua professione, che gli consente di entrare in ogni casa. Un cittadino e' dunque costretto ad accogliere un estremista di destra. E' una cosa intollerabile. Un tipo cosi’ io non lo vorrei mai in casa mia, ma sarei costretto a farlo entrare. Lo Stato deve risparmiare ai cittadini una cosa del genere". "Si tratta di un precedente", ha aggiunto il ministro, "ma noi riteniamo che sia ammissibile, anche se non e’ escluso che un tribunale possa revocare il provvedimento".

Il sottosegretario agli Interni del land tedesco-orientale, Ruediger Erben (Spd), ha precisato che lo spazzacamino non e’ iscritto al partito neonazista della Npd, ma siede come suo rappresentante nel consiglio comunale di Laucha. "E' uno dei leader dell'estremismo di destra nella regione del Burgenland", ha spiegato l'esponente socialdemocratico.
 
 

fonte: Agi

  scritto da Iron alle ore 16:34:52
 

22.12.2007

Istria, Fiume e Dalmazia, nè Slovenia nè Croazia

 
Dalla mezzanotte di ieri l'altro la Slovenia entra in area Schengen.

Comprendo l'entusiasmo degli sloveni, vittime inconsapevoli del processo di sradicamento culturale che li sta portando, con esiti ottimali, alla rincorsa del modello turbocapitalista occidentale. Nel passato osservavano, dal confine, con un distacco carico di risentimenti. Oggi l'american dream è alla loro portata.

La Slovenia è un paese piccolo, in forte crescita economica, ricco di risorse agricole e turistiche. Le genti sono lontane dallo stereotipo del popolo slavo gelido e guerrafondaio. Cordiali e laboriosi, si avvicinano più al tipo umano austriaco che a quello balcanico. Legati alla propria tradizione contadina, gelosi della propria singolarità mittleuropea, con un sano legame alla bandiera (furono i primi, ai tempi della disgregazione della ex Jugoslavia, a rivendicare la propria autonomia). Un popolo che, etnicamente e storicamente, è “Europa” per come l'abbiamo cantata nelle nostri sezioni giovanili.

Viene da chiedersi cosa resterà della saviezza rurale quando il sulfureo vento di Bruxelles frangerà aspro sulle pareti delle case, turbando l'equilibrio (sano) raggiunto.

Nulla di personale. Un ufficiale di Tresnuraghes, paesino della provincia oristanese, sottotenente del Battaglione Mussolini, fu trucidato nel 1944 dal IX Korpus di Tito nelle campagne di Tolmino. E' la storia tragica di queste terre, fecondate dal sangue di tutte le guerre del XX secolo. Fu tragico per la famiglia. Ma non sufficiente a suscitare in me pregiudizi. “All'assalto si vince o si muor”, cantavano.

Perciò non v'è odio in me, né rancori.

Tuttavia è triste il Sole, Invitto, del 21 dicembre 2007. Forse disgustato da una notte dai toni stonati.
Mi trovavo al valico di San Bartolomeo nei pressi di Muggia, ridente borgo di pescatori non lontano da Trieste. L'ultimo tocco dell'Istria italiana.

Non si era, poi, in tanti. Noi della Destra, una delegazione di AN, tante persone comuni, esuli e figli di esuli. Poco prima abbiamo camminato silenziosamente per le vie del centro di Trieste, centinaia di fiaccole. E una corona d'alloro, in ricordo dei martiri infoibati, assassinati, vilipesi ed infamati, è stata posata sulle calme acque istriane.

Dopo al valico, ad aspettare la mezzanotte per l'apertura, definitiva, della sbarra di confine. E alla mezzanotte in marcia verso l'Istria, intonando rispettosi Verdi per poi lasciarsi andare, a squarciagola, nell'Inno di Mameli. Di là, in terra istriana. Non slovena.

Nel dopoguerra furono abortiti i trattati territoriali con la Jugoslavia. La DC, oggi nostalgicamente amata, svendeva il popolo istriano e dalmata a Tito e ai suoi ripugnanti boia. L'imperialismo d'occidente imponeva buoni rapporti con il maresciallo. Cosa importava dei morti, del risentimento, della disperazione di queste genti al confine orientale. Sacrificabili, nella logica politica.

Oggi si vorrebbe annacquare tutto in un tardivo “volemose bene”, siamo tutti in Europa. Così al valico di Fernetti ieri notte si è fatta tanta festa, bevuto tanto spumante, scambiati tanti baci. Così domani Proni, e il suo governo sempre più prono, verranno a Rabuiese a festeggiare con l'anti-italiano Illy e i loro amici sloveni.

Così provano a cancellare la vergogna di quello che è successo. Così provano a nascondere la riprova dell'incapacità politica dei nostri politicanti. Quella di un ministro degli esteri che non volle dire no a chi i conti col proprio passato non li ha mai fatti. Politicanti da operetta, incapaci di rivendicare le ragioni della nazione. Le ragioni di chi ha visto i genitori scagliati vivi nelle viscere del Carso. Di quelli che hanno perso tutto, casa, terre, identità, cultura, Essenza nell'esodo. Di quelli che ancora oggi subiscono l'onta di essere guardati dall'Italia come quasi-italiani e da sloveni e croati come oscuri demoni in camicia nera.

Non si fa così. Troppo facile. Non si danno privilegi senza prima imporre chiarezza e verità. Per entrare a casa mia si chiede il permesso. E, preventivamente, se si ha qualcosa da farsi perdonare si domanda scusa. Il debitore paga i suoi debiti. L'assassino sconta la pena.

Invece eccoci. Tra frizzi e lazzi sono con noi. Senza pagare, senza ammettere. Senza risarcire, senza restituire le case, gli angoli di campagna, quei caminetti, quei letti, quei tavoli, quelle mura dove i figli di Capodistria, Fiume, Umago, avevan pianto, riso, parlato, gridato, goduto, procreato italiani.

Le lacrime di San Bartolomeo, ieri notte, non erano di gioia. Non c'è gioia in questa Europa. Solo banche, ipermercati e ingiustizia.

Non c'è pace per l'Istria e la Dalmazia.

Non c'è pace per l'Italia.


di Salvatore Puleo
da Noreporter.org

  scritto da Iron alle ore 10:45:50
 

21.12.2007

Cazzo ci fate qui allora?

 
Nella trasmissione del 5 dicembre 2007 dell'Infedele, tra gli altri era presente Hamid Reza Khakpour, segretario provinciale FILCAMS-CGIL per Abano Terme (Padova). La trasmissione verteva sulla questione della crescente mobilitazione dei sindaci del Lombardo-Veneto, sempre più orientati ad azioni e iniziative volte a scoraggiare l'immigrazione illegale.
Ad un certo punto della tramissione è stata citata anche la questione se gli immigrati debbano o no avere già un lavoro prima dell'arrivo in Italia. Secondo Khakpour sarebbe ingiusto pretenderlo, anche perchè col rischio di perderlo rischierebbero di dover abbandonare anche il territorio nazionale. Gli è stato ricordato che così non è, perchè si dà un tempo di alcuni mesi (6 per la precisione) per trovare un altro impiego. A quel punto, il sindacalista afferma che, dato il periodo di incertezza sociale in Italia e dato il precariato, sarebbe assurdo un tale periodo.
Evidentemente sfugge al signor Khakpour, così come a tutti gli immigrazionisti oltranzisti, che se il panorama sociale del mondo del lavoro è quello del precariato, dell'estrema difficoltà di trovare lavori attinenti col proprio curriculum, dei bassi salari, allora il punto non è e non può essere quello dei mesi utili per gli stranieri per la ricerca del lavoro, nè i falsi diritti di una immigrazione senza freni, ma proprio il senso dell'immigrazione in quanto tale.
Se tutti hanno difficoltà a trovare un lavoro e se i lavori tendono a vedersi divorati i rispettivi salari, perchè far arrivare stranieri? Perchè non voler limitare le quote, ma anzi spingere verso l'apertura infinita? Guardate che non si tratta di "mal comune, mezzo gaudio", ma di guerra tra poveri (e gli immigrazionisti ne sono pienamente responsabili).

  scritto da Iron alle ore 15:45:00
 

16.12.2007

Vietato essere difesi, vietato difendersi

 

Arrivano nuove avvisaglie di un certo atteggiamento delle élites nei confronti della difesa personale: negli USA si sta, infatti, valutando se proibire il porto d'armi, mentre in Italia si preme per diminuire tali permessi e controllare maggiormente coloro che li hanno o ne fanno richiesta.

Per il caso statunitense potete leggere direttamente il breve articolo che seguirà. Per quanto riguarda l'Italia, accenniamo che, nonostante le concessioni del porto d'armi stiano diminuendo notevolmente, c'è chi pretende che aumentino i controlli, così come si tiri un ulteriore freno a tali concessioni. A scatenare tali richiesta un recente caso di cronaca. La cosa interessante è proprio l'uso ideologico del caso di cronaca per inscenare un quadro della situazione diverso dai dati sulle presenze di armi in Italia, perchè se può essere vero che non si verifica a sufficienza chi le armi le ha, è altrettanto vero che non c'è una corsa ad armarsi. Suona perciò strana (anche perchè nello stesso periodo c'è qualcosa di simile negli USA) tale volontà di negare il diritto alla difesa personale (alla fin fine di questo si tratta). Ad esempio, la Cassazione ha anche vietato l'uso degli spray anti-aggressione! In pratica, armati, secondo troppi, dovrebbero andare in giro solo criminali e appartenenti alle forze dell'ordine (con i secondi "a mezzo servizio" e i primi "a tempo pieno"...).

Per inciso: quando si dice che i crimini starebbero diminuendo in Italia si mente. Se nel 1984 il tasso totale di crimini ogni 100.000 abitanti era di 2.251,7, nel 2003 si era saliti a 4.286,2. Gli unici crimini a diminuire sono stati praticamente solo gli omicidi, mentre quasi tutti gli altri, compresi altri crimini violenti, sono aumentati (le truffe, ad esempio, si sono decuplicate nel giro di un ventennio e le rapine sono raddoppiate) [vedere tabella I.1a]. E' interessante notare che, negli ultimi dieci anni, le presenze straniere tra gli autori di crimini sono andate aumentando e, cosa da rimarcare ancora una volta, sono aumentati, da questo punto di vista, anche gli immigrati regolari. Insomma, a diminuire nei crimini sono solo gli italiani autoctoni.

Chi non dice che gli stranieri delinquono più degli italiani mente. Chi dice che gli immigrati regolari delinquono meno degli italiani mente. Chi dice che i crimini stanno diminuendo mente.

Chi spinge, invece, perchè i cittadini autoctoni non possano difendersi da soli?



da
http://euro-holocaust.splinder.com

  scritto da Iron alle ore 15:19:53
 

07.12.2007

Crescita cancerogena

Perchè parlare di edilizia, abusiva o meno in un blog come questo? Facciamo una veloce premessa: secondo il recente rapporto Caritas/Migrantes sugli immigrati in Italia, il settore edilizio è il secondo più ampio per quanto riguarda l'assunzione di stranieri. Esso rappresenta, infatti, il 18% del totale, almeno riguardo a quelli regolari. Forse molti di più considerando anche i lavoratori in nero.
Si sente, in funzione di questo, dire spesso che l'edilizia si fermerebbe se non ci fossero gli stranieri. A ciò si aggiunge la solita vittimizzazione di costoro, descritti sempre come "in nero" e "a paghe basse". Cosa che non vogliamo negare, ma che vogliamo, a questo punto, inserire in un contesto più ampio.
A che serve l'espansione edilizia di alcune zone italiane, voluta da politici di differente area? A che servono, dunque, tutti questi lavoratori "necessari"? Vediamo tre esempi da tre città diverse:
Savona: comune ligure di poco più di 60.000 abitanti. Attualmente stanno costruendo in maniera forsennata soprattutto nell'area portuale, sembra senza controllare, tra l'altro, gli eventuali resti antichi sottostanti i cantieri. Vi invitiamo a vedere il servizio della trasmissione Tempi Moderni di Rete4 sul video di denuncia "Cemento all'indice". Il servizio si intitola Calce e martello ed è andato in onda sabato 24 novembre 2007. Lì potrete vedere le interviste agli autori del video-denuncia, ma anche, tra gli altri, all'autore televisivo Carlo Freccero e al critico cinematografico Tati Sanguinetti, mobilitatisi contro questo bubbone edilizio che snaturerà la costa savonese. Soprattutto potrete vedere le immagini della ferita già inferta al territorio cittadino, al solo scopo di "modernizzare" la città. L'immagine sotto è il plastico di come sarà parte del porto (con al centro il già famigerato Crescent). Tutto di guadagnato per i savonesi?
 
 
Varese: comune lombardo di poco più di 80.000 abitanti. Città con ancora un profilo di piccola realtà urbana, legata al passato, ai suoi parchi, alle ville nobili. Una città vivibile, insomma. Ma la prospettiva di divenire parte di linee ferroviarie internazionali deve aver contribuito ad esaltare qualcuno. Ecco anche perchè i progetti di trasformare una città orizzontale, in cui a svettare è ancora un campanile, in una città di grattacieli, che di caratteristico non avrebbero alcunchè, se non la capacità di snaturare l'immagine cittadina e renderla simile a quella di mille altre città moderne, tutte identiche le une alle altre. Due immagini dai progetti previsti (anche qui: tutto di guadagnato per gli abitanti di Varese?):
 
 
Roma: comune laziale di poco meno di 3 milioni di abitanti. Nell'articolo che seguirà troverete i particolari sulla questione, ma possiamo sintetizzare quello che sta avvenendo a Roma nel seguente modo: da qualche tempo diversi costruttori ed imprenditori stanno trovando fin troppo ascolto al Comune, promettendo, i primi, aiuti per sviluppi ulteriori della metropolitana (al momento a Roma si sta anche realizzando una nuova linea, la C) o per altri scopi, e avendo in cambio promesse di aumenti importanti delle aree edificabili. Il punto forse più importante è che tali promesse sono spesso legate a modifiche nella destinazione d'uso rispetto ai progetti iniziali, per cui laddove erano previsti servizi, ecco presentarsi, per accontentare i desideri dei costruttori, il pericolo di nuove aree residenziali (le quali necessiterebbero comunque di servizi, trasporti, ecc.). Una crescita continua e insensata, se non per chi ci guadagnerà economicamente e politicamente.

 
L'esempio romano dà anche un ulteriore spunto: perchè tutto questo interesse per nuove zone residenziali? La necessità abitativa la si risolve solo così o, piuttosto, (anche) riqualificando il già esistente (ridimensionando anche le spese ulteriori per servizi e trasporti, magari sufficientemente presenti là dove si riqualifica)? Ma Roma è, a suo modo, simbolica del resto d'Italia: un gigantesco magnete attrattivo, in cui sembra aver ascolto solo il discorso della crescita perenne e senza sosta. L'ideologia progressista, da miglioramento dell'esistente, si è degradata a crescita continua. Il pensiero conservatore, da freno agli eccessi progressisti e protettore delle tradizioni, si è degradato a corrente liberale. L'esempio è la popolazione italiana: per decenni si è criticato il fascismo per la sua volontà di espansione demografica, ma, nonostante l'Italia sia abitata come non mai, ci si esalta per i circa 60 milioni di abitanti (senza contare gli stranieri irregolari). Roma, ancora simbolo in negativo, è, guarda caso, il comune più popoloso d'Italia. Perciò che senso dare alla volontà imprenditoriale di sempre nuove zone residenziali? Di sempre nuove costruzioni? Di sempre nuovi sfiguramenti estetici urbani?

 
Sembra di essere tornati agli anni '50 e '60 (ma senza il boom economico): migrazioni continue (un tempo solo interne al territorio nazionale; adesso, soprattutto dall'esterno); abusivismo edilizio e complicità politiche (sempre a danno dell'ambiente e del territorio vissuto dai cittadini); si profila anche una nuova strategia della tensione (negli anni '60 e '70 solo tra ambienti politici diversi; adesso anche tra gruppi etnici differenti). Torniamo alla domanda iniziale: a che servono questi lavoratori "necessari"? Servono precisamente a questa crescita cancerogena. Non si tratta di solo denaro (per quanto costituisca un movente centrale), ma anche della costruzione di un panorama che renda possibile il massimo d'azione per questi gruppi di potere. Chi credete andrà ad abitare in quei nuovi quartieri? I lavoratori "necessari", forse... Pensate al significato di tutto questo.

  scritto da Iron alle ore 00:08:53
 

06.12.2007

Presenze inquietanti

 
Per cercare alcuni dati, siamo capitati sul sito del Ministero dell'Interno. Ebbene, quella che troverete all'indirizzo che seguirà è l'immagine dell'home page del sito (l'indice invece lo si raggiunge cliccando sul portale in basso a sinistra). Come vedete, alla data odierna, lo spazio è occupato solo da collegamenti relativi alle domande flussi per gli immigrati. Inoltre, in alto a destra una immagine curiosa: una famiglia autoctona composta da padre, madre, figlia, nonno e nonna. In più, vicino ai nonni, un altro personaggio, infilato lì alla buona...
Personaggi grotteschi governano ("governano"...) questa nazione...

 

  scritto da Iron alle ore 23:52:05
 

28.11.2007

Tassinari...

Doveva essere l'incontro risolutivo, quello in Campidoglio tra il sindaco di Roma Walter Veltroni e i rappresentanti dei tassisti e invece e' stato il caos: la citta' e' stata invasa e bloccata dai taxi. E' bastato che Veltroni pronunciasse le parole '500 nuove licenze' per far alzare i tassisti dopo un'ora e mezza e dichiarare la rottura del tavolo.

Nel giro di mezz'ora piazza Venezia, via dei Fori Imperiali, piazza dell'Ara Coeli e via del Teatro di Marcello, nel centro della capitale, sono diventate un tappeto di auto bianche e di autisti che hanno incrociato le braccia. Una protesta che ricorda quella dello scorso anno a luglio, quando il centro di Roma, con scioperi improvvisi, fu teatro di un braccio di ferro durato settimane contro il decreto Bersani sulle liberalizzazioni. E andando piu' indietro nel tempo, la memoria va alla protesta durissima dei tassisti contro l'allora vicesindaco e assessore alla mobilita' Walter Tocci nel 1998,  sindaco Francesco Rutelli.

Poche ore dopo il blocco di questo pomeriggio la Commissione di garanzia sul diritto di sciopero ha stigmatizzato in un provvedimento la protesta dei tassisti prefigurando il mancato preavviso, la
mancata assicurazione delle prestazioni indispensabili e la mancata indicazione della durata dello sciopero. E minacciando sanzioni. Se il blocco del servizio dovesse protrarsi anche giovedi', ''la Commissione si riserva di adottare gli ulteriori provvedimenti di legge''. E in serata il presidente dell'Antitrust Antonio Catricala' ha detto che quella dei tassisti ''e' una lobby forte, che sulla liberalizzazione in questo campo il Parlamento e' stato poco coraggioso e  che ''ha lasciato i Comuni da soli''.

Stamani Veltroni aveva presentato un pacchetto di proposte che prevedeva un aumento del 18% dell'attuale piano tariffario, il supplemento di 2 euro per le corse da Termini e l'apertura del tavolo istituzionale di concertazione sui problemi dell'abusivismo e del servizio Ncc. Parallelamente aveva anche annunciato la volonta' di concludere il processo di potenziamento dell'offerta con nuove 500 licenze da assegnare sulla base della graduatoria del bando di gara per le 150 licenze assegnate a cittadini che non hanno mai guidato un taxi.

''Sono condizioni inaccettabili, ci ha detto di prendere o lasciare'', ha reagito il leader dei falchi Loreno Bittarelli dell'Uritaxi. Cosi' e' scatta la protesta. I tassisti a migliaia hanno invaso piazza del Campidoglio e bloccato con centinaia di auto piazza dell'Ara Coeli, via del Teatro Marcello, parte dei Fori Imperiali e soprattutto piazza Venezia, uno degli snodi centrali del traffico romano. Facendo sparire le auto dalla stazione Termini e dall'aeroporto di Fiumicino. Soltanto in serata, dopo un incontro in prefettura con il prefetto Carlo Mosca, che ha convocato per domani alle 14:30 un nuovo incontro con il Comune, i tassisti hanno cominciato a lasciare piazza del Campidoglio, a togliere i blocchi, mantenendo pero' dei presidi.  Dopo aver fischiato i loro rappresentanti che annunciavano che il prefetto aveva assicurato che non ci sarebbero state multe se fossero stati tolti i blocchi.

Per l'assessore alla Mobilita' Mauro Calamante ''la protesta dei tassisti e' stata una reazione illegale, contro la citta' e i romani. Oltre a notizie di numerosi comportamenti illegali abbiamo assistito a un vero sequestro del diritto alla mobilita' dei romani''. Perche' durante la protesta alcuni cassonetti erano stati gettati a terra, un fotoreporter spintonato.  Non sono mancate le reazioni politiche al pomeriggio di fuoco: il centrodestra in piazza a sostenere la protesta dei tassisti, il centrosinistra ad accusare il centrodestra di voler cavalcare una protesta con fini puramente strumentali. Ma e' stato un mercoledi' nero soprattutto per i romani che non hanno trovato taxi agli aeroporti e alle stazioni e che si sono trovati  imbottigliati soprattutto in centro e sui lungotevere, con il trasporto pubblico che ha subito forti rallentamenti e numerose deviazioni.



fonte: Ansa



Caro Sindaco questo è il giusto clima di chi ha seminato male per cogliere tempesta, questa è la situazione disperata e ormai tracimata, di chi ha visto FALLIRE la propria vita, grazie a decisioni altrui.
Decisioni portate da chi superficialmente ha continuato un dialogo instaurato con un'altra gestione fallimentare,come quella di Rutelli. Qui si parla di intere famiglie al lastrico, uomini che per la scelta della professione,per pagarsi nei tempi passati una licenza onerosa, hanno costretto e coinvolto una vita intera di sacrifici per la famiglia stessa.
Oggi nel nome di una globalizzazione anche nel lavoro, nel nome di uno standard europeo dell'assunzione e prospettive lavorative, nel nome di una finzione di facciata nel ,mostrare la nostra modernità al mondo,ma i muri crollano e puzzano dietro l'intonaco.
Oggi centinaia di tassisti incazzati neri, hanno dato la prima avvisaglia di una risposta stile "banlieu" capitolina. Hanno dato atto a gesti di intolleranza e violenza voluta, in una forma diciamo lieve, ma non per questo non degno di attenzione. Hanno dimostrato in piazza fin sotto il suo ufficio, creando disagi alla città ed ai romani per la viabilità e normale svolgimento della vita cittadina lavorativa. Ogni volta hanno sempre cercato di scusarsi con i cittadini per i disagi e disservizi,ma stavolta non l'hanno voluto fare, stavolta hanno agito e senza rimorsi.
hanno reagito mossi dalla disperazione, dalla notizia dell'ennesimo stock di licenze a zero costo, 500, dell'ennesimo affronto alla loro categoria ormai al collasso numerico per i troppi autisti.
Queste persone hanno preso schiaffi dalle vostre decisioni, schiaffi dai pirati irregolari del settore, ora dai regolari ai quali sono state regalate le licenze. E' UNA VERGOGNA!
Come definisco vergognoso, alzarsi dall'aula dove si sta discutendo per trovare una soluzione a chi è disperato e non gode del suo privilegio, pagato da noi si ricordi. Lei è stipendiato dai romani TUTTI, deve restare nelle discussioni intavolate ed alzarsi fino a che trova una soluzione, perchè l'abbiamo eletta(io no di sicuro)anche per questo. Io non volente,pagando le tasse, la sto finanziando e lei mi mette in spiacevole condizione di assistere a questa vergogna. Immagino questa scena politica nazionale ora costretta a dialogare con lei, se la linea e dialogo sono quelli mostrati come Sindaco....................SI SALVI CHI PUO'!
Concludendo oggi i tassisti, magari visto l'esempio domani i senza alloggio, poi i precari, poi le periferie, poi ....
Oggi, lo dico senza vergogna, avrei voluto essere tassista, anzi TASSINARO, così il dialetto l'avvicina di più all'emergenza, per ribadire un concetto chiaro e definitivo, A CASA A CERCARE LAVORO COME TUTTI A 1000 EURO AL MESE, SE LO TROVA!

dalla Rete

Insomma... Feste del Cinema, sollazzi per i vips, chiavi cittadine ai palazzinari.... ma la "sporcizia", come sempre ammassata sotto al tappeto, prima o poi sbuca fuori caro Uolter...

  scritto da Iron alle ore 22:58:05
 

24.11.2007

Fieramente rincoglioniti

 
I Verdi al parlamento europeo hanno diffuso un loro rapporto contro il nucleare: prevedibile, visto che in tutta Europa – c'è anche la lobby nucleare – si riparla di tornare a costruire centrali atomiche.
Ma non prevedibili, per una volta, gli argomenti.
Non si ricorda il pericolo d'attentati alle centrali, non si parla del rischio di proliferazione, né dei rifiuti nucleari che non si sa dove mettere, insomma dei soliti spauracchi.
Stavolta, l'argomento è nuovo, concreto.

Per rimpiazzare la chiusura delle centrali attive, molte delle quali hanno più di 40 anni e vanno smantellate, bisognerebbe mettere in opera 290 centrali nuove da qui al 2025: una ogni mese e mezzo fino al 2015, una ogni 18 giorni negli anni seguenti.
Questo ritmo incredibile fu in realtà tenuto, negli anni '80.
Ma oggi non più.
L'industria specializzata non riuscirebbe a rispondere ad una tale concentrata domanda.
Esiste una sola acciaieria al mondo capace di forgiare un pezzo essenziale del cuore del reattore, e sta in Giappone.

Collo di bottiglia ancora più grave: non esistono abbastanza tecnici e ingegneri del livello necessario non solo per costruire, ma per far funzionare e controllare tante nuove centrali.
Dopo decenni di abbandono di questo settore, le competenze non sono state formate.
Entro il 2015, ben il 40% dei tecnici che operano nelle centrali francesi saranno andati in pensione. Solo l'8% dei dipendenti del settore atomico ha meno di 32 anni.

Ed ecco adesso un altro problema: chi finanzia queste grandi opere?
A causa della liberalizzazione del mercato dell'elettricità, gli investitori-speculatori privati  considerano questi investimenti a rischio.
Troppo costosi (un reattore ultimo tipo, EPR, costa 3 miliardi di dollari), un investimento a troppo lungo termine e con sorprese lungo il percorso (certificazioni, permessi di costruzione, referendum anti-nucleari come dopo Chernobyl, che imposero chiusure da panico con perdite rilevanti).
Non ci sono grandi e rapidi profitti da sperare.

Standard & Poors ha messo in guardia il capitale globale internazionale su altri rischi: contratti insufficientemente assicurati contro i mutevoli umori dell'opinione pubblica, sforamento di costi (quasi inevitabile quando la costruzione dura dieci anni, e i prezzi dei materiali oscillano sul «libero mercato»), ritardi di costruzione…
Anche Moody's, naturalmente, ha obiettato, e con argomenti finanziari: attenzione a non sottovalutare questi rischi per gli investitori, il costo di produzione dell'elettricità dall'atomo potrebbe essere alla fine del decennio «sensibilmente più elevato» di  quanto si creda.
E se poi il greggio ribassa?
Sono argomenti concreti contro il nucleare civile, finalmente.
Ma che cosa accusano?
Accusano e denunciano l'arretramento tecnologico europeo.

Sottolineano la perdita di competenze specifiche che abbiamo subìto, il ritardo scientifico scientemente accumulato per demagogia, alla fin fine un arretramento della civiltà.
E confermano che nel «libero mercato globale», la speculazione privata preferisce investire in gadget di consumo e telefonini, che danno profitti immediati ed alti, piuttosto che in grandi opere durevoli di utilità pubblica.
Non è una novità, in fondo.

Fossero esistite Moody's e Standard & Poors, ai loro tempi, non si sarebbe scavato nemmeno il canale di Panama, non il Canale di Suez, non si sarebbe fatta la Transiberiana.
Il «mercato libero» è per l'abbandono delle infrastrutture, un nuovo tipo di barbarie culturale.
Tutto il discorso dei Verdi, finalmente serio, dice una cosa sola: che le centrali atomiche devono essere fatte dallo Stato, gestite e controllate dallo Stato come ogni opera pubblica che sia anche un monopolio naturale, come le Ferrovie che erano solo ieri pubbliche.
E con prezzi non di mercato, non «deregolati», per l'elettricità prodotta: come appunto avveniva ancora qualche anno fa.
Nei decenni dei prezzi controllati, l'Europa ha prosperato e progredito; nel «mercato libero globale», è arretrata e sta peggio.

Ma naturalmente, l'industria di Stato richiede competenze nello Stato.
A chi affidiamo oggi le centrali?
A Berlusconi?
A Mastella?
Sì, questo è finalmente un argomento serio.

Naturalmente, la lobby ecologista non ha potuto fare a meno di inserire, nel suo serio rapporto, una menzogna alla Pecoraro Scanio.
Ha definito «irrilevante» (négligeable) il contributo del nucleare alla loro epica lotta contro il riscaldamento globale.
Senza dire, ovviamente, che se le 440 centrali oggi in attività fossero state a carbone o petrolio, l'emissione di CO2 nell'aria conterebbe 2 miliardi di tonnellate in più all'anno.
Si tratta del 9% delle emissioni mondiali, che i verdi proclamano di voler ridurre, del 9% risparmiato all'atmosfera e sottratto all'effetto-serra.
Non proprio un risparmio ecologico irrilevante.

di Maurizio Blondet

 



I verdi hanno distrutto l'industria nucleare italiana, mandando a spasso (o da Saddam, Gheddafi e Komehini) 150 mila tecnici ed ingegneri nucleari di primissima scelta che erano preparati da quella che era una delle più progredite industrie del settore.

Ora ci vengono a dire "scusate, non si può perchè mancheno li tecnichi"... e allora la mano mi corre al randello di castagno.

Intanto come argomento è inconsistente, anche se urta i nervi.
La fissione nucleare è stata scoperta nel '37. Nel '42 c'erano già reattori nucleari funzionanti, nel '45 la bomba atomica era una realtà e nel '52 già venivano varati sottomarini a propulsione nucleare.
E non è che nel '37 ci fossero generazioni di tecnici...

Quindi se il problema è solo quello, si acchiappassero centomila giovanotti nelle facoltà di fisica ed ingegneria, e gli si prospettasse un master tutto pagato di tre anni nelle centrali finlandesi o francesi.

Si chiama "affiancamento", come sa ogni caporal furiere dell'universo mondo... ma forse i verdi sò culattoni raccomandati e non hanno fatto il militare.

Poi, manca l'industria siderurgica?
Non me ne capacito: in tutto il mondo si costruiscono nuove centrali: l'India ha proposto 20-40 reattori OFF-SHORE (vuol dire su piattaforme costiere, che implica una corrosione mostruosa... altro che acciai speciali!), Russia, Francia, Finlandia costruiscono centrali a pieno ritmo... e tutte importano dal Giappone pezzi d'acciaio grossi quanto una portaerei?

E quand'anche fosse, possibile mai che fra Krupp, Rheinmetall e Oto-Melara non c'è uno stronzo in tutta Europa in grado di mettere su un cantiere per produrre pezzi del genere? Cazzate!

Regà, odio i verdi.

 

da vivamafarka.com

  scritto da Iron alle ore 12:55:52
 

08.11.2007

Perchè l'allarme contro i romeni?

C'è qualcosa nell'aria, rendiamocene conto. Qualcosa ancora non perfettamente messo a fuoco, ma che forse non tarderà ad essere visibile. Il caos (per lo più mediatico, nonostante un paio di tafferugli) seguito alla morte della signora Giovanna Reggiani è stato qualificato come fenomeno di insicurezza sociale. E così è, in effetti, ma sotto un profilo più inquietante. Alcuni sindaci del Nord Italia hanno accusato stampa e televisione di aver cavalcato l'onda dell'allarme immigrati solo perchè l'omicidio era avvenuto a Roma. E sbagliano! Più facile che la ragione risieda nel lavoro del marito della donna (un ufficiale della Marina). Ma anche questo non sarebbe che una spiegazione molto superficiale.

Torniamo allora indietro di almeno tre mesi, per trovare uno spunto interessante del nuovo (sospetto) clima. Su un numero dell'Espresso di luglio appaiono una serie di articoli contro la comunità romena. Tali articoli appaiono proprio nelle settimane in cui incominciano a prendere forma maggiori controlli contro gli immigrati europei comunitari (infatti! E' cosa di mesi fa, non di questi giorni! Altro che indignazione per la morte di Giovanna Reggiani! Altro che "emergenza"!). Gli articoli del noto settimanale "progressista" non sono i soli: c'era già una sospetta confusione tra "rom" e "romeni" e c'era già, in tutta Europa, un atteggiamento sospettoso verso i cittadini balcanici e slavi (vedere 1, 2, 3).

Perchè mai? Sono quasi due anni che esponenti politici europei o italiani (vedere 1, 2 e 3) affermano che il futuro dell'Europa deve essere verso Sud e non verso Est, nonostante che la crescita di una "comunità europea" che si possa definire tale non può che essere ad Oriente. Ma costoro guardano verso l'Africa, magari affermando che arabi e africani sono troppo discriminati rispetto, ad esempio, agli slavi (cosa, invece, opposta alla realtà, secondo uno studio europeo di qualche tempo fa).

Tale auspicio è stato nuovamente espresso in questi giorni. A farlo è stato il presidente francese Nicolas Sarkozy, intenzionato a ridar vita all'Unione Mediterranea, somma politico-economica di paesi europei, nordafricani e asiatici. Tale Unione, già denunciata in altra occasione (vedere 1, 2, 3) stava perdendo, nei mesi scorsi, forza. Troppa era l'indifferenza di molti paesi europei, per lo più nordici, o la capacità d'attrazione verso le proprie questioni da parte dei paesi dell'Est Europa. Il pericolo è che non si riesca a realizzare nemmeno l'area di libero scambio tra le due sponde del Mediterraneo (fallimento che ogni europeo dovrebbe augurarsi avvenga!).

Ma Sarkozy è il novello Napoleone (lo dicono i francesi, spesso per burla, ma chissà?) e vuole rimettere piede in Egitto (o per lo meno nel vicino Maghreb). Perciò ha riaffermato che il futuro è a Sud, in una nuova unione tra Nazioni che unisca Tripoli a Tel Aviv, Roma ad Ankara, ecc. Ebbene, il solito inquietante Massimo D'Alema gli è andato dietro, quasi come un soldato francese al seguito di Napoleone (e voi sapete dietro quale sprone). D'Alema ha affermato di essere assolutamente favorevole ed ha anche confermato l'interessamento del ministro degli Esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos (oltre che, naturalmente, del loro omologo francese, Bernard Kouchner).

Politici di destra e di sinistra (per usare tali espressione senza senso), di vari paesi europei, si ritrovano (stranamente?) in sintonia nel progetto di una nuova e più distruttiva unione politica che dovrebbe coinvolgere, loro malgrado, nazioni e popoli del nostro continente. Il tutto (cos'è questa voglia di strafare?) senza che l'Unione Europea sia nata realmente, se non come impianto di sfruttamento delle strutture politiche delle singole nazioni europee, allo scopo di permettere l'azione anonima e silenziosa delle élites globaliste.

Piccola controprova: altri due politici di differenti aree politiche, quali Piero Fassino dei DS e Gianfranco Fini di AN si sono trovati d'accordo nel prospettare un ritocco (in negativo) del trattato di Schengen. Gridiamo evviva? Il ritocco avrà come risultato quello, già immaginabile, di rendere più complicata l'immigrazione da altri paesi europei. Incominciate a capire? Limitare l'interscambio europeo e, allo stesso tempo, allargare formalmente l'UE finchè possibile (insomma, la moglie ubriaca e la botte piena!), ma anche ampliare, parallelamente, sempre più l'interscambio con l'area mediterranea non-europea. Il che non significa che l'UE non abbia senso (per loro, le élites), ma semmai che il senso lo ritrova nel suo essere mezzo di spossessamento delle singole nazioni dalle mani dei propri cittadini. Compiuto questo, estendere il dominio élitario all'interno di ogni nazione e popolo, non necessariamente e non solo europei.

Per assurdo, l'allarme-romeni è quasi sincero, ma non sono sincere le sue ragioni di fondo. Un conto è il singolo cittadino che vede l'arrivo, in brevissimo tempo, di migliaia di stranieri (non è solo un discorso di legalità, ma anche di rispetto delle peculiarità sociali ed etno-culturali della propria terra); un conto sono le élites, invocanti l'arrivo degli stranieri (europei), per poi pentirsi di questo a causa della paura (già vissuta in Gran Bretagna, ad esempio) di un forte radicamento forse controproducente, per loro, sul lungo periodo (diranno: "fidarsi di balcanici di fede ortodossa e di slavi? E se la Russia acquista sempre più potere?"). Che c'è che non va in questo? Come detto, un conto è tale paura considerando globalmente il fenomeno immigratorio, un conto è tale paura in una società già frammentata o predisposta alla frammentazione a causa di precedenti e differenti immigrazioni. Che senso ha frenare il movimento di cittadini europei in una (a questo punto, presunta) unione delle nazioni europee? Semplice: se tale unione non nasce con lo scopo di dar nuova linfa ai popoli d'Europa, ma solo ai giri oligarchici "occidentali" (più sodali arabi, israeliani ed eventuali altri), allora le libertà dei cittadini europei perdono senso e importanza.

Si freni pure l'immigrazione intra-europea (affinchè si de-europeizzino le nazioni).
Si crei pure inimicizia tra etnie d'Europa o tra etnie extracomunitarie (affinchè la frammentazione sociale aumenti, non solo in funzione del sistema socio-economico attuale).
Ma il tutto senza mettere in discussione l'assunto di base dell'immigrazione massificata. Infatti, ciò che conta, per le élites che ci dominano, è l'espandersi di un modello socio-culturale e politico, adattabile a tutte le nazioni: europee, arabe, africane, ecc. Insomma, l'Unione Mediterranea come prossimo tassello del sempre più invadente Nuovo Ordine Mondiale.
(sul sito articolo completo di link ed approfondimenti)

  scritto da Iron alle ore 20:12:22
 

16.11.2007

Compressione

 
L'ipocrisia è una delle caratteristiche della propaganda multietnicista, per cui i fenomeni sociali vanno letti sempre evitando di mettere in dubbio l'assunto di base dell'immigrazione massificata e della (per gli ideologi multietnicisti) necessaria presenza allogena nelle nazioni europee. Un esempio viene da alcune questioni olandesi, quali l'ampia criminalità, un certo favore della magistratura nei confronti degli allogeni e il solito "pericolo dell'estremismo di destra". Ad ogni questione si associerà un riferimento alla cronaca italiana, di modo da mostrare un certo parallelismo come sintomo di atteggiamenti ed errori di più ampia portata che non singole realtà nazionali.

1) Secondo un recente studio, l'Olanda è la nazione europea con più crimini, dopo Regno Unito (esclusa la Scozia) e Irlanda, e immediatamente prima di Belgio e Danimarca. Secondo tale studio, circa un olandese su tre è stato vittima di un qualche crimine. Solo da questo dato generale si può già fare una considerazione: le nazioni con una storia immigratoria più ampia e più vecchia vengono anche considerate come le socialmente ed economicamente più progredite. Tale modo di vedere le cose è, in realtà, molto opinabile, perchè basato su una visione socio-economica "dall'alto", ossia dalla parte delle élites e dei loro prossimi. Se allarghiamo la visuale a realtà extra-europee, notiamo che gli USA sono una società "progredita", multietnica e, appunto, estremamente violenta. Olanda, Regno Unito (guarda caso le aree con più immigrati, dato che in Scozia la percentuale è inferiore), Belgio (e, appunto, USA) sono tutte realtà la cui storia recente ha visto forti immigrazioni e la cui contemporaneità è all'insegna di tensioni sociali, spesso legate al mondo immigrato.

Inciso italiano: in Italia l'immigrazione è un fenomeno più recente, ma ormai numericamente rilevante. Il dato interessante non è solo la percentuale (ampia) di crimini commessi da stranieri, quanto il fatto che tale dato mostra un aumento costante, anche tra gli immigrati regolari. Prospettiva che non fa sperare per il futuro.

2) Interessante è quanto la polizia di Amsterdam ha denunciato nel mese di ottobre 2007, ossia che la magistratura olandese è troppo tenera nei confronti della delinquenza marocchina. L'accusa è che reati come vandalismo, irruzioni violente in appartamenti, incendi, ecc., vengano liquidati con poche settimane o, addirittura, pochi giorni di carcere o, peggio che mai, con la scarcerazione immediata, nonostante la storia pregressa di molti degli accusati e il confronto con altri casi, simili per quanto riguarda il crimine, ma diversi nelle successive sentenze. Il Consiglio della Magistratura prova a giustificarsi, goffamente, affermando che seguono solo la legge (e i casi similari, ma con sentenze più severe?) e che ormai, secondo studi internazionali, i giudizi emessi, mediamente, non sono più così leggeri (e con ciò?). Allorchè viene un dubbio: se, mediamente, i giudizi non sono così leggeri come un tempo, contro chi vengono emessi quelli più duri?

Inciso italiano: dopo il caso di Giovanna Reggiani, l'Associazione Nazionale Magistrati è subito intervenuta per ricordare che le espulsioni di stranieri comunitari, riconosciuti colpevoli di crimini particolari e ritenuti indesiderati, devono essere "mirate" e non "di massa" (difatti le espulsioni sono state poche decine...). Massificata, evidentemente, può essere solo l'immigrazione (non solo da altri paesi europei). Come a dire: abbiamo voluto la bicicletta, ma, invece che pedalare, dovremmo tenerci... solo cocci.


3) Se la magistratura olandese è tenera con i criminali marocchini, di contro l'Associazione delle municipalità olandesi ritiene che il pericolo della polarizzazione sociale venga dagli esponenti dell'estrema destra. A fare da elemento cardine dell'accusa sono ben (si fa per dire) 27 episodi aventi per protagonisti costoro (su quale arco di tempo?). Il confronto è, manco farlo apposta, con i solo 8 attribuiti al radicalismo islamista. Ma se andiamo a dare un'occhiata a certe affermazioni fatte, troveremo degli spunti interessanti. Il sindaco di Helmond, Fons Jacobs, ad esempio, ritiene che tale estremismo sia una reazione alla violenza causata dalle bande di immigrati. Ma sia Jacobs che altri sindaci oscillano tra un atteggiamento molto conciliante e uno più sospettoso nei riguardi delle realtà radicali islamiste, senza che a ciò segua un controllo serio della galassia religiosa maomettana. Inoltre tutta la questione è mal posta, essendo opinabile il confronto tra estremismo (presunto) di destra e radicalismo maomettano, rispetto ad un più corretto confronto tra il primo e realtà immigrate più ampie che non il solo radicalismo religioso (dato che sembra contare poco l'omicidio di Theo Van Gogh). Altro spunto interessante è quanto afferma Rob Witte del Forum per lo sviluppo multiculturale. Il Forum avrebbe iniziato un programma per allontanare i giovani dall'estremismo di destra (secondo Witte, la sua esperienza indica più pericoli da costoro che da uno come Mohammed Bouyeri, l'assassino di Van Gogh! E abbiamo detto tutto!). Tale programma, se funzionerà, verrà usato per gli ambienti del radicalismo maomettano. Perciò, sembrano contare meno sia l'omicidio di Van Gogh, sia l'autoghettizzazione di molte comunità straniere. Conta invece, alla fine, solo l'impianto ideologico imbastito da alcuni settori politici e dell'attivismo sociale.

Inciso italiano: in Italia, la polemica sui romeni e le violenze scaturite dall'uccisione del tifoso laziale Gabriele Sandri hanno provocato poco nei termini di una maggiore legalità, intesa come rispetto "dal basso", ossia come limitazione della criminalità (sia come fenomeno sociale, sia come singolarità episodica), ma stanno provocando molto nei termini della costruzione di un panorama repressivo, le cui prime vittime sono i cittadini autoctoni. Se dal punto di vista dell'ordine pubblico, il caso-romeni non ha prodotto alcunchè (pochissime espulsioni e nessuna limitazione della criminalità allogena, dato il pericolo di chiusura di commissariati, ma anche l'omicidio del medico milanese Marzio Colturani da parte di rapinatori stranieri), dal punto di vista ideologico è servito a produrre maggiore frammentazione nella società, creare un clima utile a leggi più repressive (da usare, evidentemente, in modo mirato: ma, questa, sarà storia futura) e, allo stesso tempo, far circolare accuse di "fascismo" e "razzismo" di natura non ben precisata. Cosa sempre utile, quest'ultima, a tentare di imporre il silenzio su determinate questioni. Gli incidenti con gli ultras di domenica 11 novembre hanno permesso di far circolare nuovamente determinate accuse. Passando sopra all'omicidio di Gabriele Sandri, le istituzioni hanno prospettato un fantomatico pericolo "terrorista", non dandogli un carattere esclusivamente "neo-fascista" (per lasciare la porticina aperta anche ad altre realtà politicamente differenti. Meglio poter colpire chiunque...), ma facendo intendere che le vittime sarebbero lo Stato e le istituzioni. Contrapposizione che si poteva evitare, almeno moralmente, togliendo da subito la questione all'ambito calcistico, bloccando il campionato e riconoscendo immediatamente le colpe individuali. Non facendolo subito, le accuse divengono necessariamente più pesanti (a causa degli sviluppi di quella giornata), ma anche più sospette, proprio perchè nascono in un contesto di indecisione pregressa, a cui però fa seguito una colpevolizzazione politica molto opinabile.

Dal confronto tra realtà olandese e realtà italiana, emerge il sospetto di un tentativo ideologico di limitare ad ogni costo il nocciolo del problema di una società che parte già frammentata, quindi potenzialmente violenta: determinate istituzioni tendono a non riconoscere quanto l'impianto ideologico e pseudo-sociale multiculturalista e pro-immigrazione mini di per sè la coesione sociale (e, sommato all'altrettanto pericoloso orizzonte consumistico, diviene ancora più grave). Necessario finisce per diventare, conseguentemente, il trovare capri espiatori per le incertezze della società, ma anche elementi utili a reprimerne gli scontenti.



  scritto da Iron alle ore 00:04:01
 

16.11.2007

Daje Zippo!

 
Senza una casa. Senza una famiglia. Un uomo solo, anziano, senza fissa dimora è stato raccolto e accolto dai ragazzi di Casa Pound. Un uomo malato, con problematiche fisiche importanti, che necessitano di cure specifiche, continue e di una assistenza sanitaria costante. Un’assistenza medica che nessuna struttura pubblica ha accettato di fornire gratuitamente al povero senza tetto. Nonostante le evidenti, circostanze nelle quali è costretto”a sopravvivere”. L’ affetto e le attenzioni dei giovani militanti non sono infatti sufficienti a restituire una dignità all’esistenza dell’uomo. “i ricoveri al Santa Maria Goretti sono frequenti – ha raccontato Enzo Savaresi, uno dei ragazzi di Casa Pound – che accudiscono il nullatenente – noi non abbiamo ne i mezzi ne le competenze necessarie per aiutare quest’uomo, possiamo solo dargli un solido appoggio morale e una solidarietà. Abbiamo chiesto l’ausilio delle Istituzioni diverse volte ma la risposta è stata sempre la stessa: non ci sono i fondi per dare tutela a “questo” malato. Oppure hanno negato addirittura la disponibilità dei posti per accoglierlo in qualche centro di accoglienza sanitaria specifico. Un caso. Una questione che sprona alla riflessione. Chi deve proteggere, chi deve garantire un esistenza degna ai cittadini. Chi , anche se si tratta di un “barbone” abbandonato dalla società. “L’atteggiamento dell’amministrazione è paragonabile ad un “omicidio volontario” – ha spiegato così, con un’espressione incisiva il suo stato d’animo di profonda delusione Enzo Savaresi – quest’uomo finirà per morire senza aver avuto un’opportunità, una speranza. Perché gli è stata negata da chi poteva aiutarlo a guarire”.

da Latina Oggi



Prosegue l’occupazione nello stabile ex-enel, nel quartiere Santa Maria Goretti, trasformato in un centro sociale in piena regola. Un centro sociale di destra. Sono una decina le persone ospitate nella struttura, con i più svariati problemi: di salute, occupazionali o di integrazione, e delle età più svariate. Uno dei gestori di Casa Pound Enzo Savaresi, lancia l’appello riguardante un ospite di età avanzata, trasportato all’ospedale ieri, con grande urgenza, e che ha detta dei ragazzi di Casa Pound, è stato letteralmente dimenticato dall’amministrazione comunale di Latina. “Abbiamo un inquilino di 83 anni – ha detto Savaresi – che ha bisogno di continua assistenza medica, ma il comune non se ne prende carico. Da piazza del Popolo ci dicono che l’amministrazione non ha un soldo, e gli assistenti sociale fanno lo stesso. Possono giusto assicurare un qualche pasto caldo.” Una situazione sconcertante secondo Savaresi: “stanno commettendo una vera e propria omissione di soccorso, per non dire omicidio colposo”, attacca senza mezzi termini il portavoce di Casa Pound, che sottolinea ancora come l’anziano, E.Z. le sue iniziali, abbia gravi problemi di salute. “Abbiamo cercato di coinvolgere le Istituzioni – prosegue Savaresi – ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta”. Ora l’uomo è ricoverato presso l’ospedale cittadino sotto stretta osservazione medica. Sono molteplici, nell’ultimo periodo, i casi come questo. L’amministrazione sembra non avere sufficienti poste in bilancio, pur avendo annunciato, in passato, di volere realizzare un centro di accoglienza destinato ad assistere casi limite come questo.

 

da La Provincia

  scritto da Iron alle ore 15:14:56
 

03.11.2007

Vivono banchettando sui morti

Se Sartre fosse vivo straccerebbe “La nausea” perché superata dallo schifo. Non esiste un fondo del precipizio, e questo lo sapevamo, ma ogni giorno che passa l'indecoroso spettacolo dei saltimbanchi nostrani oltre a farci torcere le budella ci lascia attoniti; ci viene da chiederci, pizzicandoci: “ma davvero?”. La tragedia di Giovanna Reggiani, la donna che a Roma è stata aggredita, scippata, forse violentata e comunque uccisa da un romeno è stata lordata da un vergognoso intrecciarsi di patetiche farse.

Il governo?

Non sappiamo chi sia stato più osceno. Il governo? Quello che con la legge Ferrero si appresta a trasformare le nostre città in un'immensa bidonville eppure si scandalizza per quest'anteprima e“risolve” il problema con il decreto per la possibilità di espulsione dei cittadini comunitari. E via di gran cassa quasi fosse stato deciso qualcosa di rivoluzionario quando, invece, l'espulsione per i cittadini comunitari è sempre esistita (io, ad esempio, sono sotto espulsione dall'Austria). Buffoni!

L'opposizione?


Ma l'opposizione? S'indigna Fini, che ha firmato la precedente legge pro-immigrazione; alza la voce invece di starsene zitto. E con lui tutti quelli che “l'avevo detto io” e invece non avevano detto e fatto un fico secco. O, quando avevano combinato qualcosa, avevano solo procurato danni.

La Chiesa?

Il cardinale Ruini suona il campanello d'allarme. Pochi mesi orsono parlava però con toni trionfali del ruolo svolto dalla Cei nel favorire l'ingresso degli stranieri e ci spiegava orgoglioso che quasi la metà dell'otto per mille devoluto alla Chiesa cattolica viene utilizzato allo scopo e ciò con la principale beneficiaria, l'associazione Migrantes della Caritas che si vanta di propugnare la “reciproca contaminazione” tra etnie e culture.

I giornalisti?

I giornalisti che mestiere fanno? Ieri sono andati a intervistare zingari, romeni, albanesi, macedoni; questi, tutti, nessuno escluso, hanno espresso ostilità per gli altri gruppi etnici. Vivono in rigorosa apartheid; il paradiso universale che i profeti religiosi o laici del Mondialismo continuano a esaltare è una miserrima ghettizzazione multirazzista contrassegnata da odi etnici e da guerre tra poveri. Benché questo sia il quadro universalmente offerto dai protagonisti, nessuno degli intervistatori o dei commentatori se n'è accorto. Distrazione, mala fede o idiozia? Le tragedie si moltiplicheranno e loro, i giornalisti, che potrebbero dare subito l'allarme, si accontenteranno invece di fare puntualmente gli avvoltoi lacrimosi di ogni dramma futuro anziché impegnarsi per scongiurarlo per tempo.

Le destre estreme (e la Lega)?

Gli oppositori radicali cosa dicono? Luoghi comuni, sensazionalismo, ricerca di capitalizzazione dell'indignazione ma ben poco di concreto. Proposte e soluzioni? Qualcuno le offre ma i più preferiscono partecipare alla commedia, al gioco delle parti, proporre quel sensazionalismo trinariciuto che serve a fare da contrappeso all'indignazione popolare per consentire ai “decisori” di non far nulla. Tra due mali in genere si alzano le braccia... Certa destra estrema (o muscolare) ha una funzione cardine nell'impedire qualsiasi soluzione e, quindi, nel consolidare il fenomeno che critica. Di fatto sembra che si compiaccia dell'esistenza di questa forte frizione sociale che punta più a sfruttare elettoralmente che non a risolvere.

L'estrema sinistra?

Dov'è finita la retorica sociale in favore dell'immigrato, buono in quanto tale perché proletario internazionale? Si tratta di un'immagine a metà tra il bucolico e il grottesco, di una delle dogmatiche concezioni demenziali di cui sovrabbonda la retorica pseudomarxista; ma il coraggio di difenderla l'hanno persa? Dov'è finita la grinta della sinistra radicale? Ma quale grinta? Ma quale sinistra? Assente e silente. Aspettando che smetta di piovere

Il sindaco di Roma?

L'oscar, nello specifico, spetta comunque al sindaco Veltroni. Innanzitutto la gaffe di pessimo gusto e di cattivissimo augurio di far giocare Roma e Lazio con il lutto al braccio quando la Reggiani era ancor viva; una vergognosa e ignobile messinscena decisa per dare un “segnale” mediatico. Tanto per un sindaco che sta lasciando dissestare completamente la città, dai palazzi ai marciapiedi, ma intanto spende milioni di euro per i “circenses” quel che conta è solo l'immagine. Il cinismo paga e Veltroni lo sa.  Così l'operazione di polizia nella trashville tra Tevere e Aniene, la baraccopoli che era stata da tempo denunciata dal Messaggero (vuoi vedere che il Palazzinaro ci ha messo gli occhi sopra?) ha preteso che fosse compiuta puntualmente ieri, mentre la Reggiani ancora lottava per la vita. Prima non ci aveva pensato l'uomo “nuovo” della politica italiana. Al suo posto qualsiasi persona con un briciolo di pudore starebbe ancora vergognandosi. Ma Veltroni no; lui non sa cosa sia la vergogna e già ce ne eravamo accorti con l'obbrobrio sacrilego commesso sull'Ara Pacis Di certo il sindaco della capitale nella gestione della tragedia Reggiani è andato più in là, più in basso di chiunque altro. Davvero un record!

Domani gli avvoltoi

Fra qualche giorno i riflettori si spegneranno e si riaccenderanno solo alla prossima tragedia che sarebbe sì evitabile ma che tutti si stanno invece operando per rendere inevitabile. E, come ieri, tutti, nessuno escluso, svolazzeranno sul prossimo cadavere da puntuali avvoltoi. A noi resterà solo nel palato questa sensazione di schifo generale, totale, verso tutto e verso tutti, questo schifo che nessun Sartre metterà in prosa ma che avvolge ogni cosa che si esprime in questo Paese oramai da Quinto Mondo, perlomeno nel fattore decoro e dignità.

di Gabriele Adinolfi

  scritto da Iron alle ore 10:38:34
 

27.10.2007

Imposizioni

Mercoledi 24 ottobre è partito nelle scuole del comune di Roma il "Menù etnico, ogni mese un paese" su iniziativa dell'assessore alle Politiche Educative Maria Coscia.
Già An aveva sollevato dubbi a favore del pasto "tricolore", ma il problema è stato ben altro: "i bambini si sono rifiutati in massa - ci fa sapere M.B. addetto 'precario' al servizio mensa - di mangiare tutto quello che con fatica era stato preparato dai nostri bravi cuochi".
Il menù di oggi era dedicato al Bangladesh ("ed è stato rifiutato anche da un bambino della stessa nazione") ma non ha riscosso alcun interesse ed "anche il corpo insegnante della scuola Gregoraci, zona Romanina, - prosegue M.B. - si è lamentato perché, tra l'altro, tra le portate erano presenti tante spezie alcune delle quali mai usate in Italia, tipo il cardamomi ed il curcuma, mentre normalmente è proibito ai cuochi di usare pepe e peperoncino. Mi chiedo anche - prosegue M.B. - se tutte queste spezie siano di origine biologica come è d'obbligo per tutti i cibi utilizzati nelle mense scolastiche".
"Sorpresi anche i genitori che si sono visti tornare a casa i bambini a digiuno dato che non hanno potuto mangiare neanche la frutta perché oggi sostituita dal dessert "dolce di latte con riso"... che è stato ritrovato in terra per tutta la mensa".
"Sentendo altri colleghi, sempre nel territorio del X municipio, non è che le cose siano andate meglio. E per ultimo - conclude M.B. - , ma non per importanza, un appello a nome mio e di tutti gli alunni di Roma: 'aridatece la pizza', perché è sparita dalle mense per far posto a questa iniziativa che per ora ha prodotto solo tanto, ma tanto, spreco di cibo che abbiamo dovuto buttare (nei cassonetti che sono a 1km dalla scuola, ma questa è un'altra storia)".

Facile prevedere quale sarà il gradimento per i prossimi menù di Romania, Albania, Polonia, Perù, Cina, Marocco e Filippine.
 
 
 
 

Il solito, inutile, spreco di soldi a favore di un falso buonismo multirazziale/multiculturale.
Personalmente adoro mangiare nei ristoranti etnici: tanto per fare un esempio due settimane fa ero ad un ristorante giapponese, ieri sera ad un indiano. Ma IO ho scelto di andare a mangiare in un luogo dalla diversa cucina e dalle diverse usanze. Cosa che non implica nel modo più assoluto multirazzialità, invasioni allogene, integrazionismo da baraccone e frammistioni identitarie ed etniche.
Una cosa è essere uomini di mondo, conoscere le diverse culture e civiltà toccandole con mano propria, imparare ad apprezzare le diversità del mondo e, in tal modo, rafforzare sè stessi, la proprià civiltà e quelle altrui. Tutt'altra cosa è gettare alle ortiche la propria identità e bombardare bambini con ogni tipo di mezzo per tentare di inculcargli nella mente l'orrore per sè stessi.
Ma loro, i bimbi, come vediamo da un semplice esempio culinario, sono tutt'altro che stupidi.
Non sono ancora annientati dalla propaganda di regime.
Si ribellano alle imposizioni innaturali.
Sono vivi.

  scritto da Iron alle ore 13:33:35
 

07.10.2007

Chiamiamoli con il loro vero nome

Ultimamente si fa un gran parlare di romeni e criminalità, mostrando, ad un tempo, le statistiche sulla forte presenza immigratoria dalla Romania e la forte percentuale romena tra i denunciati/condannati per crimini. Dobbiamo considerare come corretto e, dal punto di vista di questo blog, positivo un tale allarme? Dobbiamo accodarci alle denunce di molti, che in queste ultime settimane parlano di un pericolo dall'Est?
Ad esempio, la trasmissione di Bruno Vespa, Porta a Porta, del 27 settembre 2007, titolava parte del programma con "La violenza che viene dall'Est". Oppure, il sindaco di Roma, Walter Veltroni, secondo cui le presenze dalla Romania cominciano a diventare difficili da reggere per molte città italiane. Tutto questo, in un clima generale reso sfavorevole per gli immigrati romeni.

In verità, la sensazione è che si sia nuovamente di fronte ad un atteggiamento sottilmente persecutorio nei confronti di immigrati europei (ad esempio: 1 e 2), grazie a cui si possa, allo stesso tempo, calmare le paure dei cittadini autoctoni ed evitare di affrontare il nodo della questione immigratoria. Tale nodo, ovviamente, è la sua massificazione complessiva, di cui quella intra-europea è solo una parte e neanche la centrale. Ricordando anche (cosa che comunque non viene tacciuta dai più) che dire romeni significa dire "romeni autoctoni + zingari" (con questi ultimi in prima linea per quanto riguarda determinati problemi sociali, criminalità compresa), sarebbe anche il caso di inquadrare l'arrivo di massa dalla Romania nell'onda lunga immigratoria degli ultimi 15 anni circa.

Inutile, in pratica, indicare le responsabilità romene, se non si ricorda pienamente cosa sta avvenendo dai primi anni '90, con particolare accelerazione all'inizio dell'attuale decennio. Ossia, se non si ricorda che tale immigrazione va inserità in un fiume crescente di immigrazione legale, illegale, clandestina e clandestina "sanata". Che senso possa avere accusare in maniera specifica i romeni, quando essi (essi? Ancora: romeni + zingari!) andrebbero nominati assieme ad albanesi e marocchini, quali maggiori protagonisti della vita criminale in Italia, non dimenticando le crescenti mafie d'importazione, come la cinese e la nigeriana (rimandiamo al rapporto 2006 sulla criminalità e ad un intervento recente).

Perchè il punto è questo: dov'è stata l'indignazione generale, quando aumentavano a vista d'occhio nigeriani, marocchini (e nordafricani in generale), cinesi e albanesi? Dove sono state le azioni di repressione dell'immigrazione e della criminalità allogena? Prima dell'entrata della Romania nell'Unione Europea, ossia prima dell'aumento dell'immigrazione dei suoi cittadini nei nostri territori, non esisteva una presenza significativa degli allogeni nella criminalità? Oppure, prima di allora, il grosso degli zingari presenti su territorio nazionale era distante da situazioni criminali? La risposta è, ovviamente, no.

L'arrivo di massa dei romeni (e degli zingari "romeni") si inserisce in una situazione di apertura già smodata per le masse allogene, con una crescente presenza nelle file della criminalità. Si inserisce, insomma, in un orizzonte politico e civile connottato dall'assenza di una vera capacità di porre ordine nelle città italiane e di far rispettare i confini nazionali. L'intreccio di inadeguatezza politica e legale e di crescente ideologizzazione pro-immigrati ha creato le condizioni per l'espansione straniera nel territorio nazionale, in un misto di sospetta collaborazione col fenomeno immigratorio (anche irregolare), indifferenza insensata e fatalismo. I romeni in arrivo in Italia, perciò, si trovano in un contesto sociale già fortemente degradato, con la conseguente necessità di farsi letteralmente spazio tra masse, spesso non europee, di immigrati, magari irregolari, magari "già espulsi" più volte, magari ben inseriti nelle fila della criminalità ("micro" od organizzata).

E' il nodo è anche questo: la mobilità di cittadini europei, tra le nazioni europee, viene alterata, nelle sue possibilità complessive, dalla precedente immigrazione non-europea. L'aver inventato categorie senza senso e senza radici come i "migranti" o concetti facenti passare gli immigrati come una categoria unica, spiegabile solo con l'idea del bisogno, ha eliminato la possibilità di intervenire utilmente per la propria nazione, ma anche in favore della nuova immigrazione dovuta all'espandersi dell'Unione Europea. Se si fosse stati più accorti, se si fosse evitato di annullare i confini nazionali, adesso avremmo una nazione in cui le manovre per inserire gli immigrati romeni (o di altre parti d'Europa) nel tessuto sociale sarebbero maggiori e più semplici. Abbiamo, invece, una nazione stracolma di cittadini, di sempre più aree urbanizzate, di crescenti micro-comunità straniere, senza un minimo di ordine, che non sia quello dell'imprenditorialità più deleteria, ossia quella a caccia del lavoratore con la paga più bassa, o della criminalità diffusa o dell'associazionismo parassitario ideologizzato (di vario colore politico o di vario sapore religioso).

Avremmo potuto puntare ad una crescita più attenta alle mutazioni socio-demografiche autoctone e alla nuova realtà sovranazionale europea. Così non è stato, o per incapacità (non stupirebbe) delle autorità o per ragioni altre, ossia per favorire quella frammentazione sociale che andiamo da tempo a denunciare, utile solo al dominio delle élites globalizzate.
 
 

  scritto da Iron alle ore 13:22:03
 

05.10.2007

Alla faccia dei rappresentanti...

A questo si aggiunge l'episodio di stamane...


Claudio Parisi, un uomo di sessantaquattro anni senza fissa dimora, ieri mattina poco prima delle otto si è arrampicato e incatenato alla statua del Marco Aurelio in piazza del Campidoglio per chiedere un lavoro e un tetto. La vicesindaco Maria Pia Garavaglia è intervenuta per convincere l'uomo a scendere. Queste le sue parole: "Lo sa lei che è seduto su quello che ho scelto come simbolo della città in qualità di responsabile del turismo?"

da Noreporter.org


E 'sti cazzi???
Se potesse vedere questa gentaglia, Marco Aurelio farebbe una strage coi controcazzi...

  scritto da Iron alle ore 00:17:01
 

04.10.2007

Case popolari? Ahahahah!!

Stamane mi sono imbattuto, nel sito del comune di Roma, nella pagina di ricerca delle posizioni nella graduatoria per le assegnazioni delle case popolari.

So che ci sono delle persone a me care che stanno in quella graduatoria e mi sono messo a cercare che posizione occupavano. Ovviamente, come mi aspettavo, ho riscontrato che queste persone occupavano posizioni talmente inverosimili, da far supporre che questa benedetta casa non l'avrebbero mai presa.

Poi ho voluto fare una prova.  Ho inserito il nome "Mohammad", "Ahmed", poi "Abdul" ed infine, ormai nauseato ho provato anche "Sayed"... 

Risultato ? a Roma ci sono migliaia di immigrati che presto avranno una casa popolare, pagata col sudore dei nostri padri e che i nostri bisognosi non avranno mai.

Volete fare una prova ?
Accomodatevi pure :

Bando Assegnazione di Alloggi di ERP
Graduatoria domande presentate entro il 30 giugno 2006
pagina di ricerca --->
http://www.romaincasa.net/grad_form_casa_giu2006.asp
 
 
 
da vivamafarka.com

  scritto da Iron alle ore 11:14:46
 

01.10.2007

Gb, sterilizzazione come anticoncezionale

LONDRA - Farsi sterilizzare come scelta contraccettiva. Sono in aumento le giovani inglesi sotto i 30 che si sottopongono all'intervento, certe di non volere bambini. Lo rivelano i dati del Servizio Sanitario di Sua Maestà (NHS) e una ricerca svolta dalla «Marie Stopes International», che si occupa di problematiche legate al sesso e alla riproduzione femminile. Stando ai risultati, ogni anno circa 40 mila donne sceglierebbero la via della sterilizzazione (ovvero, locclusione delle tube), mentre rispetto allanno scorso, nella sola Inghilterra si è registrato un incremento dell1% nel numero di interventi privati di ragazze non ancora trentenni. Una pratica inconcepibile per chi ha già un figlio o ne è alla disperata ricerca. Eppure cè chi lha fatto e non ne è per niente pentita, come hanno raccontato tre giovani «mai mamme» al Daily Mail.

NIENTE BAMBOLE - «Fin da bambina sapevo che non avrei mai voluto figli ha raccontato Charlie McCann, una single del Dorset che si è «regalata» lintervento per i suoi trentanni perché non mi è mai piaciuto giocare con le bambole. Mi ricordo che avevo circa 7 anni e un giorno lo annunciai ai miei amichetti, dicendo che non mi sarei mai sposata e non avrei mai avuto figli. Crescendo, tutti mi dicevano "mai dire mai", ma io ero convinta e la prima volta che mi sono informata sulle procedure per la sterilizzazione avevo 21 anni. Peccato che il medico da cui andai mi rise in faccia, dicendomi che ero troppo giovane per decidere». Per legge, i dottori rifiutano di praticare la sterilizzazione alle donne al di sotto dei trentanni o a chi non ha già un figlio, mentre andando privatamente non ci sono remore morali: basta pagare 1200 sterline (circa 1700 euro).

L'INTERVENTO - Ma Charlie, oggi 34enne, allepoca non poteva permettersi un tale esborso, è così ha aspettato di spegnere la trentesima candelina prima di andare sotto i ferri, con il placet del servizio sanitario nazionale e della madre Frances. E pensare che cinque anni fa era stata la stessa ragazza ad assistere la sorella maggiore al momento del parto della secondogenita, tagliando addirittura il cordone ombelicale. «È stato bello assistere alla nascita di mia nipote ha spiegato ancora Charlie ma il mio istinto materno è rimasto a zero». Lintervento di chiusura delle tube di Falloppio dura in genere 45 minuti in anestesia generale: le tube vengono bloccate in modo che ovulo e spermatozoo non possano incontrarsi. Il «blocco» si può attuare ponendo fasce o clip sulle due condutture, legandole e tagliandole, o persino applicando della corrente elettrica per riscaldarle e bloccarle con cicatrici.

RIPRISTINO - Sebbene non completamente irreversibile, loperazione di ripristino può essere molto costosa e problematica, oltre ad avere fra il 65 e il 95% di possibilità di riuscita. Ma Charlie non ha alcuna intenzione di tornare indietro: «Malgrado mi svegliassi piangendo per il dolore e abbia avuto crampi terribili per sei settimane, non ho mai rimpianto neanche per un minuto la mia scelta. Alcune mie amiche si sono sentite offese per la mia decisione, ma non mi considero una persona crudele solo perché la nostra società non può accettare che una donna decida di non avere figli. Se io non giudico chi li ha, perché gli altri dovrebbero giudicare me?». La pensa allo stesso modo Justine James, una ventottenne del Kent che sette anni fa si è fatta sterilizzare in una clinica privata. «Non mi sono mai piaciuti i bambini e non mi è mai piaciuto averli in giro, così perché non avrei dovuto farlo? Allepoca, il mio compagno mi appoggiò in pieno e noi abbiamo rotto solo diversi anni dopo, quando la relazione aveva ormai fatto il suo corso. Ho raccontato della mia operazione anche al mio attuale partner e lha accettata subito, anche perché nemmeno lui vuole figli. E pure i miei genitori, malgrado sia figlia unica, mi hanno sostenuto, perché la loro unica preoccupazione è che io sia felice e io lo sono davvero».

MONDO SOVRAPPOPOLATO - A differenza di Justine e come già per Charlie, anche Sarah McIntryre ha dovuto aspettare di scollinare i trenta prima di farsi chiudere le tube, perché non poteva permettersi di pagare lintervento privatamente. Oggi, che di anni ne ha 33, la ragazza non potrebbe essere più soddisfatta della drastica soluzione, anche se la sua esperienza è stata molto diversa da quella delle altre due ragazze: «Quandero una stupida teenager rimasi incinta del mio ragazzo, ma non lo dissi a nessuno e al quinto mese ebbi un aborto che mi fece andare in travaglio. Fu unesperienza traumatica che ha rafforzato la mia idea di non volerla mai più ripetere in futuro. Le mie due sorelle e mio fratello hanno tutti dei bambini, ma io sono arrivata alla conclusione che la maternità non faccia per me. E credo anche che ci siano motivazioni sociologiche nel fatto di non avere figli: perché far nascere bambini in questo mondo già sovrappopolato, quando stiamo facendo di tutto per rovinarlo? E perché dovrei esporre mio figlio al rischio della droga e delle armi?».

DISAPPROVAZIONE - I legittimi dubbi di Sarah sembrano però scandalizzare ancora lopinione pubblica, come ha sottolineato Annily Campbell nel suo «Childfree and Sterilised» («Senza figli e sterilizzate»): «Malgrado le donne stiano prendendo sempre più coraggio e siano disposte ad ammettere di non volere figli, la società moderna è meno disponibile ad accettare la cosa. Avere o non avere dei figli dovrebbe essere una scelta paritetica, ma non è affatto così, perché nel primo caso si ha la benedizione incondizionata, mentre nel secondo si viene solamente disapprovati».



di Simona Marchetti
20 settembre 2007
www.corriere.it/Primo_Piano/C...zzazione.shtml

  scritto da Iron alle ore 15:48:13
 

29.09.2007

Questo spirito malato vince

La società matrigna, antivirile, soffocante, sessuofoba, ossessiva e ossessionante ha infine prodotto la recessione dell'apparato genitale


"Un bambino su tre nasce con anomalie all'apparato genitale, i maschi sviluppano tardi e le femmine, invece, in modo precoce. La colpa è dell'inquinamento da estrogeni che sta cambiando nell'uomo le funzionalità primarie".
La segnalazione viene dal quarto congresso nazionale "Progressi in andrologia" che si tiene a Villa San Giovanni. Appuntamento annuale per gli andrologi italiani per fare il punto e confrontarsi sulla condizione dell'uomo e sulla sua "salute" sessuale.
Perché oggi, dicono gli esperti - "il maschio è meno maschio", soffre sempre di più di disfunzione erettile, di impotenza e di patologie vascolari che generano problemi legati all'attività sessuale e che provocano infertilità.
"Negli ultimi venti anni la percentuale di bambini che nascono con i testicoli retratti, criptorchidismo, è aumentata di quattro volte spiega il prof. Andrea Ledda del dipartimento di scienze biomediche, Università degli Studi di Chieti e direttore scientifico del congresso - la colpa è degli estrogeni; sono dei distruttori endocrini che bloccano la produzione del ricettore L3 che si trova nelle cellule fetali-neonatali il quale
condiziona la differenziazione sessuale del feto.
Da qui le anomalie nell'apparato genitale maschile. Inoltre gli estrogeni interferiscono nella produzione del testosterone fondamentale per la maturazione degli spermatozoi e per il mantenimento delle ghiandole che li producono.
E così si spiega il problema dell'infertilità maschile che diventa sempre più importante. Gli spermatozoi che produce l'uomo moderno sono diversi da quelli che produceva trenta anni fa.
Oggi sono pochi e di scarsa qualità. L'uomo ne dovrebbe produrre 300 milioni al giorno con un'aspettativa di vita, per quelli eiaculati, di 48 ore. Ma dagli anni '80 la natalità si è ridotta del 12%, si è accertato un deterioramento della qualità seminale e c'è stato un forte aumento della procreazione medicalmente assistita".
 
 
 
da rainews24.rai.it

  scritto da Iron alle ore 12:31:30
 

24.09.2007

Il campo dei santi

La Gran Bretagna cambia pelle: tempo ancora 17 anni e a Birmingham, la seconda città del reame grazie al suo milione di abitanti, i bianchi saranno minoranza.
Con conseguenze potenzialmente grosse per gli assetti politici, la convivenza tra le varie etnie e più in generale l'identità nazionale.
Che siano ormai dietro l'angolo per il Regno Unito mutamenti epocali sul fronte del mix razziale lo segnala uno studio compiuto all'università di Manchester da un gruppo di demografi con a capo il professor Ludi Simpson. Che cosa succederà a Birmingham è ovviamente destinato a ripetersi spesso e volentieri altrove, prima e poi.
Le proiezioni dei demografi, basati perlopiù sui tassi di natalità nelle diverse etnie e non sui flussi migratori, poco prevedibili, parlano chiaro: di qui a 12-14 anni il Regno Unito avrà la sua prima città "plurale", dove cioè i bianchi - fino a pochi decenni fa l'unica razza su piazza - saranno meno del 50% del
totale. Questa città sarà Leicester, un centro industriale dell'Inghilterra centrale con notevoli rovine romane e circa 270.000 abitanti.
L'anno scorso a Leicester i bianchi costituivano il 59,5% della popolazione, con gli indiani al secondo posto (a quota 26,5), gli "altri" al terzo (11,3%) e gli africani al 2,7%.
Nel 2021 - profetizzano i demografi di Manchester - i bianchi dovrebbero scendere al 48,4% con gli indiani sempre al 26,5% mentre gli "altri" (il riferimento è a tutti gli asiatici non indiani) dovrebbero salire al 16,7% e gli africani all'8,4%.
Le stesse dinamiche all'opera a Leicester dovrebbero far sì che Birmingham diventerà una città "plurale" verso il 2024.
A giudizio del prof. Ludi Simpson, specialista in statistica sociale, il calo dei bianchi sotto la soglia del 50% non dovrebbe portare sul breve periodo a terremoti ma già a novembre dello scorso anno la commissione governativa per l'eguaglianza razziale ha dato ad una conferenza organizzata a Londra un titolo che è tutto un programma: "Città plurali: un'opportunità o una bomba a orologeria?".
Il sindaco di Londra, Ken Livingstone, ha tuonato contro il taglio "allarmista" scelto per la conferenza e anche il prof.Simpson spara a zero contro lo stereotipo (piuttosto diffuso a livello dell'uomo della strada) secondo cui le città britanniche a minoranza bianca diventeranno "ingovernabili". E in effetti i sociologi concordano sul fatto che i bianchi in arrivo in massa dall'est europeo (Polonia in testa) possono cambiare ancora più in profondità degli "scuri di pelle" la società britannica se non accettano i valori prevalenti e lo stile di vita finora proprio del Regno Unito.
L'emergenza di grosse città europee dove i bianchi saranno minoranza non è un problema esclusivo della Gran Bretagna, che sembra fare semplicemente da battistrada. A giudizio di Trevor Philip, direttore della Commissione per l'eguaglianza razziale, le città plurali "sono una delle più importanti conseguenze della globalizzazione" e per esse andranno inventate nuove forme di integrazione.
 
 
 
dall'articolo "Birmingham sempre più multietnica" (ANSA, 12/9/2007)
 

Secondo un recente studio di un gruppo di ricercatori dell'università di Manchester, esisterebbe, in tempi brevi (10-20 anni), la possibilità che molte importanti città britanniche vedano gli autoctoni divenire minoranza etnica. Lo studio considera in particolare Leicester e Birmingham e si basa non sull'immigrazione massificata, ma solo sulle dinamiche di natalità tra i diversi gruppi etnici. Sintetizziamo due punti che emergerebbero:
Le città "plurali" o "multiculturali" (ossia le città genocide) vengono considerate da alcuni come opportunità o semplici conseguenze della globalizzazione, senza un sufficiente ripensamento per ciò che concerne la sopravvivenza (ormai, di questo si tratta!) delle popolazioni bianche autoctone, ma solo con qualche riferimento all'ordine pubblico.
Inquietante (ma non così sorprendente. Si legga Cosa c'è dietro lo stop britannico agli immigrati romeni e bulgari...) il riferimento agli immigrati dell'Est Europa, ritenuti più pericolosi, per lo stile di vita britannico, che non tutti gli altri stranieri (indiani, islamici di varia provenienza e africani).
Leicester (270.000 abitanti) è considerata, seguendo tali prospettive demografiche, come la prima città genocida nel Regno Unito, cosa che si paleserà nel giro del prossimo decennio, quando i bianchi saranno meno del 50%. Altrettanto, ma qualche anno dopo, dovrebbe accadere a Birmingham (1 milione di abitanti). E, forse, così via.
Come detto, il tutto manca di una prospettiva realmente più ampia (nonostante il blatterare sulla... globalizzazione): il fatto che i bianchi divengano minoranza non indica l'emergere di una maggiore pluralità (se non miseramente in senso locale), ma la progressiva scomparsa di una importante porzione di umanità dalla scena mondiale. L'esaltazione genocida e autogenocida per la scomparsa dei bianchi è cosa che dovrebbe far inorridire, ma sembra lasciare, quando va bene, indifferenti (grazie anche al lavorìo ideologico su colonizzazione e schiavismo, che ha fatto bere la menzogna sui bianchi "unici colpevoli").
Parlavamo, però, dell'inquietante riferimento agli immigrati slavi e balcanici: allora forse facciamo bene a considerare il progetto genocida in atto, non come un errore colossale, ma innocente, bensì come un progetto cosciente, volto alla creazione di una società artificiale, utile a determinate élites. Perchè la diffidenza verso l'Est Europa da parte britannica? Per ragioni culturali, religiose ed etniche. Tutta l'area orientale europea è dominata da forte cattolicesimo e cristianesimo-ortodosso, crescenti col crollo del blocco sovietico. In tali aree si è, sì, diffuso velocemente il capitalismo, ma rimane più ostica la diffusione dell'ideologia multietnicista. Altrettanto importante è il fatto che in Gran Bretagna gli immigrati dell'Europa orientali siano arrivati in massa e velocemente, finendo per non mescolarsi col resto della popolazione (e senza tirare in ballo paure di richiami da parte di una Russia nuovamente salita al ruolo di Madre).
Qualcuno dirà "come altre etnie". Sì, ma con una differenza fondamentale: tutti gli elementi citati mettono in forse non la società britannica di per sè, quanto la costruzione artificiale che ha preso il posto di quella, ossia mettono in forse la società genocida multietnicista. Questa costruzione ha necessità di distruggere l'unità etno-culturale bianca e il venirsi a creare di nuove comunità bianche sarebbe solo controproducente.
Ecco perchè c'è chi, nel Regno (dis)Unito, diffida di romeni, polacchi o russi, nonostante le manifestazioni d'odio degli islamici, i ghetti pachistani, il crimine crescente fra africani e afro-caraibici, ecc. Perchè il caos allogeno non-europeo è parte integrante dell'opera di distruzione etno-culturale, mentre la normale "opacità" del nuovo immigrato est-europeo è solo un fastidio da eliminare.
 
 
 

  scritto da Iron alle ore 17:46:52
 

15.09.2007

Autogenocidio

Ultimamente si è ripreso a parlare dell' ideologia "childfree", ossia dell'idea estremista di vivere una vita senza figli (neanche come progetto a venire). Una vita all'insegna del proprio esclusivo presente, dei propri piaceri e desideri, senza nessuna tensione verso un'altra vita (se non nell'accezione di amicizie sempre disponibili, anche nel loro possibile disfarsi).
A riproporre la questione sono alcune scrittrici europee, in particolare la psicanalista francese Corinne Maier (foto sopra), la quale, madre di due bambini (!!!), ha pensato bene di proporre una sorta di guida sulle ragioni per non fare figli, o, per meglio dire, sul perchè è meglio liberarsi dell'idea stessa del mettere al mondo figli. Una sorta di guida all'auto-genocidio, nell'ottica di un delirio solipsistico e demente, volto solo al proprio benessere.
La Maier raggruppa ragioni individualiste e altre apparentemente "sociali" (la crescita demografica incontrollata: ha mai pensato la scrittrice ad un libro contro l'immigrazione di massa o a diffondere le sue tesi in Africa o in Cina?), ma la puzza è quella del chiudersi in sè, avendo ormai solo scopi nel proprio "orticello". Si dirà che c'è molto ironia e autoironia nelle parole della scrittice, ma sarebbe la solita banalità, maschera di un modo di ragionare, scrivere e vivere che della serietà e della profondità ha solo orrore e nasconde, dietro un sorriso adulterato, un vuoto ormai assoluto. La Maier, infatti, afferma che senza figli avrebbe potuto passare la vita a viaggiare. La maternità, al contrario, l'avrebbe bloccata a casa. Povera donna!
E così, nell'odio per i propri figli, presenta un testo ideologicamente venefico e profondamente disonesto, come il suo riferirsi al capitalismo come molla per fare figli (!), cosa palesemente falsa, ma causata dall'ormai tradizionale traviamento dalle questioni sociali concrete (motivo del sorgere delle ideologie socialiste e social-nazionaliste, così come delle lotte per il lavoro e i diritti relativi) verso questioni irrisorie o false (come certi modi moderni di intendere la comunicazione di massa o l'omosessualità o la legalizzazione delle droghe). Le lotte sociali erano motivate non da volontà individualiste, ma da donne e uomini che volevano più pane per sè e per i propri figli. Al contrario, il capitalismo ha, per una componente importante, una forte propensione all'individualismo spinto.
Ed è proprio tale individualismo-capitalistico che permette ad una Corinne Maier di sprecare tempo ed energie per scrivere libri simili. E' proprio un tale sistema di disgregazione valoriale e di accentuazione delle logiche anti-identitarie che crea la possibilità di pubblicare/pubblicizzare simili lavori, senza il benchè minimo senso di colpa o pudore per l'essere madre e, al contempo, propagandare l'idea che sarebbe meglio vivere senza la scocciatura di un figlio! Come una Biancaneve, ancora giovane, ma già moralmente raggrinzitasi in una Strega!

Ripetiamo: non veniteci a blatterare di ironia ed autoironia. La cosa è, al contrario, mortalmente seria. E lo è in maniera forse più estesa che non il solo (centrale) tema famigliare, dato che molte delle incombenze, che la Maier attribuisce all'aver figli, sono in realtà semplici attività quotidiane. Così, dietro l'angolo, ecco sbucare il sospetto di una incapacità di vivere, di accettare la sua normale difficoltà, di accettarne la sua verità.
Il non volere figli è l'espressione più immediata di una adulterazione del vivere, frutto, a sua volta, di una sofisticazione, punto di sviluppo di un certo cammino sociale e culturale. L'idea del progresso ad ogni costo; l'idea del dover raggiungere la felicità (terrena); l'idea del dover liberare ogni minuto aspetto del vivere da chissà quali orrori. Tutto questo ha creato una non-vita e dei morti-viventi, sostituitisi, subdolamente o rumorosamente, alla vera vita e agli esseri umani autentici (somma di personalità individuale e carattere identitario). Morti viventi che vogliono non il sangue e la carne dei vivi, ma la più potente e pericolosa droga creata da quel sistema capitalistico che la Maier accusa, ma che in realtà serve puntigliosamente: la droga del "nuovo".
Il "nuovo" è il perennemente mutevole. Ogni mese le classifiche musicali danno nuovi "campioni" d'incasso; ogni anno escono modelli d'auto nuovi; ogni fine settimana apre un nuovo locale al centro; ogni stagione c'è una nuova moda nell'abbigliamento; ogni anno una nuova meta turistica; ecc. Su-su o giù-giù, comprendendo l'esaltazione per l'amore multietnico, per le città genocide (ossia, appunto, multietniche), e così via. Il tutto senza una ragione reale se non le ragioni del sistema (economico e culturale allo stesso tempo) consumistico, ossia delle élites che lo dominano o che in esso pasteggiano.
Il non fare figli e la libertà dai figli altro non sono se non la liberazione dalla normalità di una vita fatta di rapporti concreti e continui (concreti anche perchè continui), ossia il giungere ad una vita di possibili mutamenti irresponsabili. Di sempre più forti "sfilacciamenti" nel tessuto sociale, come se si preferisse un calore fortissimo, ma letale, perchè capace di disintegrare ogni cosa, alla tiepida quiete di una vita "normale" (forse, non a caso, siamo ancora nell'era nucleare, parlando anche sociologicamente).

La scrittrice olandese Renate Dorrestein (foto sopra) afferma che si può essere felici senza figli, perchè non si è uova con l'unico scopo di far nascere polli. Già, ma dimentica che le uova che non producono galli e galline (i quali hanno anche la possibilità di far nascere nuove uova e nuovi galli e galline) finiscono in padella, per cibare i padroni. La Dorrestein è convinta di non essere un uovo: ognuno è libero di illudersi, ma non sente la temperatura alzarsi sempre più?
Non sente il calore lancinante che presto altererà definitivamente i suoi tratti? D'altronde, ancora una volta non a caso, questa è l'epoca dell'aumento delle temperature globali.
Cari lettori, forse siete uova prese dal pollaio e forse siete già fritti (a godimento dei padroni).
Ma, forse, qualcuno di voi davvero non è un uovo, ma un lupo fuori dal pollaio, che, presto, creerà un branco. Pregate perchè ciò avvenga in fretta.


 
 
 
 
Viene da pensare che sono i genitori di donne come queste avrebbero dovuto avere l'idea di non avere figli...

  scritto da Iron alle ore 20:18:19
 

14.09.2007

Maggiordomi in casa nostra

È la Scandinavia l'ultima frontiera del radicalismo islamico. I miliziani che professano il jihad non mirano più soltanto al Medio Oriente e così Stoccolma e Helsinki - entrambe membri dell'Unione europea - si trovano a fare i conti con un fondamentalismo religioso assolutamente non previsto. Le società nordeuropee, libere e tolleranti, stanno pagando cara la loro famosa "apertura mentale". La Svezia è alle prese con il paradosso dei paradossi. Tutto ha inizio con l'apertura dell'anno scolastico, a fine agosto, nella tranquilla Karlshamn, vicino Malmö.
E il momento di fare la foto per la ripresa delle attività scolastiche. Il clima è teso perché la direzione ha proibito agli studenti di indossare magliette con sopra la bandiera nazionale. Potrebbero essere considerate una dimostrazione politica, ha detto alla stampa locale il preside, Pär Blondell. Ridicolo è stato il commento sia dei ragazzi sia degli adulti che, per paura di apparire xenofobi agli occhi degli immigrati, sono costretti a rinunciare al simbolo più importante, la bandiera.
Non vanno meglio le cose in Finlandia. Nonostante oggi conti poche decine di iscritti il primo partito islamico, il Finnish Islamic Party, non piace per niente ai finlandesi. La scorsa settimana il suo portavoce, Abdullah Tammi, ha detto che il primo obiettivo è raggiungere, entro lanno, il numero di firme necessario per partecipare alle elezioni municipali di Helsinki del 2008. Il passo successivo saranno le parlamentari del 2011. Il programma di Tammi è identico a quelli che si ispirano al radicalismo islamico: linstaurazione della sharia. Tra i punti figurano il divieto di vendita degli alcolici nei negozi, lesonero per gli studenti musulmani di materie non conformi allIslam (tra cui anche la musica), un codice di un abbigliamento che non sia immorale e la proibizione di piscine miste. I finlandesi, aperti e tolleranti, iniziano ad avere paura.


di Simona Verrazzo
da Libero (13/9/2007)

  scritto da Iron alle ore 21:28:19
 

11.09.2007

La verità vi fa male lo so...

Eva Herman, la più famosa anchorwoman della tv tedesca, conduttrice del tg delle 20 della prima rete Ard dal 1988 al 2006, è stata licenziata in tronco per aver pubblicamente elogiato la politica a favore della famiglia e della maternita' portata avanti dal NazionalSocialismo, e per aver aggiunto che il Sessantotto ha totalmente distrutto tali valori. Questa dichiarazione le è costata un'intera carriera passata nella tv pubblica tedesca e, di sicuro, influira' sulla carriera di scrittrice che la Herman aveva gia' da tempo intrapreso con notevole successo.
 
 
da Noreporter.org
 
 
 
"La verità ti fa male lo so"... cantavano un tempo... non potendo ribattere alle affermazioni della giornalista riguardo allo stato sociale ed ai valori familiari e di popolo portati avanti dal nazionalsocialismo, il Sistema reagisce nell'unico modo che gli è proprio: la repressione.
La paura che uno stile di vita sano e vitale possa riprendere piede tra gli europei provoca il terrore nelle menti dei progettisti del cancro mondialista massificatore: ogni voce fuori dal coro può incrinare il fragile meccanismo degeneratore. La Herman stessa aggiunge infatti alle sue dichiarazioni che quei valori sarebbero stati gli unici che avrebbero creato una barriera nei confronti dell'immigrazione e dell'islamismo in particolare. La riscoperta dei valori di Comunità e Solidarismo di Popolo è fondamentale per l'Europa e per noi Europei di fronte ai danni della società individualista.
 
Ma ancora una volta le tanto propagandate "libertà di parola e di pensiero" vengono calpestate proprio da coloro che più dovrebbero (in teoria) salvaguardarle e difenderle. Mentre i media, pluralisti nella quantità del loro numero ma non nella qualità del pensiero, si fanno organi di propaganda del regime pseudo-democratico e mondialista, le nazioni cosiddette "occidentali" e "libere" annoverano, nelle loro costituzioni e nei loro codici legislativi, leggi nei confronti di "reati di opinione" e preferenze e privilegi a favore di immigrati, omosessuali, zingari e minoranze varie a discapito delle famiglie europee.
Dalla serie "la democrazia ti permette di dire e fare tutto ciò che vuoi, ma nell'ambito di ciò che decido io".
Ipocrisia allo stato puro.

  scritto da Iron alle ore 11:44:04
 

06.09.2007

Istigazione al genocidio

In base alle Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite numero 1244 le truppe ONU intervennero nel 1999 in Kosovo per fermare un genocidio. Ma secondo un nuovo rapporto dell'American Council for Kosovo, le truppe hanno deliberatamente aiutato e spalleggiato la sistematica e quasi totale pulizia etnica della popolazione Serba di religione cristiana, perpetrata per la maggior parte da albanesi di religione musulmana.

É il rapporto stesso (Hiding Genocide in Kosovo) ad affermare che "Ogni aspetto dello stile di vita dei serbi in Kosovo è stato minacciato dall'intervento post giugno 1999 del KFOR (la Kosovo Force della NATO) e a seguito di questa nuova realtà l'esistenza stessa dei serbi è minacciata". Continua il rapporto: "I serbi sono stati perseguitati attraverso tutto il territorio del Kosovo, nel loro stesso territorio, nella loro terra. Gli sono stati negati i diritti umani basilari e sono stati discriminati rispetto ai loro connazionali musulmani".

Usando sia testimonianze oculari, che diari dei morti, che interviste ai sopravvissuti il rapporto costituisce una straziante narrazione di 8 anni di genocidio perpetrato dai musulmani albanesi, che ora chiedono indipendenza per il Kosovo. Le Nazioni Unite, con il supporto delle potenze occidentali, hanno lavorato per questo scopo, che loro chiamano "the final status". "La più grande bugia: le forze di pace rivendicarono di essere intervenute per fermare un genocidio", scrive James George Jatras, direttore dell'American Council for Kosovo. "In realtà loro ne stanno supportando uno. (...)

Il rapporto si focalizza su 12 comuni, tutti con una consistente percentuale di popolazione serba di religione cristiana. Oggi in quelle realtà i pochi rimasti sono vecchi e infermi incapaci di muoversi. La carneficina prosegue ancora, proprio sotto i nasi del KFOR. A Cernica, 45 case di serbi sono state distrutte da quando è finita la guerra e fino alla metà del 2003 erano stati uccisi 12 serbi, senza che nessuno venisse accusato di omicidio. Spesso, afferma il rapporto, ad atti di violenza contro i serbi, segue l'arresto delle vittime stesse. Ad esempio, il 5 agosto 2001, una granata è stata lanciata contro la casa di Vladimir Savic, seriamente ferito, assieme alla moglie, in seguito all'esplosione. Quando i soldati del KFOR sono arrivati sulla scena del delitto, si sono rifiutati di soccorrere i feriti, ma hanno arrestato il figlio Miomor, che durante l'esplosione si trovava nella casa con la moglie e due figli. Ogni tentativo di cercare soccorso per il padre è stato inutile, la base militare greca di Bartes, e quella americana Bondstil hanno rifiutato di accogliere civili nelle loro strutture mediche. Le vittime sono state successivamente soccorse, ma la mancanza di tempestività ha aggravato le loro condizioni, tanto che ad oggi sono mutilati ed invalidi.

Teatri di storie altrettanto sconvolgenti sono state le città di Novo Brdo, Devet Jugovica, Pristina, Letnica, Urosevac, Kosovo Polje, Vitina e Banjska. Le forze ONU sono anche accusate di aver direttamente aiutato questa pulizia etnica identificando i domicili dei serbi cristiani in ogni città del Kosovo e marchiando le case degli stessi con una croce gialla, per facilitare il lavoro dei persecutori.

 


Note:

[*1] "Il testo di Rambouillet, che chiedeva alla Serbia di ammettere truppe NATO in tutta la Jugoslavia era una provocazione, una scusa per iniziare il bombardamento. Rambouillet non è un documento che un Serbo angelico avrebbe potuto accettare. Era un pessimo documento diplomatico che non avrebbe dovuto essere presentato in quella forma", Henry Kissinger al Daily Telegraph, 28 giugno 1999

  scritto da Iron alle ore 11:43:29
 

02.09.2007

Le nuove invasioni barbariche

Saranno forse i giorni più lenti dopo il ritorno dalle vacanze, quando la città ancora vuota, invita a perdere tempo.
Ma in questa pausa di fine agosto viene la nostalgia di riandare a spasso per le strade, nei luoghi dove la memoria ci rassicura. Ma questo risentirsi a casa che resta un rito indispensabile non funziona più.
Si vaga increduli, nell'inutile ricerca di un viso consueto o del bar dove si perdeva tempo da ragazzi o della scaletta dove si era tentato il primo bacio.
A ogni rientro sempre peggio. Solo bangladini in vagare estraneo, bar di arabi, cinesi intenti nei loro avidi segreti e amerindi ad ogni angolo orinanti.
Quel vagare che ci quietava in una patria di piccole cose e gesti non c'è più. Altra gente e tra tende rotte di negozi sempre più impoveriti, chiese tra le immondizie, ci si accorge di quanto le cose vadano male.
Gli immigrati hanno una produttività ridicola, aumentano solo la nostra povertà media. Peggio sono amalgamati nel migliore dei casi dalle musiche o dai film americani: non c'è un'idea di Italia che li pieghi alla sua cultura, alle sue regole.
Ai ricchi la cosa non interessa molto. Sovente hanno i soldi e le ville proprio non avendo altro, sradicati appunto dalle gioie degli avvezzi alle piccole cose.
E i politici si perdono in parole incomprensibili, distratti pure loro da quella urbanità concreta che in Italia invece conta da sempre più di tutto.
Altri popoli d'Europa hanno un'amministrazione efficiente per istinto, come accade agli inglesi; la meraviglia per la natura e i silenzi degli svedesi; la presunzione nazionale che tormenta i francesi. Ma noi no.
L'anarchismo e la varietà dei nostri talenti ci avevano però dato almeno la meraviglia delle nostre città. Ognuna intenta nel litigio di mantenersi diversa, covare il proprio genio con esiti imprevedibili, tuttavia mirabili. Ma adesso senza ricambio. Perché è evidente, nei loro istinti gli immigrati sono meno viziati dei nostri giovani che in posa da concerto o da velina vagano inebetiti a disturbare le nostre notti.
Insomma le tribù germaniche che invasero l'Italia erano poche centinaia di migliaia di persone, un'inezia rispetto a quel Terzo Mondo che invade le nostre città e le deforma.
Esso compiace i ricchi sui loro yacht perché serve a tenere bassi i salari, e così scoraggia il lavoro degli italiani sempre più perciò debosciati. Non più difesi però dalle sinistre, le quali si beano di covare le invidie degli immigrati e mutarle in voti per loro.
Altro che contravvenzioni ai lavavetri.
Perdendo le città, donandone le case e le strade più intime, noi perdiamo più degli altri europei.
Le città italiane, piccole patrie, covi irrinunciabili di sentimenti, surrogano da sempre i difetti dell'amministrazione o del nostro carattere. Ne raccolgono il meglio da secoli. E la loro fine estinguerà perciò la nazione, nella sua civiltà e nella sua lingua.
E come me, passeggiando estranei nelle nostre città, in molti credo si saranno al ritorno sconfortati. C'è un difetto peggiore del debito o della crisi demografica che non impedì tra l'altro le meraviglie del Rinascimento. Sta svanendo una civiltà cittadina nostra. E rivengono in mente i trapassati: non solo quelli morti per la patria in guerra, ma gli avi di chiunque, recenti o lontani.
Possibile che lascino fare? Non ci inducano a una qualche rivoluzione, ch'è la sola maniera ora per salvarci?

 

  scritto da Iron alle ore 14:24:12
 

01.09.2007

Felici di gioie altrui

Quanti atleti italiani hanno vinto nella storia medaglie d'argento restando nell'oblio delle cronache sportive?
Per l'extra-europeo Howe l'argento vale invece la prima pagina dei giornali.
 
Senza voler negare il valore di Howe come atleta e il rispetto per un ragazzo felice di aver conseguito un ottimo risultato a fronte del certamente duro lavoro svolto in questi anni, al quale tributiamo un applauso per l'ottima prova atletica, la grande esposizione mediatica è dovuta ovviamente alla strumentalizzazione della propaganda multirazzialista vigente in Europa ormai da troppo tempo a questa parte.
 
Per essere considerati italiani ed europei è dunque sufficiente un foglio di carta bollata? Oppure esistono valori e caratteri etnici e culturali che eprimono una IDENTITA' dalla quale non si può prescindere per definire un Popolo?
 
Per tornare poi su di un piano puramente sportivo, c'è da chiedersi quanto siano italiane le medaglie conquistate da soggetti evidentemente non italiani: probabilmente lo sono alla stessa maniera in cui può essere considerata francese la nazionale di calcio della Francia.

  scritto da Iron alle ore 11:11:54
 

30.08.2007

Gioventù

 
Nella notte tra lunedì e martedì appena passati, a Parigi, circa 150 "giovani" (ossia africani con cittadinanza francese) si sono scontrati usando vari tipi di arma (tra cui bastoni, martelli e machette!). Le ragioni sembrerebbero riguardare la rivalità tra bande e il protrarsi di tensioni dopo gli scontri (riguardanti una quarantina di persone) avvenuti domenica 26 agosto 2007 alla Gare du Nord (col risultato di due feriti gravi).
Tra gli arrestati, l'età andava tra i 17 e i 22 anni. Cresce bene l'albero senza radici della Francia multietnicista...
Dopo l'articolo troverete un video ospitato dal blog di François Desouche sulla notte di baldoria dei "giovani francesi". E... fidatevi, quella non è solo criminalità giovanile...

Dall'articolo "Paris: 150 jeunes s'affrontent à Pigalle" (L'Express, 29 agosto 2007):

Les violentes bagarres entre bandes rivales ont éclaté dans la nuit de lundi à mardi aux abords de la place Pigalle, dans le XVIIIe arrondissement de la capitale. Des dizaines de jeunes dorigine africaine se sont affrontés pendant près de deux heures, armés de bâtons, de marteaux etde machettes. Marteau, couteau et hachoir Les échauffourées ont commencé dès minuit et demi, à hauteur de la station de métro Pigalle. A lorigine des affrontements, selon les premiers éléments de lenquête, des inconnus qui auraient tiré depuis une voiture, à laide dun flash-ball, sur des jeunes se trouvant sur le trottoir. Les violences nont pris fin que vers 2 heures du matin. Les policiers ont interpellé au total 38 personnes, âgées de 17 à 22 ans. 13 dentre elles ont été placées en garde à vue. A défaut du flash-ball, non retrouvé, les policiers ont saisi certaines de leurs armes, dont un couteau à cran darrêt et un hachoir.
Les enquêteurs estiment que ces incidents sont liés à la bagarre qui a éclaté dimanche soir à la gare du Nord, où ne quarantaine de jeunes se sont affrontés dans les couloirs du RER, faisant deux blessés graves. L'expédition punitive semble avoir été programmée, puisque lundi vers 22 heures -deux heures avant que des incidents néclatent place Pigalle- des agents de la RATP avaient repéré une trentaine de jeunes encagoulés, sur le site de la Défense.
 
 

  scritto da Iron alle ore 13:43:30
 

09.08.2007

Dopo Asterix censurato anche Tintin

Dopo Asterix e la Francia, è la volta di Tintin, il Regno Unito e il Belgio:

Regno Unito: un avvocato britannico ha denunciato, nel mese di luglio 2007, il fumetto "Tintin in Congo", reputandolo razzista e "colonialista" (oltre che per la presenza di... missionari cattolici!!!). La Commissione britannica per l'uguaglianza razziale ha accolto la denuncia, obbligando la vendita del fumetto solo ai lettori adulti (come un prodotto pornografico?!).
Belgio: nei giorni scorsi, uno studente congolese, Mbutu Monondo Bienvenu, studente universitario a Bruxelles, ha denunciato alle autorità lo stesso titolo, con l'accusa di essere razzista e offensivo nei confronti dei congolesi. Lo studente africano ha chiesto, inoltre, che tutte le copie del volume vengano ritirate dal commercio.
Il titolo in questione è uscito tra il 1930 e il '31 (non il '39, come scritto nell'articolo che citeremo).
Non si sa ancora se le autorità intendano dar seguito ai deliri repressivi del represso africano, ma un'associazione anti-razzista belga ha già mostrato perplessità per l'iniziativa (un po' di buon senso!).
Si aggiunga che, se qualche magistrato "troppo sensibile" dovesse dare ascolto al desiderio di roghi dell'immigrato, avremmo materialmente un esempio di "polizia del pensiero retroattiva".
In pratica, ma lo stiamo denunciando già da tempo, le presunte libertà e il presunto rispetto della società multietnica stanno in realtà scatenando pulsioni degne della società descritta da George Orwell in "1984" o da Ray Bradbury in "Fahrenheit 451", ma senza neanche più la libertà delle nazioni divise da veri confini (compresi quelli etnici, culturali e politici).
Dall'articolo "Tintin interdit aux mineurs en Grande-Bretagne" (S.L., Le Figaro, 13 luglio 2007):
Désormais, pour lire «Tintin au Congo» outre-Manche, il faudra avoir plus de 18 ans. Le groupe britannique Borders, qui édite en Angleterre les aventures du reporter inventé par Hergé, vient de décider de classer cet album dans la rubrique «BD adultes».
La raison : une décision de la commission pour légalité raciale (CRE), saisie par un avocat britannique, David Enright, qui est tombé par hasard sur lalbum en faisant du shopping. Pour lui, «Tintin au Congo» suggère que les Africains sont de sous-humains, que ce sont des imbéciles, à moitié sauvages». Des critiques en partie justifiées. Lalbum, publié à lépoque de la colonisation par les Belges du Congo, justifie la présence coloniale et présente volontiers les Noirs comme de «grands enfants» naïfs. Une vision qui dominait dans lEurope des années 1930. «Hergé lui-même qualifiait de péché de jeunesse » ce second album, reconnaît le Studio Hergé, qui défend luvre du dessinateur.
 
30.000 exemplaires vendus en Grande-Bretagne
Toujours est-il que la plainte dEnright devant la CRE a abouti. Borders a retiré lalbum de ses rayons «enfants». Le studio Hergé sest dit «surpris car nous pensions la controverse terminée. Mais nous pouvons comprendre les sensibilités».
«Egmont, l'éditeur britannique de Tintin, a longtemps refusé d'éditer cet album, en raison justement de son caractère colonial, des violences infligées à des animaux et même de la présence de missionnaires catholiques», explique le Studio. Mais «il avait fini par céder à la pression des amateurs qui se plaignaient que les 24 aventures du petit reporter ne soient pas toutes éditées en anglais et il l'avait publié il y a deux ans, avec un bandeau d'avertissement scellant l'album». 30.000 exemplaires ont été vendus depuis.

Dall'articolo "Accuse di razzismo  per "Tintin nel Congo"" (La Stampa, 8 agosto 2007):
Uno studente congolese residente in Belgio ha denunciato presso un tribunale di Bruxelles il celebre album a fumetti di Hergè, Tintin au Congo. Il ragazzo si è anche costituito parte civile contro Moulinsart, la casa editrice che possiede i diritti dautore di tutta lopera del fumettista belga.
Annunciata dal quotidiano fiammingo De Morgen, la notizia è stata confermata da Jos Colpin, un portavoce del tribunale di Bruxelles, riferendo che i giudici stanno ancora valutando se il ricorso è ricevibile.
Tintin au Congo è comparso per la prima volta il 5 giugno 1939, in piena epoca coloniale, quando il Congo, un Paese ottanta volte più grande dello stesso Belgio, era un vero e proprio eldorado per la piccola monarchia nordeuropea. Mbutu Monondo Bienvenu, cittadino della Repubblica democratica del Congo regolarmente iscritto allUniversitè Libre de Bruxelles ha querelato il fumetto in quanto razzista e offensivo per tutti i congolesi. Lo studente chiede inoltre che lalbum sia immediatamente ritirato dal commercio e un indennizzo simbolico pari a un euro. Intanto, dalla casa editrice Moulinsart, fanno sapere che il fumetto va considerato nel suo contesto. Commentando la vicenda, anche il Centro belga per la parità dei diritti e la lotta contro il razzismo ha messo in guardia da atteggiamenti iper-politicamente corretti.
Lalbum di Hergè, allanagrafe Georges Remi, aveva già fatto scalpore e suscitato polemche in passato in Gran Bretagna e Stati Uniti. Per una nuova edizione dellalbum, pubblicata nel 1946, lo stesso Hergè, di cui questanno ricorre il centenario dalla nascita, aveva tuttavia completamente ridisegnato lavventura, modificando la forte ideologia colonialista contenuta nella prima edizione.
Nonostante le polemiche che ancora coinvolgono il personaggio - accusato di conservatorismo, anticomunismo e misoginia - Tintin rimane ancora uno dei fumetti più famosi dEuropa, con vendite totali che raggiungono i 200 milioni di esemplari. Remi, di cui nel maggio scorso è stato celebrato il centenario della nascita, venne assunto a Bruxelles come factotum nel quotidiano ultraconservatore cattolico "Le Vingtieme Siecle", diretto dal sacerdote Norbert Wallez: questi gli affidò il supplemento dedicato ai bambini e un bel giorno nacque il giornalista dal ciuffo biondo e calzoni alla zuava, accompagnato da un piccolo fox terrier bianco. Tintin ebbe un immediato successo e, come buon giornalista, non viaggiava dove voleva ma dove lo mandava il direttore : Wallez ottenne così una prima avventura che denunciava le nefandezze del sistema sovietico ("Tintin nel Paese dei soviet") e una seconda che tesseva appunto le lodi del colonialismo belga ("Tintin nel Congo"); entrambe verranno poi ridisegnate dopo la Seconda Guerra Mondiale, un periodo oscuro anche per Hergé che si rifugiò nel quotidiano "Le Soir", nel corso del conflitto trasformato in un portavoce delloccupazione nazista.
Ciò varrà ad Hergé laccusa di collaborazionismo: ma il successo di Tintin era troppo grande e nel 1946 il personaggio verrà resuscitato fino ad arrivare a 24 avventure, lultima delle quali ("Tintin e lArte Alfa") rimasta incompiuta per la morte dellautore, stroncato da una leucemia nel 1983.
 
 

  scritto da Iron alle ore 11:38:17
 

06.08.2007

Meglio Kinder che Paolo

Il genocida Paolo Ferrero (leggere anche qui), ministro della Solidarietà Sociale (a nostro scorno), ha recentemente incontrato una delegazione di immigrati, alla quale ha proposto una manifestazione nazionale per premere nei confronti dell'attuale Governo (già fortemente ben disposto nei confronti degli stranieri) e guadagnare punti ulteriori alla causa immigrazionista/multietnicista.
L'idea di Ferrero è creare una doppia azione, dal basso e dall'alto (ossia dal Parlamento), affinchè lo spazio d'espansione degli stranieri possa aumentare ulteriormente. In mezzo, come tra incudine e martello, ovviamente rimmarrebbero gli autoctoni italiani.
Per la gloria imperitura dei genocidi globalisti...

Dall'articolo "Italia. Ferrero agli immigrati: manifestate per diritti" (Aduc.it, 29 luglio 2007):

Il ministro della Solidarieta' sociale, Paolo Ferrero, intervenendo questa sera ad un incontro con il Circolo migranti di Bologna alla festa di Liberazione lancia la proposta di una "manifestazione nazionale in autunno". La discussione dei problemi degli immigrati deve uscire dalle aule di palazzo e concretizzarsi in una azione concreta, in un "movimento dal basso" in cui gli immigrati possano palesare il loro ruolo nella societa', quello che fanno tutti i giorni e domandare a chi governa: "ci volete fare il favore di consentirci di vivere civilmente?".
Quello che manca, secondo Ferrero e' "un principio di realta'". Ecco perche', allora, "il governo va aiutato a realizzare il suo programma, perche' da solo ha qualche difficolta'. L'Unione e' brava in campagna elettorale e poi un po' meno quando si tratta di realizzare il programma".
"Il mio impegno -assicura il ministro- c'e' tutto, ma non si puo' pensare che sia sufficiente la sola delega. Ci vuole una mobilitazione dal basso e contemporaneamente una battaglia politica in Parlamento". In piazza, soprattutto, e' necessario andarci "non perche' si e' disperati -conclude il ministro- ma con parole d'ordine, avendo chiaro cioe' cio' che noi vogliamo. Penso che sia possibile -conclude- perche' deve diventare un problema politico".
 
 

  scritto da Iron alle ore 16:07:08
 

21.07.2007

Escalation

La Fondazione Nordest (si tratta di un istituto di ricerca socio-economica, voluto dalle Camere di Commercio del Nord-Est e dalle associazioni confindustriali) prospetta un arrivo di almeno 36mila nuovi stranieri ogni anno, per i prossimi vent'anni. In pratica, quasi un milione di nuovi lavoratori nella prossima generazione, solo per le regioni del Veneto, Friuli-Venezia-Giulia e Trentino-Alto-Adige.
La scusa, la conoscete ormai, è sempre la stessa, ossia servono nuovi lavoratori per sostituire i neo-pensionati e per mantenere inalterata la quota di lavoratori disponibili. La cosa, apparentemente logica, in realtà dimostra sempre più l'insensatezza degli attuali processi economici capitalistico-globalizzati, dato che, piuttosto che prendere atto dell'invecchiamento della società, si pensa di basarsi su quote ancorate al solo presente.
Una società che invecchia, in un contesto di continua evoluzione sia tecnologica che riguardo le figure professionali necessarie, non significa necessariamente apporti continui di nuovi cittadini (i quali, vi sembrerà strano, ma invecchiano anche loro...), allo scopo di avere sempre nuovi e più numerosi lavoratori (o schiavi? Visto l'andazzo generale...). Può e dovrebbe significare anche continui mutamenti socio-economici e lavorativi, allo scopo di raggiungere determinati risultati senza dover per questo iniziare una rincorsa all'aumento della popolazione attiva, col risultato di far esplodere quella complessiva.
Perchè nuovi lavoratori in numero sempre più ampio significa sempre più pensionati per il futuro, i quali richiederanno di essere sostituiti da sempre maggiori lavoratori, e così via, creando un circolo vizioso sia per il sistema pensionistico, sia per l'organizzazione più ampia della società (dall'ordine pubblico, all'ambiente, ecc.).
Sostituire, semplicemente, un pensionato con un altro lavoratore non significa guardare al futuro, ma significa solo guardare al presente e ai propri privilegi, con la speranza (sciocca) che "non cambiando squadra" (in questo caso "quota di lavoratori attivi") quei privilegi rimangano intoccati.
Mal gliene possa cogliere, a queste condizioni...

Dall'articolo "Nordest, ogni anno 36mila immigrati" (Metropoli, 16 luglio 2007):

Il Nordest avrà bisogno di 36 mila nuovi immigrati l'anno per un ventennio. La previsione e' del Rapporto Nordest 2007, presentato oggi a Mestre dalla fondazione Nordest. ''E' il fabbisogno futuro di popolazione per il prossimo ventennio - spiega Daniele Marini, direttore della Fondazione - per mantenere inalterata la popolazione in età lavorativa (20-59), in assenza di immigrazioni''. E' di 720mila il numero complessivo di nuovi immigrati necessari nei prossimi 20 anni.
''Il deficit spiega Marini - dato dal fabbisogno di nuovi pensionati, è pari per il Nordest al 36%. In Italia nel prossimo ventennio sarà necessario sostituire 1/3 dei nuovi pensionati con lavoratori provenienti dall'estero''. Tra i Paesi ricchi ve ne sono solo quattro con deficit superiori a 25% (Italia, Spagna, Germania e Giappone); altri con deficit molto ridotti, inferiori al 10% (Svezia, Francia, Regno Unito, Australia, Corea del Sud), altri in posizione intermedia.
Tra i paesi poveri le cose sono molto diverse e la situazione è opposta con situazioni estreme di surplus: nel prossimo ventennio l'insieme dei paesi definiti come ''in via di sviluppo'' presenteranno annualmente un surplus oltre 20 volte superiore al deficit espresso nel ventennio dall'insieme dei paesi ''a sviluppo avanzato''.
''Nel Nordest nel prossimo futuro ci sarà sicuramente una situazione di deficit (a Trieste 51%, sopra il 40% le altre province del Friuli Venezia Giulia ma anche Belluno, Venezia, Rovigo) con situazioni differenti in base anche all'andamento del tasso di fecondità di questi anni''.
Se nel passato gli immigrati sono arrivati attratti da un mercato del lavoro che aveva bisogno di loro per ricoprire mansioni di fatica e poco retribuite è da attendersi che questo richiamo non verrà meno nei prossimi anni, accentuato anche dal ridursi dei lavoratori autoctoni. ''C'e', quindi, da attendersi che i flussi di immigrati seguiranno i ritmi degli ultimi dieci anni: 250mila ingressi annui in Italia e 35mila nel solo Nordest - conclude Marini -. Pertanto l'Italia e il Nordest sono destinati a divenire sempre più società multiculturali''. La fondazione Nordest ha interpellato, per una lettura delle prospettive, anche i governatori Giancarlo Galan del Veneto, Riccardo Illy del Friuli Venezia Giulia e Dellai di Trento. 'Spiega Marini: C'è chi, come Dellai, interpreta il Nordest ancora come luogo di sperimentazione di possibili e necessarie forme di integrazione sotto il profilo interistituzionale, economico e produttivo. Ma nello stesso tempo guarda anche alle relazioni con le altre regioni del Nord dell'Europa e prefigura la necessità di rafforzare l'idea di una regione alpina'.
E chi, invece, pur considerando il Nordest ancora una rappresentazione fortemente diffusa, tuttavia ritiene (come Illy) che si debba guardare alla costruzione di una macroregione europea con le aree transfrontaliere (Carinzia, Slovenia, le Contee Istriana e Litoraneo-Montana della Croazia). Chi infine, come Galan, osservando il Nordest sotto il profilo istituzionale riesce a intravederne una geografia contenuta al Veneto e al Friuli Venezia Giulia.
 
 

  scritto da Iron alle ore 16:46:46
 

11.07.2007

Andiscendenza...

Vivono beatamente, accondiscesi in tutto ciò che pretendono, perché sono tanti, tantissimi i musulmani in Francia e sanno far valere i loro "diritti".
La parola "dovere" è sconosciuta.
Ecco alcune voci che pretendono:
I giovani musulmani vogliono essere esentati dai corsi di sport e di biologia ma senza essere penalizzati agli esami. Esigono ed ottengono degli orari, riservati a loro, esclusivamente, nelle piscine comunali. Le studentesse musulmane quando devono dare un esame esigono ed ottengono di essere accompagnate dai loro mariti e di essere interrogate solo da insegnanti donne. Una associazione musulmana "UNIR" all'università di Parigi XIII contesta il diritto di un professore " di cultura occidentale" di giudicare il lavoro di uno studente musulmano.
I musulmani reclamano ed ottengono l'eliminazione delle feste di Natale in certe scuole primarie. Gli studenti musulmani, prendendo come scusa la legge della laicità, reclamano ed ottengono il ritiro degli alberi di Natale in diverse strutture scolastiche e perfino negli asili.
I musulmani reclamano ed ottengono l'abolizione della carne di maiale nelle scuole francesi.
Coloro che lavorano negli uffici pretendono dei giorni di ferie supplementari per le feste islamiche. Nei licei e nelle università i musulmani pretendono delle stanze per pregare. Inoltre chiedono a scuole, università e luoghi di lavoro degli orari per le loro 5 preghiere al giorno.

I musulmani pretendono una revisione dei libri di storia francesi allo scopo di poter inserire la loro storia e la loro religione. Nei testi francesi stanno per essere cancellati tutti i riferimenti a Giovanna D'Arco e altri, per non.imbarazzare i musulmani. Le donne musulmane esigono di poter praticare degli impieghi pubblici ( amministrativi, scuole, ospedali ) ma sempre con lo chador. Delle studentesse in medicina e velate esigono di curare solo donne. Uno dei libri più antisemiti che esistono: "Il protocollo dei saggi di Sion" , VIETATO in Francia, circola, liberamente nelle periferie e librerie musulmane. Succede che dei medici francesi siano picchiati per curare delle donne musulmane senza il consenso dei loro mariti.
In un buon numero di licei francesi, in maggioranza afro-maghrebini, si trovano delle scritte:" Morte agli ebrei", "Morte ai cristiani" e "Viva Bin Laden". Molte delle associazioni di estrema sinistra e di musulmani, che vorrebbero passare per moderati, militano per la sparizione dello stato di Israele e degli ebrei. Alle manifestazioni di protesta contro la guerra in Iraq, certi " pacifisti " musulmani, esibiscono ritratti di Bin Laden e di Saddam. Vi sono delle "Milizie islamiche" che fanno la ronda nelle vie di Anversa per" sorvegliare i cattivi piedipiatti bianchi razzisti" e applicano la loro propria legge. Le nuove leggi vogliono obbligare la polizia, l'esercito e la funzione pubblica di assumere i "giovani immigrati" e 35 imprese, di cui France Tèlévision, Peugeot e il gruppo alimentare "Casino"hanno firmato un contratto di preferenza agli stranieri per assumere personale dalle loro file. Ogni straniero assunto significa un francese disoccupato. E ancora: nei licei le musulmane si infilano il loro mantello prima di andare in classe per non provocare gli studenti, perché i padri musulmani si rifiutano che le loro figlie siano lasciate in classe con studenti maschi e il maestro che sostituisce la maestra. Una scuola ha dovuto passare a setaccio per riconoscere le madri con il burka prima di rendere i loro figli. Nelle scuole primarie gli allievi sono arrivati al punto di istituire l'uso separato di due rubinetti nelle toilettes: uno riservato ai musulmani, l'altro ai francesi. Un responsabile locale di culto musulmano ha chiesto che siano previsti degli spogliatoi separati nelle sale da sport in quanto, secondo lui, " un circonciso non può spogliarsi accanto ad un " impuro".
Secondo uno studio deliberato dal Ministro della Difesa, Michele Alliot-Marie, sulla questione "in caso di conflitto, sareste pronti ad impegnarvi per difendere la Nazione?" Su dieci giovani immigrati sette rispondono di no, due preferiscono ridere e star zitti, uno solo pronto a versare il sangue per la Francia. Un orribile uomo chiamato Djamel per aver bruciato VIVA una ragazza, Sohane Benziane, si è visto acclamato nella sua città di Val de Marne alla ricostruzione dei fatti. I "giovani Neri musulmani" dopo aver bruciato VIVA un vigile di razza bianca di un supermarket a Nantes (nel 2002) non hanno provato alcun rimorso, anzi, ne sono fieri. Circola un manuale di buona condotta "Il lecito ed il non lecito nell'Islam" venduto in Francia da 10 anni che spiega come un "buon musulmano" deve picchiare la sua donna:"Con la mano", senza usare la frusta, ne il bastone di legno e risparmiare il viso.


Le altre comunità religiose : induista, buddista e tante altre NON esigono le stesse rivendicazioni equivalenti ai musulmani.
Questa "integrazione islamica" vi è pure in Svizzera, Germania, Austria, Olanda, Belgio, non parliamo poi dell'Inghilterra ma, soprattutto, in tutta la Scandinavia, ove la protervia musulmana fa da padrona.
QUESTA E' L'INVASIONE MUSULMANA! E SI DEVE ACCETTARE???

 
di Ercolina Milanesi
 
 
 
"Con le vostre leggi vi invaderemo, con le nostre vi sottometteremo"
(Muammar Gheddafi)

  scritto da Iron alle ore 11:53:48
 

20.06.2007

La comunità diseducante

Un altro genitore ha malmenato un preside colpevole di aver bocciato suo figlio.
Il pestaggio dell'insegnante sta diventando un altro costume italiano, come le lasagne e il caffè espresso.
Altri nascenti costumi italiani caratteristici: l'uso di coca così massiccio da lasciare tracce rilevanti nell'aria di Roma e nell'acqua del Ticino.
Il palpamento e il vilipendio di professoresse (terrorizzate, se reagiscono, di essere licenziate o condannate in tribunale) da parte di scolari impuniti, ripreso dai loro telefonini per goderne poi nel branco.
Le dodicenni-cubiste che si fanno scopare dai tenutari di discoteche.
I mariti che ammazzano le mogli, i fidanzati che ammazzano le fidanzate che vogliono lasciarli, e poi simulano una rapina fatta da albanesi.
I bulli a scuola, con genitori più bulli di loro.
Una volta si parlava della società come «comunità educante».
Ora, siamo alla comunità diseducante.
Questa non è la solita lamentosa domanda sul «dove stiamo andando».
Perché è molto chiaro: stiamo andando esattamente nella discarica abusiva dove finisce una società che, nel complesso e radicalmente, non crede più in Dio.
Ciò significa che non ha più la minima nozione che la vita sia un «còmpito», qualcosa che ci è stato dato per migliorarla, elevarla, compierla.
Nessuno, evidentemente, ha più l'abitudine di fare l'esame di coscienza: cosa ho fatto di male?
Cosa devo «rettificare in me»?
Solo una grande, continua, corale auto-indulgenza.
Perfino «cattolica». (1)
L'effetto è quello che vediamo.

Nei cuori, non più un briciolo di tensione al bene e al bello, ma un pauroso brulicare di voglie e di rabbie meschine, di cui non ci si vergogna, ma che anzi si lasciano esplodere in vendette da teppisti.
Le infinite secessioni corpuscolari di vallata e sedizioni di quartiere; l'incapacità di adeguarsi ad un futuro condiviso, per appiattimento totale nel presente, nell'immediata soddisfazione degli impulsi primari e dei propri egoismi minimi.
Quando la vita non è sentita come un compito, è sentita come una grande ricreazione, distrazione, divertimento.
Ciò che conta è godere, non perdersi un godimento.
Un tempo libero da godere, illimitato, sottraendone il più possibile a ciò che sa di «dovere» e fatica, sentiti come aridità ingiustificabile.
E infatti, dilagano le «feste», dai concerti pop ai lugubri carnevali di travestiti e trans: essi occupano tutto lo spazio pubblico.
Nel concerto rock vicino a Mestre, trentamila erano lì a rischiare la vita nel crollo delle installazioni.
Trentamila copie vendute di un libro, in Italia, sono un successo raro, che avviene ogni cinque-sei anni.
Non fossero crollati i colossali amplificatori, erano attesi per Vasco Rossi (per Vasco Rossi!) centomila sub-umani, non tutti giovanissimi.
Personalmente, ciò che mi ha colpito di più è stato il fatto che, mentre le incastellature cadevano, quelli che non erano sotto feriti a gridare doloranti, che cosa hanno fatto?
Hanno ripreso la scena coi telefonini-video.
Ciò mi ha ricordato una scena spaventosa in una spiaggia arida cilena, immensa, deserta.
Milioni di crostacei nerastri ci guardavano.
Bastonate casuali bastavano ad ammazzarne una dozzina per cena; i granchi più vicini al massacro fuggivano nel panico.
Ma già a tre metri, tutti gli altri milioni alzavano i frementi occhietti a periscopio: alzavano i loro «telefonini» per fissare la scena nel loro cervello rudimentale.
Esseri larvali, incompiuti, gli uni e gli altri.
Nemmeno dotati di istinto di sopravvivenza: privi di coscienza individuale, vivono solo un'esistenza collettiva.
Perché alzavano i telefonini, i granchi da concerto pop?
Perché altrimenti non possono provare di «esserci stati».
Infatti, non ci sono, perché non esistono.
Un giorno, quando si alzerà accecante il fungo atomico, milioni di giovani, un attimo prima di essere torrefatti, alzeranno i telefonini per riprendere l'evento: c'eravamo anche noi, vedete, abbiamo fissato tutto nella memoria flash.


Che simili esseri non contemplino più l'esistenza di Dio, non stupisce.
Hanno raggiunto un livello zoologico inferiore ai mammiferi.
Esistono a malapena già nell'aldiquà, figurarsi nell'aldilà.
Un'amica mi ha accusato di essere troppo pessimista, di non parlare mai delle virtù degli italiani.
Già: ci devono essere ancora italiani decenti, che lavorano, che fanno il loro dovere, che eseguono il compito della loro vita, che allevano i figli nella buona educazione e nella bellezza.
Forse ci sono, perché ancora qualcosa funziona.
Il guaio è che non sono loro a dare il carattere alla società.
Tutto lo spazio pubblico è occupato dal gay pride coi suoi loschi culturisti e travestiti, dai crostacei-pop, dai bulli di prima e seconda generazione, dai porno-bambini.
I ministri vanno dai gay, sono quelli i voti che cercano di guadagnarsi, mica di quelli che lavorano.
Tanto, i politici sanno che gli onesti e i decenti non contano nulla.
Hanno perso il  voto di lavoratori e piccoli imprenditori produttivi, ma hanno dalla loro i pervertiti: è il «corpo sociale» che coltivano e ascoltano.
Ciò che rende disperante la situazione, è che le istituzioni occupate da ladri, cocainomani, trans e saccheggiatori «danno l'esempio»: ad essi corrisponde precisamente la società dei bulli, degli energumeni, dei crostacei-pop e del branco violentatore.
Se un senatore furbo prende l'ambulanza per andare ad un talk show, e un altro senatore «a vita» non si dimette dopo essere stato scoperto, a 82 anni, a farsi comprare la coca dalle sue guardie del corpo (guardie di Finanza), vuol dire che l'indecenza viene prescritta e approvata dall'alto.
E che «l'autorità» non può nemmeno lontanamente pretendere dalla società una qualche fiducia e credibilità, non può richiamare ad uno sforzo comune in vista di un futuro migliore, non può lamentarsi dell'indocilità generale.
La corruzione della «autorità» alimenta quella della società, e viceversa: insieme si diseducano, insieme diventano ogni giorno più energumeni.
La società?
Il termine è sbagliato: ormai siamo una dis-società, un generale «dissociarsi» in gruppi minimi, fra loro ostili.
Non si riesce a mettersi d'accordo su una minima scala di valori: c'è sempre chi glorifica l'anormalità, il «diritto» alla vita gay, a «non essere repressi» nemmeno a scuola, a «legalizzare» l'ero e la coca.
E pretende ed ottiene pari «dignità di parola», anzi minaccia di adire alle vie legali contro chi si oppone («omofonico», «antisemita», «intollerante»).
Una società così dissociata non avrà mai la coesione minima per liberarsi dei suoi oppressori, il cosiddetto «governo», i ladri che la taglieggiano.
Infatti siamo un grumo formicolante di rivolte, di sedizioni permanenti ed endemiche, che non riescono a comporsi in rivoluzione.


Questa situazione, signori, è tragica.
Perché una simile patologia, non si vede come si possa guarire.
Come «riformare» una società rabbiosa, stupida e dissociata fino al grado zero del vivere comune?
Un coacervo sub-umano che ha raggiunto lo stato finale di entropia previsto dalla legge della termodinamica, il degrado di ogni «forma» e «struttura» in un pulviscolo di insubordinazione, maleducazione e grossolana stupidità generale?
Cosa può riportare la forma e il senso nella società che ha smesso di esserlo?
Il cristianesimo riportò dignità nella società del basso impero degradato; ma oggi chi cercasse d'imporre la necessaria severità occorrente per la cura, anche solo minacciando le pene eterne, avrebbe contro non solo gli sghignazzi dei gay e dei legalizzatori d'aborti, ma i vescovi buonisti e perdonisti.
Quelli, per intenderci, che ingiungono ai parenti del morto ammazzato, riuniti per il funerale, di perdonare subito sul cadavere ancor caldo: l'intenzione sarà buona, ma vista in TV spande un'aria generale di auto-assoluzione, è un invito corale all'auto-indulgenza.
Forse occorre una coercizione estrema, il terrore di polizia e di Stato?
Ma dovrebbe essere  imposto da una potenza straniera, estranea, per mancanza qui all'interno di ogni  coscienza del male e serie voglia di porvi fine.
Ci guarirà la miseria estrema, il ritorno alla fame che sicuramente colpirà una società così disorganizzata e sediziosa?
Ma sarebbe un'orgia di violenze, di energumeni intenti a strappare il pane di bocca ai vecchi e ai malati.
Una nuova fede conquistatrice?
L'Islam?
Si guarda con invidia al taglio delle mani, alla fustigazione, alla decapitazione con scimitarra.
Ma non basterebbe.
I sintomi sono gravissimi.
Perché si picchiano i professori?
Perché sono rimasti gli ultimi che, flebilmente e soli, ricordano che esiste un qualche obbligo e dovere.
L'insegnante che ha tentato una pedagogia, obbligando il bulletto a scrivere cento volte «Io sono un deficiente» (una semplice piana verità), è stata condannata al carcere dai magistrati.


Dunque il bullismo è assolto, l'educazione è punita.
Hanno picchiato Bertolaso.
Ossia il solo funzionario pubblico che, nella latitanza dei politici, prova a riparare ad una catastrofe d'inciviltà delinquenziale, corre qua e là con la sua maglietta blu di soccorritore, prova ad ottenere risultati, ci mette la sua faccia, si espone, disturba interessi criminali incistati.
Paesani campani, guidati dalle loro camorre di riferimento, l'hanno pestato a dovere.
E' una lezione che non sfuggirà a tutti i ladri di Stato e parassiti pubblici: mai farsi vedere là dove occorre.
Invece, farsi vedere al gay pride, e riprendere dai telefonini e TV.
 


di Maurizio Blondet
 
 

Note
1) Non assolvo noi pochi credenti e cristiani: anche noi lo siamo in modo insufficiente e formale, anche noi non facciamo esami di coscienza. Altrimenti non si spiegherebbe come mai abbiamo cessato di essere lievito nella società.

  scritto da Iron alle ore 22:45:36
 

09.06.2007

Giungla Italia

Rischia il linciaggio un giovane rom arrestato vicino Foggia per violenza sessuale ad un ragazzo di 13 anni. L'immigrato, venditore ambulante di origine serba, ieri pomeriggio vendeva le sue chincaglierie nel giardino comunale di Orta Nova, piccolo comune di 18.000 anime ad una ventina di chilometri da Foggia. Ha adescato il ragazzino nel parco, e con la forza e le minacce l'ha trascinato in un angolo buio e l'ha violentato più volte. Nessuno ha visto nonostante i giardini fossero invasi da un gruppo di giovanissimi studenti che festeggiavano insieme ai loro professori la fine della scuola.

Il ragazzo ferito, tornato a casa, ha raccontato tutto ai genitori, che si sono subito messi alla ricerca del giovane violentatore, rintracciato ancora nei pressi dei giardini pubblici del paese. Per sottrarlo al linciaggio dei parenti e degli amici della vittima, è dovuta intervenire una pattuglia di carabinieri che lo ha trascinato in caserma e lo ha arrestato. La sua vittima è stata invece trasportata in ospedale per le cure del caso. A quanto si è appreso. il giovane rom si trovava da qualche giorno ad Orta Nova, dopo essersi allontanato da un campo nomadi della provincia di Napoli.

Il vice sindaco Gerardo Tarantino di professione fa il medico; ieri sera era di turno e ha visitato il giovane violentato: "Come professionista ho ordinato al ragazzo alcuni esami. Come amministratore conto di parlarne al più presto con i miei colleghi per decidere una reazione comune. Di immigrati e zingari, in città se ne vedono molti ma finora la convivenza non ha dato problemi. Credo che quello che è capitato ieri sera sia stato un caso del tutto isolato e spero proprio che rimanga tale".


da La Repubblica

  scritto da Iron alle ore 14:47:37
 

04.05.2007

Lebbra a Milano!

Sul suo volto, i segni tipici della lebbra. Quando un immigrato della Nuova Guinea, 19 anni, clandestino da tre mesi a Milano, si presenta alla Clinica dermatologica del Policlinico, i medici non hanno dubbi: il giovane ha la facies leonina (zigomi pronunciati, orecchie ingrossate, niente più sopracciglia nè ciglia). E' un lebbroso. Nel giro di pochi giorni, nuovo paziente, identica malattia: in via Pace arriva un filippino, 40 anni, un regolare permesso di soggiorno e appartamento in città con moglie e figli. La diagnosi è la stessa. Nell'ultima settimana a Milano si sono contati due casi di lebbra. Un numero insolito perchè la media a livello nazionale s'aggira sui dieci infettati l'anno. La concomitanza dei due episodi milanesi è, con ogni probabilità, da attribuire al caso. Ma fa impressione.
Entrambi i malati sono stati visitati da specialisti degli ambulatori del Policlinico di via Pace, punto di riferimento in città per una malattia che nell'immaginario collettivo riporta al Medioevo o al Terzo Mondo. Tutti e due hanno contratto il morbo nel loro Paese d'origine. Dagli esami risulta che si tratta di una forma di infettiva. E' un tipo di lebbra multi-bacillare (ossia con una carica batterica particolarmente elevata). Gli specialisti sono intervenuti con prontezza. Senza neppure attendere l'esito delle biopsie cutanee hanno fatto trasferire con urgenza i pazienti in Liguria. Due i viaggi in ambulanza, a pochi giorni di distanza l'uno dall'altro. All'ospedale San Martino di Genova c'è un centro specializzato nella cura del morbo di Hansen (definizione scientifica di lebbra): alla sua guida, uno dei massimi esperti a livello italiano, Enrico Nunzi. I medici che hanno assistito i lebbrosi lungo il percorso hanno adottato tutte le precauzioni del caso, uso della mascherina in primis.
Immediatamente sono stati informati della situazione il ministero della Salute, il dipartimento di Prevenzione dell'Asl e Palazzo Marino. In questi casi devono scattare misure di sorveglianza anti-contagio nei confronti dei familiari e delle persone che sono venute a stretto contatto con gli ammalati. Il filippino viveva in un appartamento in affitto, l'africano in una comunità alloggio del privato sociale. Marco Cusini, medico della Clinica dermatologica del Policlinico, non vuole scatenare allarmismi: «Non c'è rischio di epidemia - insiste Cusini -. Il contagio è possibile solo con un contatto prolungato fisico o areo. Anche se, giustamente, saranno attivati meccanismi di sorveglianza tra i familiari e gli amici degli ammalati». Anche da Genova arriva un richiamo alla prudenza: «La popolazione non corre rischi: più del 95% delle persone infettate non si ammala - rileva Enrico Nunzi, docente di dermatologia all'Università di Genova e direttore del reparto hanseniani del San Martino -. Non va scatenato il panico».

 
 
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Quando sentite parlare un antirazzista, fra i mille motivi idioti che sentirete da lui, per giustificare quella cosa contronatura che è il mischiamento razziale, si inventerà pure che il mischiamento razziale contribuirebbe al miglioramento del corredo genetico delle persone e dei popoli.

Ma dove è mai successo, nella realtà, questa cosa?

Al limite ciò lo si può dire del mischiamento etnico, ma sfido io a dire che uno spagnolo ed un portoghese (veri spagnoli e portoghesi, non quelli detti tali a causa di un pezzo di carta!) sono di due razze diverse!! Solo un idiota sarebbe capace di dire che un Juàn Carlos ed un Luìs Figo siano di due razze diverse...

Vediamo, ora, come sarebbe "vantaggioso" mischiare le razze: loro vi citeranno qualche malattia rarissima diffusa in popoli ristretti, ma non vi citeranno mai gli islandesi, i quali NON hanno alcuna malattia, pur non avendo avuto contatti con altri popoli per centinaia di anni... Inoltre non vi citeranno mai casi personali, chissà come mai? Perchè, se si affidassero all'esperienza quotidiana, non potrebbero rimanere antirazzisti!!!

Vi hanno mai parlato di Sam Ellis? No, e vi dico subito il perchè!! Sam Ellis era un cittadino australiano con genitori di stirpe europea, indocinese ed aborigena, un vero sogno per i mischiarazze!!! Un giorno ha sviluppato la leucemia, malattia potenzialmente mortale, ma che è facilmente guaribile con un semplice trapianto di midollo osseo.

E qui casca l'asino: ha avuto il midollo osseo da donatori bianchi, da donatori gialli, da donatori aborigeni, da mezzisangue, ma nessun midollo osseo ricevuto andava bene; lui era un mezzosangue, e nessun midollo osseo gli andava bene per sopravvivere, ed infatti è morto.

Dove sarebbe mai il vantaggio di mischiare le razze? Di morire, nel caso capiti una malattia potenzialmente mortale come la leucemia? Certi idioti che vogliono rimanere antirazzisti potrebbero rispondervi che è un caso limite, e che con la scienza di oggi, si potrà risolvere anche questo problema.

E' infatti grazie alla tecnologia dei bianchi ed alla medicina dei bianchi, che noi siamo arrivati al livello tecnologico di questa società; se avessimo aspettato gli altri, invece di progredire per conto nostro, ancora non avremmo avuto il carro!!!! Ma è poi davvero conveniente un uso eccessivo della medicina, per far sopravvivere troppo a lungo chi è destinato ad una precoce morte? Otteniamo solo di diventare maggiormente dipendenti dai macchinari per la nostra sopravvivenza!

Sopravviverebbero così tanti mezzisangue, se noi non avessimo questa tecnologia, e vivessimo di più allo stato di Natura? Certo che no, è la Natura stessa ad aver sfavorito i mezzisangue, e non certo le sovrastrutture sociali di cui vanno tanto blaterando certi sociologi d'infima qualità!

Si limitano a queste malattie mortali le differenze genetiche? Si limitano ai mezzisangue le differenze nella salute? Certamente no!!!


Prendiamo ad esempio l'asma dovuta al fumo: negli USA, di recente, hanno condotto uno studio nel quale si sono paragonate le vite di diverse famiglie, bianche e nere, con i genitori fumatori; i bambini neri sviluppavano di più, e prima, l'asma ed altri problemi respiratori (ed alla lunga, sono più facilmente soggetti al tumore ai polmoni!).

Una malattia molto diffusa fra i neri, ma inesistente nei bianchi (almeno in quelli che non hanno un'ascendenza nera), è l'anemia falciforme. Tra i bianchi, invece, quelli che non hanno alcuna parentela (più o meno vicina) nera, non è affatto sviluppata questa malattia, chi invece, pur essendo bianco, ha una ascendenza nera (più o meno vicina), ha la possibilità di sviluppare questa malattia.

E dove sarebbe il vantaggio del mischiamento razziale? Che un bianco senza antenati neri non sviluppa l'anemia falciforme, mentre un bianco che ha antenati mischiatisi coi neri può svilupparla?

Facciamo ora un esempio con una malattia sviluppata dai bianchi, e non dai neri, la fibrosi cistica. Prima di fare l'esempio, vorrei però far notare che, mentre si parla spesso e volentieri di una tipica malattia nera come l'anemia falciforme, nessuno ci fa sapere che i bianchi possono avere la fibrosi cistica molto più facilmente dei neri... Forse perchè si certuni sono interessati affinchè malattie come questa si diffondano ancor di più tra i bianchi?

Tornando al nostro esempio, gli unici neri che hanno la fibrosi cistica, ce l'hanno perchè hanno antenati bianchi che avevano quella malattia. Lo stesso ragionamento, naturalmente, vale per OGNI malattia genetica e per OGNI razza, e non solo per la bianca e la nera, che ho solo preso ad esempio...

Abbiamo appena visto che una malattia tipica dei neri (l'anemia falciforme) può essere sviluppata dai bianchi, solo in presenza di antenati neri, mentre una malattia tipica bianca (la fibrosi cistica) può essere sviluppata dai neri, solo in presenza di antenati bianchi.

E dove sarebbe il vantaggio del mischiamento razziale? Nel fatto che si mischino le malattie? Nel fatto che un mezzosangue può avere le malattie sia dell'una che dell'altra razza, mentre chi non è mischiato, non può avere malattie che solamente le altre razze hanno?

Veniamo adesso all'ultima sacca di resistenza degli idioti e degli antirazzisti più irriducibili: le malattie infettive, le quali non hanno propriamente una base genetica, e per le quali non è necessario il mischiamento razziale, affinchè si presenti. Anche qui si vede che i mezzisangue sono meno resistenti delle persone non mischiate, e che più facilmente sono soggetti a malattie infettive, e più difficilmente ne vengono curati.

Facciamo, anche per questo caso, un esempio: quando gli europei arrivarono in America, bastavano malattie assolutamente normali come il raffreddore per uccidere gli amerindi (di origini razzialmente varie, e non unica, come invece si pensa generalmente). Inoltre, se noi abbiamo portato malattie "pericolose" come il raffreddore agli amerindi, anche loro ci hanno "donato" malattie come la sifilide; la sifilide, trasmessibile per via sessuale, e che sembra la punizione per il fatto che gli spagnoli non abbiano resistito agli impulsi sessuali, ed abbiano voluto sposare le amerindie...

La sifilide non è certo l'unica malattia che ci è stata "donata", e ci sono persino malattie che noi ritenevamo di aver sconfitto ma che, grazie all'immigrazione di massa da parte di altre genti da altri continenti, stanno ritornando in Europa; erano decenni, se non secoli, che non si sentiva più parlare in Europa di tubercolosi e di malaria, ma, grazie all'immigrazione, stanno ritornando nelle terre europee, e bisognerà adeguare le strutture ospedaliere anche per malattie di cui quasi si era persa memoria fra i popoli europei...

In tutto ciò nessuna persona razionale può vedere il vantaggio del mischiamento razziale, per il semplice fatto (e non è razzismo!! ndr) che NON ESISTE ALCUN VANTAGGIO NEL MISCHIAMENTO RAZZIALE!
 

da politicaonline.net

  scritto da Iron alle ore 12:20:42
 

02.05.2007

Vecchi vs immigrati

LIstat ha pubblicato ieri le stime sulla popolazione residente in Italia al primo gennaio 2006.
Il quadro che emerge è preoccupante.
Il nostro è un Paese sempre più anziano. Uno su cinque è ultrasessantenne e i giovani sotto i 14 anni sono sempre meno.
La popolazione totale è cresciuta ed ora sfiora i 59 milioni, ma questo solo grazie (si fa per dire) allimmigrazione. Rispetto allanno precedente, infatti, gli stranieri iscritti in anagrafe sono aumentati dell'11%, superando i due milioni e 670mila, ai quali vanno naturalmente aggiunti i clandestini, la cui stima reale sembra ormai diventata impossibile.
Una lettura superficiale del dato sullimmigrazione potrebbe persino generare ottimismo visto che lincremento degli stranieri in Italia, pur consistente, è stato inferiore a quello registrato tra il 2004 e il 2005 (+20,7%) e a quello intercorso tra il 2003 e il 2004 (addirittura+28,4%). Complessivamente, tra il gennaio 2003 e il 1 gennaio 2006, e questo è il numero veramente impressionante, gli stranieri residenti in Italia sono aumentati del 72%. Gli stranieri costituiscono ora il 4,5% della popolazione residente complessiva, siamo pericolosamente vicini a quel 5% considerato da tutti i sociologi come la soglia di estremo rischio per conflitti xenofobi. Gli stranieri sono soprattuto giovani maschi, di età media sui 31 anni, residenti in maggioranza nel Nord-ovest e nel Nord-est del Paese. Anche questo squilibrio tra i sessi sarà prsto ulteriore motivo di tensione perché ovviamente minaccia il naturale rapporto uomo donna tra la popolazione italiana.
Il tratto fondamentale del popolo italiano resta invece l'età avanzata. Al 1° gennaio 2006 la popolazione di 65 anni e più, ammontava al 19,7% (quasi uno su cinque) contro il 18,7% del 1° gennaio 2002. E' aumentata analogamente, anche la popolazione over80 che incide ora per il 5,1% del totale, ossia un residente su 20. Una minaccia evidente per le casse pensionistiche che vedranno sempre meno occupati a fronte di sempre più pensionati.
Una minaccia che pesa soprattutto sul nord, mentre nel Mezzogiorno cè ancora abbastanza equilibrio, ma con una chiara tendenza verso un ulteriore processo dinvecchiamento.
La popolazione dei giovani fino a 14 anni è scesa nel 2006 al 14,1% del totale, contro il 22,6% del 1980. Conseguentemente, è aumentato il rapporto tra anziani e giovani, passato dal 58% del 1980 al 140% del 2006.
Il quadro tracciato dallIstat conferma il dato ben noto della preponderanza femminile della popolazione con un saldo attivo per le donne di quasi un milione e 700.000 unità rispetto ai residenti maschi. Questo è però un effetto della maggior longevità media femminile (circa sei anni) e quindi questo squilibrio è fortemente concentrato nella fascia più anziana della popolazione.
Un italiano su due è sposato, ma sembra essere sempre più posticipata la data delle nozze: anche questo è un segnale inquietante delle difficoltà economiche delle giovani coppie, soprattutto nel reperimento di unabitazione.
In quattro anni, la popolazione coniugata è comunque diminuita dello 0,5% a vantaggio di quella celibe o divorziata. Gli uomini hanno però una spiccata propensione a contrarre seconde nozze. Contro un 1,7% di divorziati maschi, le femmine sono infatti solo l1,2%.
Insomma, lItalia sta diventando sempre più vecchia e straniera. Le frontiere aperte tanto desiderate da questo governo faranno certo entrare presto molte donne e con laumento delle famiglie straniere forse tornerà in equilibrio il rapportio tra giovani e vecchi. Peccato che a fronte di vecchi italiani avremo uno stuolo di ragazzini... multietnici, con tutto quel che ne consegue.


 
di Decio Siluro
da Rinascita (1/5/2007)

  scritto da Iron alle ore 16:49:52
 

28.04.2007

Immigration party

Cerca droga da italiani, non la trova. La chiede a due maghrebini: la violentano. Poi si trascina da un nordafricano: la stupra per la seconda volta.


Due violenze sessuali in un solo giorno a Milano. In entrambi i casi gli aggressori, di origine straniera, sono stati fermati. Il primo abuso è avvenuto alla stazione dove una donna di 35 anni, alla ricerca di droga, è stata stuprata per due volte. Nel secondo la vittima è sempre una 35enne che da mesi subiva le violenze dell'amico del fratello. Quando la donna era sola, l'uomo entrava in casa e abusava di lei.
Per cercare dosi di cocaina, la prima 35enne, mercoledì notte, vagava intorno alla stazione. Si è rivolta a un gruppo di ragazzi italiani e stranieri con cui si è appartata in un vagone sperando di avere la droga, ma loro sono andati via. Poco dopo sono arrivati due maghrebini a cui lei ha chiesto ancora una volta della coca, ma invece delle dosi, i due uomini l'hanno violentata. Sempre alla ricerca della droga, la ragazza si è avvicinata a un altro nordafricano, ma anche questo l'ha violentata.

La donna, a questo punto, ha chiamato gli agenti che hanno bloccato uno degli autori dello strupro. Si tratta di un tunisino di 23 anni posto in stato di fermo.

L'amico del fratello
La seconda violenza è avvenuta in un appartamento in zona San Siro. Una donna 35enne ha chiesto aiuto alla polizia dopo essere stata violentata più volte da un ragazzo marocchino. Gli abusi andavano avanti da mesi. Il giovane frequentava abitualmente la casa della 35enne perché amico di suo fratello. Quando la ragazza era sola in casa, l'aggressore la violentava. Giovedì il marocchino si è presentato con un amico. Anche quest'ultimo non si è tirato indietro, abusando della donna.

I due, due maghrebini di 20 e 21 anni, sono stati fermati dalla polizia dopo che la vittima ha avuto finalmente il coraggio di denunciare le continue violenze.
 
 
da TgCom

  scritto da Iron alle ore 09:25:39
 

13.04.2007

Che sia meglio diventare tutti cinesi?

E così, anche Milano ha la sua Secondigliano: il quartiere dove le pattuglie che vanno ad arrestare un pregiudicato sono circondate da folle urlanti, che sottraggono il ricercato alla legge e ai suoi tutori con lancio di oggetti dai balconi, violenze varie e magari revolverate.
Solo che la Secondigliano milanese è un quartiere centrale: via Paolo Sarpi e le vie limitrofe,  il cosiddetto quartiere cinese.
Qui sono scoppiati disordini per una multa.
Una donna cinese, multata dai vigili, è stata soccorsa dai cinesi che lì hanno negozi e magazzini, laboratori e clandestini in numero enorme.
Uno scontro violentissimo, con percosse, distruzioni di auto e sventolio di bandiere rosse con la stella comunista di Pechino, che non si è calmato mentre scrivo: vigilantes cinesi non fanno avvicinare i poliziotti.
Zona vietata.
Roba loro.
Chi non è di Milano può non sapere: quella zona è a due passi dal Castello Sforzesco, un quartiere che potrebbe essere di lusso se non l'avessero accaparrato i cinesi con le loro attività essenzialmente illegali e lucrose.
Hanno mandato via gli abitanti, vecchi pensionati milanesi per lo più.
Minacciano e intimidiscono quei pochi che resistono.
Ma hanno pagato case e negozi: in contanti, contanti in grosse valige.
Tutto governato dalle Triadi, una mafia che la nostra mafia, al confronto, è una filodrammatica di paese.
Ultrasegreta, sfruttatrice e spietata.
Sono le Triadi che portano qui i clandestini, e li sfruttano per decenni, taglieggiando i loro guadagni.
Ritirano loro i passaporti.
I passaporti dei morti vengono rivenduti ai taglieggiati vivi, un furto continuo di identità, una totale illegalità totalmente impunita.
Tutto questo è noto da sempre, ma naturalmente le (cosiddette) autorità fanno finta di nulla, perché i cinesi sono «tranquilli».
Salvo che è scoppiata «l'emergenza».
Un'altra emergenza italiota.

I ragazzi dei centri sociali schierati come sempre contro l'Italia


I cinesi sono lesti a capire che qui le leggi non valgono, che l'arroganza e la massa hanno sempre la meglio.
Vedono anche loro la TV, capiscono benissimo l'italiano (anche se fanno finta del contrario), ed hanno capito subito che qui l'esempio da seguire è Mastella, Tronchetti Provera, o il senatore a vita Emilio Colombo, che manda le Fiamme Gialle della sua scorta a comprare la coca.
Gli impuniti, l'impunità, la vacuità della legge inapplicata, le mani legate della sedicente forza pubblica, sono fatti che ogni immigrato capisce al volo.
Qui può malfare impunito, per di più con un'assistenza sanitaria gratuita che in Cina non si sogna nemmeno nel delirio dell'oppio, e incredibili agevolazioni per il mutuo-casa negati ai cittadini italiani, e gli assegni familiari.
In più, naturalmente, il pietismo italiota: «Ricordiamoci che anche noi eravamo un popolo di emigranti».
Appunto, ci ricordiamo: i nostri emigranti in USA e nelle miniere del Belgio, mica trovavano le ASL gratuite e le case a prezzo basso sottratte agli abitanti locali.
Dovevano sgobbare, mantenersi sani e dormire in baracche e nei retrobottega.
Naturalmente, la brava gente italiana, tartassata da Visco, ora si allarma.
E dice: visto che quelli sventolano la bandiera della Cina, allora espelliamoli in Cina, è il loro Paese.
Errore: i cinesi hanno quasi tutti la cittadinanza italiana.
L'hanno avuta con facilità, perché noi siamo buoni, e perché ci sono i corrotti nelle amministrazioni, e inoltre la Caritas aiuta e assiste nelle pratiche.
Privare della cittadinanza gli sbandieratori, i neo-patrioti di Pechino, sarebbe una mera giustizia: ma da noi non vige la giustizia, vige il diritto «positivo» e la manica larga.
E loro l'hanno capito benissimo.
A Pechino, sarebbero già tutti passibili di fucilazione per quello che hanno fatto; da noi, lo sanno, si può fare tutto.
Specialmente se si è in tanti e prepotenti.
Ebbene: in questo, sono del tutto italiani.
Perfettamente integrati alla illegalità generale.
E' vero che hanno chiamato in loro aiuto il console cinese (pensate se degli australiani d'origine italiana chiamassero, dopo una rivolta, il console italiano in piazza con loro), ma anche questo è possibile in Italia a cittadini italiani per tornaconto, ma non per volontà.
Anzi solo qui.

Ebbene, vi dirò: hanno ragione loro.
Il Comune di Milano commina multe erosissime; un divieto di sosta costa un decimo di un magro stipendio «normale» a Milano.
Evidentemente i vigili hanno provato ad applicare il taglieggio anche ai cinesi, ed è successo quel che è successo.
Il guaio è che noi italiani nati e vissuti qui, quando siamo multati, non abbiamo la solidarietà armata del vicinato.
Noi siamo soli.
Isolati.
Circondati da un vicinato indifferente, se non ostile.
Che non ha solidarietà per un membro del popolo che viene taglieggiato dalle burocrazie spoliatrici. Che non si sente offeso in massa dall'offesa o dall'ingiustizia fatta ad uno di noi.
Noi, solo noi, non abbiamo attorno una nazione pronta a difenderci, a solidarizzare, a condividere la resistenza contro l'oppressore.
Perciò noi siamo sur-tassati.
Nè abbiamo agevolazioni per la prima casa.
Noi dobbiamo condividere le affollate sale d'aspetto delle ASL e dei pronto-soccorsi con miriadi di emigrati pieni di figli a carico del sistema - un sistema sanitario che noi abbiamo pagato da una vita e continuiamo a pagare, e loro no.
Per noi niente sconti, niente solidarietà per le nostre povertà, nessun aiuto della Caritas e dei «mediatori culturali» per farci avere il posto in ospedale o il sussidio per la badante della mamma con l'Alzheimer.
Quelle cose, prima, agli immigrati; e poi anche a noi, se resta qualcosa.
Non resta mai nulla.
I veri stranieri siamo noi.


Siamo noi gli estranei senza cittadinanza, per i poteri burocratici che ci sgovernano.
Noi cittadini ligi alle norme, e alla buona educazione.
Noi che non saltiamo le file, che non minacciamo, che paghiamo le multe che ci portano via un decimo della pensione e del salario.
Noi ligi veniamo dopo tutti.
Davanti a un magistrato, la nostra parola vale quella del pregiudicato che ci ha truffato o derubato o rapinato; anzi la sua vale di più, perché il giudice già lo conosce e conosce il suo avvocato.
Davanti all'ufficio-tasse, siamo per principio sospetti di evasione.
Noi che ci mettiamo in fila, che non cerchiamo o non abbiamo raccomandazioni, siamo gli ultimi ad essere serviti dal «servizio pubblico».
Prima i pregiudicati, prima i negri, prima gli zingari rumeni.
Prima i cinesi.
Abbiamo sbagliato tutto.
Dovremmo diventare anche noi  cinesi, o almeno camorristi: unirci, far paura, pretendere con arroganza l'impunità.
Solo che non abbiamo una bandiera da sventolare.
E nemmeno un console straniero che scenda in piazza a proteggere la nostra insubordinazione.
Ma quale?
Noi non siamo insubordinati.
Noi obbediamo.
Per questo siamo stranieri in Italia.
Per questo siamo immigrati appena sbarcati nel Paese in cui siamo nati, e che manteniamo con il lavoro e le tasse.
 
 
 
di Maurizio Blondet

  scritto da Iron alle ore 23:01:59
 

02.04.2007

1968

Alcuni fecero notare al tempo che ebbe luogo ad una generazione esatta dalla guerra e che fu probabilmente il surrogato della necessaria guerra stessa,  resa impossibile dall'armamento atomico. Perché ogni generazione nell'ordine normale delle cose fa la sua guerra, le è necessaria.
Poi l'ordine normale è totalmente scomparso e si è passati nel virtuale, nell'oggi atemporale e sbiadito e, quindi, non si è più avuta una pulsione così forte.

La spiegazione ultima, probabilmente. Con un'unica crepa, però: la generazione attuale costituisce un'eccezione con il ciclo naturale del conflitto: nel senso che non fa nessuna guerra (salvo rimpinzarsi al Mc Donald, stravaccarsi davanti a Mtv, fumare etc. etc. etc.)

La verità è che per fare una guerra occorre un potente stimolo. Un qualcosa da raggiungere, un bisogno profondo da soddisfare. La gioventù viziata di oggi, per un verso o per un altro, ha GIA' tutto ciò che vuole (o crede di averlo), pertanto non tenta di raggiungere nulla, ma semplicemente si lascia vivere, giorno per giorno.

Questo è il nulla. Il vero capolinea. Siamo "alla fine di tutto".
 
 
pensieri da politicaonline.net

  scritto da Iron alle ore 11:12:58
 

29.03.2007

Notizie dalla società multirazziale: Québec e Rotterdam

Québec : La carne di maiale ritirata dai menù delle Cabanes à sucre


La carne di maiale, da sempre onnipresente nei menù delle Cabanes à sucre (Capanne di zucchero, tipici posti di ritrovo dove, nel periodo primaverile canadese, é possibile degustare piatti storici della tradizione, principalmente a base di sciroppo dacero) del Quebec, é stata ritirata dalla cucina della Érablière Le pain de sucre di Saint-Jean-sur-Richelieu al fine di accomodare i musulmani, ai quali il consumo di tale carne é proibito dalla religione.
Per evitare ogni polemica, il cuoco Constantino ha tolto il prosciutto dalla sua ricetta della zuppa di ceci. Fortunatamente, il prosciutto irrorato di sciroppo, i fagioli al lardo e le cosiddette orecchie di Cristo hanno ancora il loro posto nella Carta per non-musulmani del ristorante.
Su domanda dei fedeli dellIslam, il prosciutto é stato sostituito da crocchette di pollo.
Questa modifica alla tradizione é stata qualificata come inaccettabile dallAssociazione dei ristoratori delle Cabanes à sucre del Quebec. La presidente, Hermine Bourdeau-Ouimet, ha ricordato che il maiale fa parte dei piaceri di questa datata tradizione e che non dovrebbe essere in questione di lasciare il classico menù della stessa.
 
 

Presto un ospedale per soli musulmani a Rotterdam?


LOlanda ha conosciuto negli ultimi anni le tensioni ed i dibattiti legati alla coabitazione con una grande popolazione musulmana. A Rotterdam potrebbe aprire presto i battenti un ospitale destinato esclusivamente ai fedeli dellIslam.
Camere distinte su richiesta, per le donne e per gli uomini, con medici del sesso corrispondente; personale preparato sui bisogni specifici dei musulmani e in grado di parlare larabo; cibo halal, sale di preghiera ed imam disponibili a qualsiasi ora del giorno
Luomo daffari dietro questa trovata, Paul Sturkenboom, afferma che Rotterdam si doterà, entro il 2009, di tale ospedale privato, destinato prioritariamente alla vasta comunità musulmana della città: Per quanto ne so, sottolinea, questo sarà il solo stabilimento ospedaliero adattato alle necessità dei musulmani, al di fuori chiaramente dei paesi musulmani stessi.
Sturkenboom afferma di voler trarre profitto dalla lacuna enorme esistente in materia in tutto il grande mercato della salute.
Lidea ha sollevato unondata di commenti nella città multiculturale di 600.000 abitanti, considerata come un laboratorio di integrazione in Olanda, in particolare dai membri eletti del Leefbaar Rotterdam, che parlano di ospedale dellapartheid.
La formazione di destra, fondata da Pim Fortuyn, assassinato nel 2002 da un militante animalista, ha tentato, nello scorso autunno, di far passare una risoluzione tesa a condannare il progetto, ma la proposta è stata bocciata dalla coalizione di sinistra al potere.

da Novopress Italia

  scritto da Iron alle ore 21:01:58
 

25.03.2007

Servi vs invasori 0-1

Scatta alle sette e mezzo di sera il più imponente tentativo di liberare la Stecca degli artigiani dagli oltre cinquanta senegalesi che dalla scorsa estate hanno trasformato lo stabile tra via Confalonieri e via De Castilla in un fortino della droga. Una trentina di uomini, gli agenti del commissariato Garibaldi Venezia e quelli del reparto mobile, presidiano in assetto antisommossa le due entrate. Bloccano i primi extracomunitari sorpresi all´ingresso che sono privi di documenti e nelle tasche nascondono dosi di cocaina. Sono i primi a essere portati via, mentre la polizia entra e subito si scontra con un primo gruppo di spacciatori che sono seduti intorno a un fuoco. Si alzano e protestano contro gli agenti. La polizia chiede al gruppo di abbandonare lo stabile, ma gli occupanti non arretrano di un metro. La tensione sale, gli stranieri urlano sempre di più, partono gli spintoni e i colpi di manganello. Poi tutti gli immigrati si rifugiano in una vecchia officina abbandonata, da dove non usciranno più finché la polizia non allenterà la morsa.
Gli agenti tentano di entrare. La porta a vetri sta per cedere, ma dietro c´è un muro di corpi neri che fa pressione e la polizia non riesce a fare nemmeno un passo avanti. Alla fine gli agenti ripiegano, trascinando con sé alcuni dei senegalesi. Tornati sul marciapiede di via Confalonieri, aspettano davanti al cancello per quasi venti minuti. Nel frattempo gli immigrati escono dall´officina abbandonata. Cantano canzoni africane, ballano intorno al fuoco, agitano ritratti di santoni neri davanti ai poliziotti che li osservano immobili. Poi agli agenti arriva l´ordine di abbandonare il presidio e le divise blu si spostano nel parco, cinquanta metri più in là, prima di andarsene definitivamente.
I senegalesi escono in strada e cantano vittoria. Molti sono sotto l´effetto di alcol e droga. Hanno di fronte residenti e passanti, giornalisti e fotografi. Iniziano a inveire contro tutti. Lanciano pietre e cocci di bottiglie che s´infrangono sulle auto, e tizzoni infuocati che solo per caso non colpiscono le persone che scappano verso via Borsieri e via Volturno. Una bottiglia finisce contro la finestra del palazzo di fronte e infrange le vetrate di un appartamento. È una guerriglia urbana che ricorda quella dello scorso luglio, quando i senegalesi avevano vinto la guerra contro i marocchini e conquistato il monopolio dello spaccio di hashish, marijuana e cocaina a colpi di pietra e lanci di bottiglie. Allora gli scontri si erano conclusi con un marocchino in fin di vita e il dominio incontrastato dei senegalesi. Anche ieri, la reazione del gruppo di spacciatori è stata violenta e inaspettata. Gli agenti hanno lasciato la zona fra la furia dei senegalesi e le proteste dei residenti. «C´è bisogno di un intervento risolutivo - protestavano alcuni rivolti al dirigente del commissariato di zona - . Dovete intervenire con più uomini e liberare l´area. Altrimenti si rischia solo di provocarli. Questi stanotte spaccano tutto». «Adesso che li avete fatti arrabbiare - dice un altro - dobbiamo tenerceli noi».


Via Confalonieri resta impraticabile per almeno due ore. Solo verso le 22, molti abitanti possono tornare nelle loro case. Un´anziana uscita a passeggio con il cane si fa scortare a casa da due ragazzi: uno di questi raccoglie l´allarme di una donna del primo piano di uno stabile, che lo avverte di non andare oltre perché uno dei senegalesi avrebbe una pistola. I ragazzi italiani del quartiere, all´angolo con via Borsieri, spiegano alle auto cosa sta succedendo e le invitano a proseguire avanti.
Alla fine della serata di scontri e violenza, otto extracomunitari privi di documenti finiscono in questura, ma almeno cinquanta restano asserragliati nel loro fortino. «Ci auguriamo che lo stabile venga sgomberato nei prossimi giorni - dice il vicesidaco Riccardo De Corato, appena venuto a conoscenza dell´operazione della polizia - e che la zona sia definitivamente liberata dagli spacciatori».


 
di Sandro De Riccardis
da La Repubblica (13/03/2007)

  scritto da Iron alle ore 16:25:58
 

19.03.2007

Il gioco del domino

Dopo la Romania (1, 2), ecco le nuove fasi del gioco del domino globalista, che in pochi anni sta già colpendo alcune nazioni considerate, ancora oggi, luogo di partenza degli immigrati: Ungheria e Polonia potrebbero essere le nuove vittime di un meccanismo insensato, che altro non fa che spostare popolazioni e imprese da un punto all'altro del globo, con l'unico scopo di far sopravvivere il potere élitario multinazionale.

Ungheria: il governo magiaro sarebbe intenzionato a far entrare nel paese addirittura un milione di lavoratori (ovviamente a basso costo) cinesi, per ovviare alla crisi demografica. Secondo un recente documento, tale misura (smentita, in modo contradditorio, dal governo) servirebbe a sostenere l'insensata politica economica governativa, un misto di statalismo predatorio (che non aiuta lo sviluppo demografico) e ultra-liberismo prono agli interessi stranieri. Se il progetto immigratorio dovesse dimostrarsi veritiero, gli ungheresi si vedrebbero arrivare in casa una massa di lavoratori asiatici, utili solo a tenere in vita le aziende straniere, ma non a risolvere i gravi problemi economico-sociali del loro paese.

Polonia: l'effetto più evidente e importante della forte emigrazione all'estero di polacchi è la mancanza di lavoratori specializzati nel paese. In numerosi settori, mancano ormai figure professionali sufficienti per le esigenze della società polacca. Il risultato dell'emigrazione di massa è, quindi, duplice: da una parte un forte impoverimento della società "dissanguata", dall'altra la necessità di far arrivare gente dall'estero. Ecco, perciò, accordi per aprire il proprio mercato del lavoro a lavoratori stranieri, in particolare, al momento, ucraini.

Il gioco del domino si dimostra, ancora una volta, terribile nel suo farsi: lo spostamento di lavoratori da un paese o una flessione demografica divengono la scusa per l'arrivo (legale o meno) di lavoratori dall'estero, i quali, in funzione delle loro inferiori richieste salariali, provocano un danno importante alla classe media del paese ospitante (quando esiste una classe media sufficientemente ampia), oppure ne pregiudicano la formazione (se troppo modesta). E, come sempre, la domanda è: una volta finiti i lavoratori con richieste economiche basse, come continuerà il gioco?
 
Qui articoli dei quotidiani sull'argomento
 
 

  scritto da Iron alle ore 20:39:28
 

18.03.2007

La fiera dell'idiozia

Scozia: bandire dal linguaggio omofobico le parole mamma e papà
Della serie: Quanto in basso si può cadere?

In seguito ad una direttiva nel quadro di una politica di tolleranza zero verso il linguaggio discriminatorio(sic) che il Servizio Nazionale Sanitario della Scozia ha pubblicato allattenzione degli infermieri, lutilizzo dei termini papà e mamma sarà considerato offensivo nei riguardi delle coppie omosessuali con figli.
Allo stesso modo, luso delle parole marito, moglie e matrimonio sarà da bandire, vista lesclusione implicita delle lesbiche, dei gay e dei bisessuali (altra tendenza parecchio alla moda negli ultimi tempi).
É ugualmente altamente consigliato mostrare immagini di felici coppie homo, alla stessa maniera in cui vengono rappresentate felici coppie etero.
Non si tratta per ora che di raccomandazioni, ma nel breve spazio di qualche tempo queste norme diverranno obbligatorie.
Tutto dun colpo, sono le famiglie normali a rischiare la discriminazione.
 

Per maggiori informazioni (in inglese) : http://www.lifesite.net/ldn/2007/feb/07021603.html
Fonte: JVD pour www.nation.be

  scritto da Iron alle ore 23:20:09